Il modello della GESTALT

Nel panorama degli attuali orientamenti in psicoterapia, l’approccio della Gestalt Therapy rappresenta un indirizzo che si è consolidato progressivamente negli ultimi decenni sino a divenire uno dei modelli di intervento statisticamente più diffusi sul territorio nazionale. La concezione gestaltica dello sviluppo e del benessere psicofisico individuale, infatti, fonda la “diagnosi” sulle possibilità intrapsichiche e relazionali perdute dalla persona che ha cristallizzato il suo agire in comportamenti ripetitivi, inadeguati al contesto attuale, e quindi al benessere personale, e fonda l’intervento psicologico sul sostegno alle cosiddette “parti sane”, alle risorse che, se pur in quantità limitata, ogni individuo possiede in sé e può recuperare dall’ambiente.
In questa concezione, quindi, la psicoterapia diviene uno degli strumenti, in alcuni casi l’unico possibile, per riattivare e ampliare il processo di evoluzione personale.

Teorie e filosofie di riferimento nella Psicoterapia della Gestalt

Il modello di intervento psicoterapeutico nell’approccio gestaltico in realtà non deriva direttamente dal suo back-ground teorico, ma si è evoluto da una altra prassi, la Psicanalisi, man mano che a questa venivano meno alcuni capisaldi teorici. La Psicoterapia della Gestalt può considerarsi un’evoluzione della psicoanalisi una volta tolto il supporto epistemologico del modello fiscalista ottocentesco, supporto che Perls ricostituisce attraverso la Psicologia della Gestalt, l’Esistenzialismo e la Fenomenologia.
Se consideriamo elementi centrali della prassi freudiana, l’interpretazione dei sogni e l’elaborazione del transfert e della coazione a ripetere, vediamo che ugualmente nella Psicoterapia della Gestalt si procede elaborando i sogni, il rapporto tra il paziente e il terapeuta e i comportamenti ripetitivi. In P.d.G cambia però radicalmente il metodo di intervento perché cambia il senso di questi fenomeni: il transfert nella P.d.G è visto come assenza di contatto piuttosto che proiezione; i comportamenti che si ripetono invece che meccanismi miranti solo al controllo dell’ansia diventano anche tentativi di chiudere una situazione rimasta incompiuta (unfinished business) per un motivo o per l’altro; l’elaborazione del sogno viene considerata un’occasione per sperimentare altre parti di sè piuttosto che l’emergere del rimosso.

Gli studi di Perls prendono l’avvio da un’ottica basata su alcuni principi fondamentali derivati dagli Psicologi della Gestalt. Partendo dai dati sensoriali, gli Psicologi della Gestalt sottolineano come la percezione quindi risulta organizzata ed i dati preferenzialmente assumibili sarebbero quelli richiesti per il completamento di una Gestalt, vale a dire di un insieme che ha una determinata funzione. Questa modalità organizzativa è anche un bisogno dell’organismo, ed è con questo bisogno che Perls spiega le cosiddette fissazioni nevrotiche, che nel suo pensiero risultano Gestalt incompiute che riemergono continuamente nell’aspettativa di raggiungere una conclusione: “la qualità più importante di una Gestalt è la sua dinamica, la necessità imperiosa che una Gestalt possiede che la porta a chiudersi e a completarsi. Tutti i giorni sperimentiamo questa dinamica. A volte il miglior nome che si può dare a una Gestalt incompleta è di chiamarla situazione inconclusa (unfinished business)”.

L’idea di campo percettivo organizzato nella relazione figura-sfondo, viene elaborata da Perls, partendo dall’intuizione di un altro psicologo gestaltista, Edgar Rubin: per valutare qualcosa (persona, oggetto, esperienza o anche astrazione che sia) è necessario riferirlo ad un contesto. Per l’organismo percipiente i contesti sono due: quello esterno, in cui l’oggetto percepito si colloca, e quello interno, costituito dalle esigenze mutevoli dell’organismo stesso.

