COMUNICAZIONE SANA/Quarta puntata

Attaccare per difendersi: l’escalation

Questa settimana trattiamo il fenomeno dell’escalation: una spirale di attacchi a carattere difensivo nella quale la coscienza dell’individuo viene via via accecata dall’odio e dal desiderio o necessità di vendetta. Spesso l’escalation comporta e ci espone a pericoli spaventosi non solo per la comunicazione, ma anche per la relazione, fino al rischio per la nostra stessa incolumità fisica. Vale la pena al riguardo citare i risultati di un’indagine, curiosi e terribili al tempo stesso, che confermano quanto abbiamo appena affermato: da una statistica sulle cause di disastro aereo, compiuta mediante sofisticate analisi dei dati delle black box (le “scatole nere” degli aerei di linea che registrano ogni evento tecnico del volo ed anche i dialoghi fatti in cabina di pilotaggio) è emerso che la causa principale degli incidenti è il clima di tensione ed i litigi fra il personale di bordo: ad esempio tra pilota e secondo pilota. È proprio ciò che noi chiamiamo escalation.
Nella puntata di venerdì scorso abbiamo visto che la comunicazione umana può essere genericamente suddivisa in due tipologie: la comunicazione fondata sullo scambio e quella fondata sul controllo o potere. Nella prima prevale la fiducia nella relazione e nelle sue possibilità; nella seconda, venendo a mancare tale fiducia, l’unico modo per restare in rapporto con l’altro consiste nel cercare di trovare delle modalità per avere un controllo su di lui e sulla relazione. Nel nostro metodo definiamo attacchi queste modalità per controllare l’altro e la relazione.
Ogni comunicazione tende a creare accordi che nel tempo si stabilizzano come regole implicite. In un sistema democratico le regole vengono stabilite dalla pluralità, vengono concordate, mentre in un sistema tirannico esse vengono imposte al sistema mediante l’uso della forza. Non sempre però gli attacchi che una persona può subire sono di tipo aggressivo, nei quali l’uso della forza è manifesto e ben visibile; spesso vengono sfruttati altri punti deboli umani per poter arrivare ad avere una forza in grado di determinare le regole in senso tirannico: i desideri mediante la manipolazione ed il bisogno di innocenza mediante l’uso strategico della colpa. In Comunicazione Sana noi quindi suddividiamo gli attacchi in tre categorie: aggressivo, manipolativo e passivo.

Come un “crescendo” rossiniano
Vediamo adesso come si realizza l’escalation, che è il vero tema di questa settimana. Sappiamo come e quanto una persona sotto stress possa scivolare negli attacchi e quanto questi, una volta recati, determinino una ferita nel suo interlocutore. Facciamo ora un passo avanti: l’interlocutore, ferito, subisce un ovvio aumento di “temperatura emotiva”. Se questa si alza sopra un certo livello, ecco che anch’egli può scivolare, a sua volta, in un attacco. A questo punto è il primo ad essere ferito “di ritorno”, e questa ferita può far aumentare ancora di più lo stress iniziale. Si apre così la strada ad altri attacchi, che ne provocano di ulteriori, fino ad arrivare ad una spirale negativa che comunemente chiamiamo litigio. Quando si passa di litigio in litigio si arriva ad una escalation di grado ancora più pericoloso per la relazione, e a volte per l’incolumità stessa degli interlocutori, che noi definiamo guerra. In questo caso alla dinamica reattiva di difesa descritta in precedenza si aggiunge una dinamica fortemente distruttiva la cui forza acceca ulteriormente la coscienza: la vendicatività. Un esempio di questo terribile tipo di escalation è rappresentato da quanto accade nel film “La guerra dei Roses”, in cui il regista ha magistralmente esposto l’incalzare dello stress emotivo, di ferita in ferita, con il progressivo accecarsi delle coscienze ed il restringersi del campo focale sull’unico obiettivo che ormai importava: aver ragione dell’altro e vendicare i torti subiti. Il crescendo emotivo porta ad un esito fatale. Gli avvocati civilisti possono testimoniare di aver visto casi di escalation matrimoniali di incredibile gravità, nei quali le persone, accecate, non hanno mancato di coinvolgere i figli nella loro guerra senza esclusione di colpi.
L’escalation, quindi, è una serie di attacchi che a sua volta provoca altri attacchi che possono strutturarsi in litigi ed in possibili spirali fino ad arrivare ad una vera e propria guerra capace di danneggiare i rapporti umani fino a possibili rotture e separazioni.
Ma quand’è che una persona vive lo stress emotivo che rischia di complicarsi con gli attacchi e con l’escalation? Quando ci sono degli eventi comunicazionali di disagio che, invece di essere letti in chiave fenomenologica e gestiti correttamente, vengono letti come disagi creati dall’altro e quindi attribuiti alla cattiva intenzione dell’altro. Ecco perché nel nostro metodo la maggiore cura è per la lettura fenomenologica che si ottiene mediante i quattro “Strumenti di lettura”. Ad esempio, nel film “La guerra dei Roses” l’evento comunicazionale di disagio, che non viene letto dal personaggio interpretato da Micheal Douglas, è quello che in Comunicazione Sana chiamiamo un conflitto di cambiamento. La moglie decide di separarsi e lo comunica al marito. Se lui avesse letto in chiave fenomenologica l’evento, avrebbe detto a se stesso: «Ehi, la donna che amo non mi ama più e vuole andarsene. Tutto ciò è terribile perché io l’amo e questa è l’ultima cosa che avrei desiderato. Ma la sua volontà è sovrana e io non posso obbligare nessuno al mondo ad amarmi. Amarmi o non amarmi è una scelta dell’altro su cui io non ho alcun diritto. Se non cambierà idea tra un po' di tempo accetterò questa terribile perdita e gestirò questo drammatico cambiamento che mi spezza il cuore». Questa sarebbe stata una gestione all’interno dello stile fondato sullo scambio, secondo il principio del win-win o nulla di fatto. O entrambi i comunicatori sono d’accordo nell’impegnare se stessi all’interno di un sistema oppure è meglio ritirarsi. Ma la lettura che il personaggio esegue, e che lo porterà ad un finale tragico, è la seguente: «Non è possibile, lei mi ama ma non lo sa, con il mio amore riuscirò a trionfare». La non accettazione del cambiamento è totale e il tentativo di controllo porta ad una rapida trasformazione dell’“amore” in vendetta e odio, fino alla morte dei due (come ben sa chi ha visto il film).
Molti sono gli eventi comunicazionali di disagio che dobbiamo essere capaci di gestire nella nostra vita e nelle nostre relazioni: il nostro metodo li descrive tutti, incasellandoli in alcune categorie, ognuna delle quali ha soluzioni specifiche che permettono di gestire il particolare tipo di evento.