In parallelo alle scoperte della fisica, Kurt Lewin ha elaborato, già nel 1936, la “Teoria del Campo” secondo la quale il comportamento di un organismo non è comprensibile se non considerando le influenze che esercita su di lui l’ambiente. Basandosi su questa riflessione, Perls si allontana progressivamente dalla modalità tipica dell’approccio psicoanalitico del tempo che prende in considerazione l’essere umano in quanto realtà individuale isolandola dal contesto, e si muove verso una visione che coglie l’interdipendenza di ogni comportamento e di ogni relazione umana; Perls sottolinea così l’impossibilità di attribuire significati estrapolando il fenomeno dal suo contesto. Data questa concezione, la teoria della tecnica psicoterapeutica, rispetto alla psicanalisi, subisce profonde mutazioni che si esprimono fondamentalmente attraverso diverse modalità di impostazione e di gestione della relazione terapeutica. Nella Psicoterapia della Gestalt, infatti, il terapeuta esce d’ufficio dalla posizione di neutralità e diventa ineluttabilmente parte in causa del processo terapeutico.

Da Kurt Goldstein Perls deriva poi il concetto di “funzione di autorealizzazione” in base alla quale gli organismi tenderebbero a crescere di dimensione e influenza sull’ambiente e ad organizzarsi di conseguenza sul piano energetico. Questo concetto richiama la teoria della territorialità formulata nell’etologia da K. Lorenz secondo la quale alcune specie animali ereditano geneticamente la tendenza istintiva a conquistare un territorio sempre più vasto, cosa che evidentemente permette maggiori probabilità di sopravvivenza all’individuo e alla specie. All’interno del modello gestaltico, Perls pone la “funzione di autorealizzazione” in polarità con la funzione di sopravvivenza: crescere ed espandersi oltre i limiti dell’abituale è allo stesso tempo un rischio per la sopravvivenza, un comportamento conservatore è certamente più funzionale ad essa ma è anche un bisogno ineluttabile data la spinta evolutiva innata negli individui.

modello gestalt



Altra componente del back-ground gestaltico è l’Esistenzialismo, un taglio filosofico che ribalta l’ottica delle ontologie classiche dell’Idealismo e del Materialismo. Infatti, il fuoco si sposta dall’oggetto osservato all’attenzione del soggetto osservante, il pensiero soggettivo, l’avventura del singolo pensatore si sostituisce all’indagine oggettiva dell’Assoluto (Kirkegaard). In un’ottica esistenzialista la volontà è il limite estremo dell’indagine oltre il quale questa non è più lecita (Shopenhauer). Questa visione si adatta particolarmente bene a Perls e questa posizione diventa la colonna portante della Psicoterapia della Gestalt. Al contrario la concezione del dolore come verità assoluta che, in forme diverse, si ripropone da Shopenauer, Kirkegaard, Heidegger a Sartre è un’ombra alla quale Perls si ribella, sottolineandone il valore biologico piuttosto che culturale. L’uomo è visto come parte della natura, è un avvenimento biologico, la società stessa fa parte della natura. L’azione deliberata, l’autocontrollo, la coscienza, sono di conseguenza funzioni sociali biologiche. La reintegrazione può avere successo solo se tutta l’attività umana, sia quella deliberata che quella spontanea, i sentimenti come i pensieri, sono considerati e trattati come processi biologici. Il dolore quindi, altro non può essere considerato che un campanello d’allarme, che avverte l’organismo della necessità di intervenire sulla situazione in atto.
Qui Perls si differenzia esplicitamente dagli esistenzialisti e afferma “la Terapia della Gestalt si sostiene sui suoi propri fondamenti, perché i suoi fondamenti (il riemergere delle necessità) rappresentano un bisogno biologico primario”. Per evitare il rischio di un irrigidimento biologista, dove il comportamento diventerebbe prevedibile ed interpretabile, per esempio, attraverso una teoria delle pulsioni come quella freudiana, Perls osserva: “lasciando da parte la teoria delle pulsioni, se si considera l’organismo semplicemente come un sistema in equilibrio che deve funzionare adeguatamente dal punto di vista della sopravvivenza, (è chiaro che) la situazione più urgente è quella che assume la funzione di controllo, di organizzazione del comportamento”. La concezione di Perls, analogamente a quella di Wittgenstein, lascia alla persona un margine di scelta e quindi di libertà che permette di vedere l’essere umano impegnato nella gestione della propria quotidianità come fatto centrale della sua esistenza, dove la creatività gioca evidentemente un ruolo della massima importanza. Scelta e creatività hanno possibilità di esistenza solo nel qui ed ora (li e allora), cioè in un momento determinato nel tempo e nello spazio dove esistono determinati oggetti, determinate situazioni e determinate emozioni. È questa la centralità del qui ed ora nella Psicoterapia della Gestalt: non esiste alcuna possibilità di prendere decisioni al di fuori di un contesto reale o immaginario che sia.