I litigi che di più alzano la temperatura emozionale
Ora, vista l’importanza degli attacchi e delle escalation, metterò in luce alcune tipologie ricorrenti di litigio che rischiano di elevare la temperatura emozionale delle persone coinvolte, così tanto da realizzare quel “cambio di punto di vista” di cui ormai abbiamo spesso parlato: il passaggio dalla lettura degli eventi alla lettura dei problemi come causati dal cattivo carattere dell’altra persona. Molto spesso, infatti, durante un’escalation entrambi i soggetti danno il peggio di sé, essendo coinvolti in una reazione difensiva (e a volte vendicativa). Considerando che ognuno di noi è per costituzione più bravo ad osservare il comportamento altrui piuttosto che il proprio (gli occhi guardano verso fuori e non verso dentro), in una escalation rimarcheremo facilmente il carattere nevrotico dell’altro, questa volta a ragione, ma noteremo molto meno quanto noi stiamo contribuendo massicciamente a tenere viva la reazione difensivo-vendicativa dell’altro mediante il nostro carattere. In parole povere, tenderemo a vederci vittime dell’altro e del suo carattere, invece che parti attive in causa nella costruzione di un litigio. Dal canto suo la percezione dell’altro sarà probabilmente del tutto speculare. Ognuno si sentirà vittima dell’altro. Ancora un ultimo, piccolo intervento riduttivo ed il gioco è fatto: il problema è stato causato dal cattivo carattere dell’altro!
Mille volte ho ricevuto richieste di aiuto in cui il problema veniva formulato nel modo descritto nel paragrafo precedente: solo una piccola percentuale di queste era reale, mentre nella maggioranza dei casi tutto dipendeva dal meccanismo illusorio sopra descritto.
Normalmente, quindi, il problema inizia come evento umano di disagio. Come vedremo, ci sono otto tipologie di eventi umani di disagio e tutte hanno una caratteristica in comune: derivano dalla difficoltà del vivere insieme, connaturata alle relazioni, e nulla hanno a che vedere con l’intenzionalità ed il brutto carattere degli altri, o nostro. Sono eventi necessari, non legati alla cattiveria o alla volontà, così com’è necessaria la fatica nel lavoro, l’allenamento nello sport, la buccia nella banana. Fanno parte della relazione e ne costituiscono il prezzo. Solo chi riesce a riconoscerli e gestirli per quello che sono è in grado di operare quella che noi chiamiamo lettura fenomenologica. Insomma, per concludere, il vero antidoto per l’escalation non è il controllo sul proprio comportamento, la capacità di reggere le emozioni e tollerare, come spesso ci è stato insegnato, ma la capacità di leggere fenomenologicamente gli eventi. Nel nostro metodo, prendendo spunto dalle gare di rally, definiamo questa capacità “il restare incollati agli eventi” in quanto il comunicatore esperto, al pari di un buon pilota, riesce sempre a rimanere in strada, cioè a mantenersi lucido e notare cosa sta veramente accadendo nella sua realtà, gestendo/affrontando con efficacia anche il tornante stretto di sterrato che a quella velocità vorrebbe che la macchina sbandasse e uscisse di strada, come accadrebbe alla maggior parte delle persone.
Un’ultima parola in difesa dei litigi. Abbiamo descritto il potenziale pernicioso dell’escalation, ma va anche detto che una delle cose che bisogna imparare a fare nelle relazioni è “litigare bene”. Sì, proprio così. Infatti, non litigare mai non è affatto un buon segno di relazione, spesso indica che esiste una grossa quantità di cose non dette. Una buona litigata assomiglia al temporale, che porta il bel tempo lasciando dietro di sé un’atmosfera particolarmente tersa, mentre l’escalation è assimilabile ad un uragano che con la sua violenza devasta tutto ciò che trova sulla sua strada, senza risparmiare costruzioni che sono costate anni di fatica.
Ma ancora una volta, allora, qual’è la caratteristica del “litigare bene”? Ovviamente la lettura fenomenologica. Un buon litigio porta le persone a perdere un po' il controllo e anche ad andare talora oltre il limite, che può provocare nei casi di maggiore veemenza la caduta dei freni inibitori: così, alcune cose che nel quotidiano, non si sarebbero dette, finalmente, sotto la spinta emozionale, vengono espresse. Ebbene, le persone che “sanno litigare” sono capaci in un secondo momento di far uso di questo “materiale ad alto potenziale” per conoscere meglio se stessi, per capire di più l’altro e soprattutto gli elementi di disagio che hanno causato il litigio. In questo modo una relazione può crescere, maturare, radicarsi sempre più, approfondendo la conoscenza dell’altro.
Un cordiale arrivederci a tutti. Il nostro prossimo appuntamento è per venerdì prossimo, 3 dicembre.

Paolo Baiocchi

(4 – continua)









COMUNICAZIONE SANA/Quinta puntata

Le diverse forme di escalation
e quella del tipo “torto o ragione”

Nelle puntate precedenti abbiamo parlato della modalità di comunicazione fondata sul controllo, degli attacchi e dell’escalation. Visto e considerato che esistono più tipi di attacchi, questa settimana il nostro scopo è quello di illustrare alcuni principali tipi di escalation.
Comunemente si crede che l’escalation più usuale sia quella di tipo aggressivo-aggressivo, in cui le persone urlano, se ne dicono di tutti i colori, volano offese, critiche pesanti, sarcasmo e giudizi. Ma questa tipologia, pur essendo frequente, è quella che presenta soprattutto la caratteristica dell’essere più evidente e visibile delle altre. Le forme, ahimé, ancor più frequenti sono l’aggressivo-manipolativa e l’aggressivo-passiva.
Nella forma aggressivo-manipolativa una persona attacca in modo evidente, ad esempio alzando la voce e imponendo un qualcosa, e la risposta dell’altro è una finta subordinazione alla volontà dell’altro con il proposito chiaro, appena se ne presenterà l’occasione, di prendersi una bella rivincita. La risposta manipolativa porta ad una facciata di falsità dove il conflitto sembra essere ricomposto mediante l’accettazione della regola dell’altro, che, di fatto, viene però abbondantemente violata, seppur di nascosto. Molti tradimenti coniugali, societari o politici hanno a che vedere con questo tipo di escalation, molto meno evidente di quella aggressivo-aggressivo. Il grande problema con l’escalation aggressivo-manipolativa è che essa crea separazione tanto in chi ha aggredito quanto in chi ha manipolato. Chi ha aggredito ha la percezione che il suo “diritto” sia stato rispettato, ma si sbaglia di grosso, perché il messaggio che riceve è falso. Chi invece manipola nasconde all’altro tutta una zona di sé e quindi su questo livello non mette in relazione se stesso, privando l’altro di questa fondamentale ricchezza. Nel tempo, chi subisce l’attacco manipolativo vive una tipica sensazione di disagio e confusione cronica, in quanto riceve un doppio messaggio: su di un livello ha la percezione che tutto vada bene, ma mediante la comunicazione non verbale ed i fatti, gli arriva un messaggio discordante. Conseguenza di questo è che non sa più a chi credere, se alle proprie sensazioni oppure ai messaggi dell’altro.
La forma aggressivo-passiva è praticamente simile alla precedente, con l’unica differenza che chi accetta la regola contro voglia non si costruisce una strategia per fregare l’altro ma sta al gioco della vittima. La controffensiva è fondata su un sabotaggio lento, sul non dare soddisfazione, sul lamentarsi continuamente, sul ritiro nella solitudine o nella malattia. Una tipica scena è quella del marito tirannico che vuole uscire con gli amici per fare una passeggiata, entusiasta della bella giornata, ma la moglie, con fare sofferente (come a voler dire: «Ti rendi conto che fatica tirare su i figli, lavare, stirare..»), gli dice: «No, non me la sento proprio, sai che prendo le pillole per l’ansia». Vorrebbe anche lei fare una passeggiata, ma la tentazione di sabotare l’entusiasmo del marito è troppo forte. Lui allora esce da solo sbattendo la porta, e quando ritorna la sera trova la donna china a lavare i pavimenti, vestita nel modo meno attraente possibile e con una chiara espressione di fatica e di pena in volto. L’atmosfera familiare è pesante e lui se ne lamenta a cena, dove chiaramente in tavola manca il sale, come al solito. Poi, nel momento fatidico dell’appuntamento nel talamo nuziale, con le sue delizie, l’attacco passivo ovviamente consisterà in una silenziosa ritirata nel letto, dove lei immancabilmente darà le spalle al marito, e se lui caparbiamente tenterà delle avances, la rispostà della donna avrà una di quelle chiare connotazioni medicali tra le quali tradizionalmente regnano sovrani il “mal di testa” ed il “mal di schiena”.
Lascio ora che sia il lettore a costruire degli esempi sulle altre combinazioni possibili, seppur meno frequenti, di escalation: la manipolativo-manipolativa, quella passivo–passiva e la manipolativo–passiva. Io passerò invece ad illustrare, entrando per una volta nel dettaglio, un tipo di escalation molto frequente che noi definiamo dell’io ho ragione e tu hai torto o, più simpaticamente, della partita di ping–pong.