Come la prassi psicanalitica si trasforma man mano che Perls ne sostituisce i pilastri teorici, anche l’Esistenzialismo, inserito nel contesto della teoria gestaltica, cambia faccia e diventa un Esistenzialismo, per così dire, positivo caratterizzato dalla tendenza a mettere in luce gli spazi di libertà che si aprono nella vita umana attraverso la responsabilità e la creatività.

Esprimersi è il mezzo e lo scopo della Psicoterapia della Gestalt: l’espressione modifica il mondo senza l’insensatezza dell’agire istintivo e grezzo, dando spazio in questo modo sia alla pienezza della vita sensoriale che alla radicale libertà della coscienza. Per Heidegger, strumento per eccellenza della manifestazione è il linguaggio, come fenomeno e con le sue leggi. Il rispetto heideggeriano per il fenomeno si incontra direttamente con la passione di Perls per il teatro, in cui il fenomeno, cioè l’espressione, non solo è tutto, ma è anche fruibile in quanto tale (spettacolo piacevole) e si presenta congiunta a una griglia di giudizio sul piano esperenziale (spettacolo più o meno piacevole). Questo permette di spostare il criterio di giudizio dall’azione all’espressione che ha uno spazio di manovra interazionale di gran lunga superiore all’azione. L’espressione è in realtà di capitale importanza in psicoterapia: già a Freud era nota la possibilità di distinguere l’agire dal parlare, e l’acting out è appunto il proibito per eccellenza nella prassi psicanalitica. In effetti, il setting psicoterapeutico non è certo il luogo dove si possa agire, qualunque sia il modello teorico di riferimento, come una palestra non è il luogo dove si possano fare dei combattimenti reali: quando l’agire è liberamente al servizio della soddisfazione delle pulsioni, i più forti impediscono agli altri qualsiasi sviluppo.
L’espressione invece permette alla persona di acuire non solo la consapevolezza del proprio mondo interiore, ma anche quello di esterno dove l’espressione si situa e nel quale la rappresenta: l’espressione per assolvere la sua funzione di rappresentanza deve essere efficiente e come tale, partecipa della natura dell’azione.

Anche in Merleau Ponty Esistenzialismo e Fenomenologia convergono nella valutazione della percezione come fatto primario, luogo dove mondo interno e mondo esterno si incontrano. Il suo pensiero mette a fuoco il processo del percepire come evento basilare che ha sede nel corpo, ed il corpo come luogo dell’esperienza, per eccellenza: il vissuto fisico rappresenta il clou del senso della realtà. Merleau Ponty è considerato a buon diritto uno dei pilastri teorici della Gestalt. Da qui alle tesi reichiane il passo è breve. Perls deve appunto a Reich la teoria del corpo come sede dei conflitti psichici.
Quando si parla di approccio fenomenologico nella Psicoterapia della Gestalt si intende quindi una fenomenologia nel senso di Heidegger e di Merleau Ponty piuttosto che di Husserl: si intende cioè un rispetto del fenomeno come avente intrinsecamente valore e anche un’attenzione ai particolari dei fenomeni stessi (atteggiamento fisico, tono della voce, ecc. nel caso di una persona che sta parlando) nella doppia direzione del significato (qualunque particolare ha un suo significato) e della fruibilità del loro manifestarsi come esperienza, direzione questa che da senso all’espressione “qualità della vita”.


Elaborazione successive che supportano l’approccio gestaltico

Il passaggio dai vecchi sistemi filosofici che si confrontano con l’assoluto ai più nuovi approcci relativisti, comporta ovviamente la relativizzazione degli indici di confronto (vero-falso) che non per questo perdono comunque di funzionalità: se il dolore non è più una verità assoluta resta pur sempre possibile per la persona rendersi conto se sente male o no, se una certa cosa gli piace o no, se desidera qualcosa o no. Una verità relazionale è molto più complessa da appurare e richiede specifici parametri: il Costruttivismo di Maturana e Varela, gli studi sulla comunicazione di Wittgenstein e il dualismo interazionista di Popper sono di grande aiuto in questa nuova dimensione.