L’escalation del tipo “io ho ragione e tu hai torto”
Ognuno di noi nella sua vita è incappato almeno una volta nella terribile trappola che deriva da un tentativo maldestro di gestire questi eventi comunicazionali di disagio: una partita a “io ho ragione e tu hai torto”. Edward de Bono, nei suoi famosi libri “Io ho ragione, tu hai torto” e “Valori”, illustra con molta sagacia e profondità tale atteggiamento comunicazionale. In una partita di “torto o ragione” le persone, che chiameremo qui per semplicità A e B, utilizzeranno il seguente schema comunicazionale:

A afferma la sua idea;
B dice qualcosa del tipo: «Comprendo la tua idea, però... » e subito afferma la propria idea;
A risponde dicendo: «Guarda che ti stai sbagliando perché... » e inizia a snocciolare delle prove che dimostrano quanto la sua idea sia giusta;
B cerca allora di smontare le prove che A adduce argomentando sulla verità e sulla fondatezza della propria tesi, rinforzando il numero di prove a favore;
A non si dà per vinto e inizia a ragionare per assurdi, utilizzando al meglio un vecchio trucchetto della retorica che si chiama ragionamento per opposti: «Allora, se è vero quello che tu dici dovremmo tutti... (l’opposto di quello che B ha affermato)», «Allora secondo te dovrebbe sempre essere sbagliato... (ancora l’opposto di quello che B ha affermato)». Scopo di questo atteggiamento è cercare di rendere assurda la tesi di B ricorrendo ad un’esagerazione;
B vede di non riuscire a convincere A che si sta sbagliando di grosso e quindi, pur di prevalere, decide di spostare l’attenzione dall’argomento in questione alle qualità intellettive o morali di A: «Senti, ok, va bene, hai ragione tu... (intendendo con il tono di voce qualcosa del tipo “ti dico così perché con te non si può parlare”)»;
A a questo punto, sentendosi ferito, potrà ad esempio arrabbiarsi e imprecare: «Cosa cavolo dici, che sono pazzo (stupido, ignorante, imbecille…)?»;
B risponde gentilmente: «Non arrabbiarti, dai, stiamo solo discutendo... »;
A ancora più contrariato: «Come non arrabbiarti, ma stai scherzando, sei proprio un serpente tu!... ».

Lascio al lettore la libertà di immaginare il finale che maggiormente desidera o che ritiene più probabile nella discussione tra A e B. Appare ovvio che questo conflitto ha prodotto il cambio di percezione dal problema al carattere dell’altro e l’uso di manovre non assertive, ostili e scorrette, che noi chiamiamo attacchi. Gli attacchi hanno fatto deviare la comunicazione dal livello del problema (contenuti della discussione) al livello delle identità (io e tu).
Se analizziamo quanto è successo tra A e B ci rendiamo subito conto di alcuni punti focali che hanno preparato l’escalation:
• entrambi avevano l’intenzione di convincere l’altro;
• entrambi non ascoltavano;
• entrambi non riformulavano;
• entrambi hanno usato la formula del «sì, capisco... però... »;
• entrambi hanno cercato di smontare l’altro dicendogli: «ti stai sbagliando... »;
• entrambi hanno voluto affermare la superiorità della propria idea affermando: «io ho ragione e la mia idea è migliore della tua... »;
• entrambi hanno cercato di ragionare sulla base di prove: «la mia idea è migliore della tua perché... ».

Queste modalità rappresentano uno stile inefficace di gestione dei conflitti molto comune. Se analizziamo in profondità questo schema ci rendiamo conto che apparentemente si discute intorno alla veridicità di un’opinione, il che potrebbe sembrare un diritto appartenente alla nostra specie evoluta ed intelligente. Ma, se scaviamo sotto la superficie dell’apparente discutere intorno alle opinioni, troviamo due principali correnti sotterranee che motivano il restare rigidamente ancorati alla propria fazione:
1) Conflitti di valori, di gusti, di interessi, di cambiamento, influenzano normalmente le opinioni e quindi, se uno dei due le accettasse, accetterebbe la motivazione profonda, con il risultato di far passare il criterio di scelta o l’interesse o la direzione esistenziale dell’altro. Nelle prossime puntate chiarirò al lettore queste dinamiche ed il loro peso nelle relazioni.
2) Accettando l’opinione altrui, spesso si accetta anche una regola del rapporto che, a questo punto, viene determinata dall’altro.
Ognuno di noi, per esperienza, sa che è più difficile cambiare una regola ormai entrata nel costume di un sistema che non accordarsi sulla regola dall’inizio. Nelle regole di convivenza dei sistemi, specie quelli familiari e amicali, che di solito sono regole di fatto e non scritte (come accade invece in quelle dello Stato, sancite da leggi e codificate), accade ciò che accade nelle abitudini umane: cambiare un’abitudine costa moltissimo, perché bisogna non solo spendere molte energie per introdurre quella nuova, ma fare una fatica doppia in per contrastare efficacemente e per un lungo periodo quella vecchia.
Trattando questi argomenti spero di aver motivato il lettore a proseguire la lettura di questa rubrica che nelle sue prossime puntate, affronterà le categorie che descrivono gli eventi di disagio in chiave fenomenologica. Vorrei assegnare ancora una volta ai più volenterosi un piccolo compito: quando in una relazione accade qualcosa che vi turba annotate su un piccolo quaderno la catena di eventi e di comunicazioni che ha portato a generare in voi il senso di disagio. Alla fine provate a guardare dal di fuori questo evento come se riguardasse un’altra persona, cioè mettetevi in posizione 3 (vedi seconda puntata) e provate a dare un titolo all’evento accaduto evitando di dare un titolo alle persone!
Un caro saluto a tutti i lettori, che spero sempre più numerosi, e un arrivederci a venerdì prossimo, 10 dicembre.

Paolo Baiocchi

(5 – continua)