Uno nuovo sviluppo dell’ottica fenomenologica applicata alle scienze naturali è il cosiddetto Costruttivismo. Dall’idea kantiana dell’inconoscibilità della “realtà in sé” e passando per il rendere dignità al fenomeno, il Costruttivismo fa un passo in avanti mostrando come la ricerca della “realtà in sé” sia un falso problema e la conoscenza sia semplicemente uno strumento capace di ottenere effetti sull’ambiente.

Varela e Maturana propongono una visione scientifica dei processi conoscitivi, invitando all’abbandono di metafore romantiche come quella che l’organismo si faccia una mappa interna del mondo e attraverso quella lo “conosca”: conoscere è in quella epistemologia un meccanismo che gli organismi usano per rimanere aperti al mondo esterno senza perdere la loro identità organizzativa, senza decadere cioè dalla classe di organizzazione cui appartengono e in funzione della quale sono omeostatici. Questo concetto viene definito “autopoiesi”.
Nella Psicoterapia della Gestalt questo punto di vista supporta evidentemente l’uso di riconoscere il back-ground della persona dai suoi bisogni (per appartenere alla classe degli esseri umani deve senz’altro averli), lasciando invece totalmente aperte le modalità di soddisfacimento e permettendo in questo modo una funzione ufficiale alla creatività: se il modo di soddisfazione non è un sentiero obbligato (si tratta infatti di cambiare strada di fronte all’impossibilità) e dato che, d’altra parte, le alternative sono innumerevoli è chiaro che in un modo o in un altro una persona può riuscire a soddisfarsi.

Una voce fondamentale nella demitizzazione delle comunicazioni umane è certamente Wittgenstein con la sua affermazione che il significato di una frase esiste solo nella misura in cui la sua struttura logica viene rispettata: la logica, che è il nume tutelare delle comunicazioni, si chiama infatti con il suo nome completo “logica formale” volendo significare con questo che il suo funzionamento dipende dalla correttezza della forma con cui la preposizione logica si esprime. È la mancanza di rispetto per la struttura della lingua che produce situazioni di incomunicabilità e non il fatto che ognuno ha la propria esperienza che non può mai arrivare all’altro nella sua specificità. Nessuno infatti necessita, per sentirsi compreso, che l’altro viva esattamente la sua esperienza: il bisogno di comprensione si limita in realtà al fatto che l’alto la percepisca empaticamente e sia in grado, quindi, di adottare comportamenti complementari (sofferenza-consolazione, paura-rassicurazione, entusiasmo-approvazione, ecc.). L’alterazione manipolante delle strutture linguistiche che sia fatta in maniera consapevole oppure inconsapevole, ha semplicemente la funzione di confondere l’esperienza e negare i bisogni dell’interlocutore: il rispetto della struttura delle comunicazioni è in realtà un lavoro, una azione deliberata e intenzionale che implica il superamento di difficoltà a volte molto grandi e che richiede oltretutto un vero e proprio rigore morale.
Nella pratica della Psicoterapia della Gestalt questo significa avere un modello di correttezze a cui riferire l’azione del paziente (la sua comunicazione), trovando porte di accesso a quelle parti dell’esperienza che sono fuori contatto e, allo stesso tempo, avendo a disposizione gli strumenti per raggiungerle: la persona cui venga richiesto di rendere corretta la propria comunicazione di solito non può evitare di rendersi conto di qualcosa di nuovo riguardo a se stessa.

Ulteriore supporto all’approccio gestaltico deriva dal dualismo interazionista di Karl Popper. Né “L’Io e il suo cervello” l’autore citando Kant affascinato dall’universo e dalle necessità morali dell’uomo afferma che gli esseri umani non sono macchine, dato che sono insostituibili: “ogni qualvolta muore un uomo, è un universo intero ad andare distrutto”. La tesi di Popper è che si può dimostrare questa affermazione a partire dal Materialismo stesso. Il Materialismo cioè ha in sé impliciti gli elementi che permettono di trascenderlo.
Nell’ambito della dottrina materialistica la teoria generalmente accreditata riguardo al problema della mente è il cosiddetto parallelismo: i fenomeni psichici cioè, si ritiene avvengano in parallelo a quelli neurologici. A questa visione Popper oppone quello che si chiama “dualismo interazionista”: i fenomeni psichici sono sì “appoggiati” al sostrato neurologico ma con un grado di indipendenza tale da permettere una interazione con questi.
Adottando il punto di vista di Popper, possiamo immaginare come questa pura relativa indipendenza, permetta di indirizzare le proprie scelte fuori dai binari organici, in modo che la vita della persona non si risolva esclusivamente nella reazione alle pressioni ambientali ma abbia la possibilità di orientarsi in funzione di bisogni etici/estetici e di utilizzare le capacità creative per risolvere i problemi “impossibili” che le varie e conflittuali istanze psichiche comportano. Popper dimostra inoltre come il determinismo debba cedere le armi di fronte alla creatività, la quale cambiando imprevedibilmente le premesse, rende del tutto imprevedibili gli sviluppi futuri di qualsiasi situazione. Il supporto che il dualismo interazionista dà alla Psicoterapia è evidente: intanto sottolineando l’indipendenza di processi psichici e la loro possibilità di interagire con i processi organici, dà la misura dell’importanza della consapevolezza come spazio di manovra in cui compare la possibilità di indirizzare in una direzione o un’altra la propria vita. Soprattutto, considerando il futuro imprevedibile per via della creatività questa teoria permette di porsi di fronte ai temi esistenziali senza la pregiudiziale di una prognosi negativa che in campo psichico è solo un atteggiamento pessimista con conseguenze di solito nefaste sulla terapia.
La creatività è in definitiva lo strumento fondamentale di un Esistenzialismo positivo: se di fronte alla vita l’essere umano non è onnipotente, in realtà non è neanche impotente e, anche se con sforzo, difficoltà e limitazioni può esercitare un’opera di trasformazione del mondo che rende la vita un’avventura che non si ferma mai e che in nessun modo può essere ritenuta banale.

funzioni esistenziali




L’Istituto Gestalt Trieste propone un programma di formazione in Psicoterapia della Gestalt. La Psicoterapia della Gestalt nasce intorno agli anni 50 dal genio del fondatore Fritz Perls, che fuse in essa la tradizione psicanalitica, le correnti filosofiche esistenzialiste e soprattutto l’approccio fenomenologico, che era il fondamento dell’agire della psichiatria europea prima dell’avvento degli psicofarmaci, e per ultima la Psicologia della Gestalt.

L’aspetto rivoluzionario della Gestalt in quei tempi consisteva nel dare spazio e centralità alle elaborazioni emozionali, corporee ed esperenziali al posto della sola rielaborazione cognitiva dei temi emergenti dal paziente.

L’Istituto Gestalt Trieste offre un programma formativo che si incentra sulla costruzione di risorse in due principali aree: lo sviluppo personale e un metodo strutturale di intervento terapeutico. Lo sviluppo personale prevede che l’allievo compia 160 ore di psicoterapia personale in quanto nel nostro approccio, fondato su di una relazione autentica con il cliente, crediamo sia necessario accettare la sfida di trasformare se stessi insieme al paziente e praticare nella vita gli stessi strumenti esistenziali di gestione dei temi di vita che offriamo ai pazienti. Se lo sviluppo personale risulta essere indispensabile nella dimensione della autenticità e umanizzazione della relazione terapeutica è al tempo stesso altrettanto importante garantire una solido apparato tecnico e teorico di riferimento per poter affrontare con successo i temi di vita dei pazienti. A questo scopo la nostra Scuola garantisce la costruzione di un modello di approccio che a partire della Diagnosi Fenomenologica permette la costruzione di chiari e semplici progetti terapeutici. La Diagnosi Fenomenologica è concentrata sulla comprensione della relazione esistente tra gli eventi di vita e le risposte organismica, emotiva, mentale e culturale ad essi dell’essere umano.

Paolo Baiocchi è medico psichiatra e psicoterapeuta. Dopo una formazione in ipnosi dove iniziò ad esplorare gli stati di Coscienza si è dedicato completamente alla Psicoterapia della Gestalt individuale e di gruppo. La sua indagine sui funzionamenti interiori della mente e sul processo terapeutico si è concentrata sui campi della comunicazione umana, dove ha messo a punto un metodo denominato “Comunicazione Sana” e sul tema delle emozioni di disagio. In particolar modo è coinvolto nella costruzione di metodi per diffondere a largo raggio la conoscenza delle emozioni e delle modalità per la loro gestione mediante lo sviluppo dei poteri della mente. Infatti, mediante la scoperta della possibilità di calmare le proprie emozioni di disagio con lo sviluppo di atteggiamenti interiori diviene progressivamente possibile raggiungere un affrancamento dalla sofferenza e la costruzione del potere esistenziale che permette di scrivere autonomamente la propria narrazione di vita.