COMUNICAZIONE SANA/Sesta puntata


Comunicazione individuale
e comunicazione sistemica

Comprendere la differenza tra “Comunicazione individuale” e “Comunicazione sistemica” non è facile, almeno non lo è stato per me. Dopo aver insegnato il metodo Comunicazione Sana per tanti anni nella sua forma professional in aziende pubbliche e private di tutta Italia, e nella sua forma base per tantissimi privati, mi sono reso conto che esso dava sì risultati, ma esisteva un punto in cui le persone non riuscivano ad avvantaggiarsene come io speravo. Nel tempo ho notato che le persone utilizzavano i principi, le tecniche e le conoscenze del metodo per cercare di migliorare la loro situazione personale. Questo avveniva, il metodo dava loro forza e positività, chiarezza e precisione, ma non creava magia, quella magia che so essere possibile creare nelle comunicazioni di alta qualità. Quando un team funziona o quando una coppia marito-moglie funziona, si genera un fenomeno particolare che mi piace chiamare “magia”. È difficile descrivere in modo scientifico questo fenomeno, quanto cercare di comprendere scientificamente le qualità estetiche ed evocative della musica classica o della pittura dei grandi maestri, ma si può tentare una descrizione fenomenologica mediante parole come armonia, sinfonia, concertazione, unisono, ecc. Quando una pietanza è preparata in modo eccellente genera in noi un piacere particolare, nel quale si distinguono i singoli sapori, ma al tempo stesso essi contribuiscono a generare una sensazione unica che ha una incredibile dose di armonia, come se essi creassero uno sfondo piacevole ed equilibrato. Lo stesso accade nelle relazioni umane quando le comunicazioni sono di qualità. Mi sono così reso conto che mancava un fattore fondamentale nel metodo: la “Comunicazione sistemica”.
Detto in termini semplici la comunicazione sistemica è quella in cui una persona comunica non per il proprio bene ma per il bene del sistema. Ad esempio, quando un uomo e una donna decidono di diventare una coppia essi generano un sistema. Quando due persone decidono di diventare amiche, generano un sistema. Quando due soci costituiscono una società o un gruppo di persone decide di diventare un team, essi generano un sistema. Qualsiasi ufficio del Comune o della Provincia o di una azienda privata è un sistema. Il Comune di Trieste, considerato nel suo insieme, è un macrosistema costituito da sistemi più piccoli. Ogni volta che due o più individui costruiscono un sistema, oltre agli “io” presenti si genera l’elemento “noi”. Questo “noi” è descritto con un famoso adagio della Gestalt: l’insieme che supera la somma delle parti.
Se analizziamo la coppia, il sistema che nel campo affettivo è il luogo della maggior parte dei disagi riferiti nelle sedute di psicoterapia da me condotte, notiamo che quando un uomo e una donna decidono di costituirla, da due si passa a tre. Difatti gli individui sono due ma esiste un elemento in più costituito dal legame tra i due, e che tra i due genera una sorta di nuovo individuo: la coppia, il “noi”. Questa definizione, che può sembrare paradossale e intellettualmente contorta, presenta degli incredibili risvolti pragmatici. Quando, ad esempio, l’uomo, nel rapporto con la propria partner, difende ostinatamente un suo interesse, ha un atteggiamento che può causare nella partner una serie di difficoltà e costruire muri comunicazionali, mentre questo di solito non accade se lui difende con la stessa ostinazione l’interesse comune, anzi, questo spesso comporta un aumento della fiducia di lei.
Se in un team di cinque persone un individuo sottolinea un suo disagio personale e non desiste dalle sue lamentele al fine di catalizzare l’interesse del gruppo, a volte può andare bene, ma a volte si può determinare una sorta di perdita di concentrazione e di attenzione da quelli che sono gli obiettivi del team. Ho visto che spesso le attività delle aziende vengono paralizzate da individui che continuano a lamentarsi, pretendere, chiedere, esprimere disagio individuale e riempirsi di rancore e insoddisfazione quando il gruppo non soddisfa le loro esigenze illegittime, fino ad arrivare a comportamenti di sabotaggio del sistema quale “lecita” vendetta e modalità per pareggiare i “soprusi” del sistema contro l’individuo. Ma se queste persone vedessero che appartengono ad un sistema e che i bisogni e i problemi del sistema sono generalmente più importanti dei bisogni e dei problemi individuali, forse smetterebbero di chiedere cose illegittime e si preoccuperebbero di risolvere i problemi del sistema con le loro forze oppure chiedendo aiuto al gruppo. Di solito i sistemi, per la legge di autoregolazione organica dei gruppi, sono molto sensibili nel discriminare se una richiesta viene fatta per il bene della comunità o per il solo interesse individuale e tendono a sostenere chi si occupa del sistema escludendo, e “tagliando fuori”, chi persegue fini individualistici, di fatto sfruttando il sistema per se stesso.
Una famiglia composta da marito, moglie e un figlio, quanti sistemi contiene? Quattro: il primo è la famiglia, il secondo la coppia marito-moglie, il terzo la diade padre-figlio ed il quarto la diade madre-figlio. I componenti della famiglia sono tre, ma gli elementi sono sette: tre componenti più quattro sistemi. Una famiglia fatta da marito, moglie e due figli apre invece ad un’enormità di possibili sistemi (fratello-fratello, padre-figlio1, padre-figlio1-figlio2, padre-madre-figlio1, ecc.).
Un sistema è come il corpo umano. Così come il corpo umano è formato da organi che non pensano in modo individualistico, ma lavorano per il bene del sistema, un vero sistema è costituito da individui che decidono di investire le loro energie più per il bene del sistema che per il proprio bene individuale. Così un uomo e una donna che decidono di fare una coppia, o due persone che decidono di costituire una società, se la costruiscono veramente, accettano di limitare la propria libertà personale per rendere il sistema più importante di loro. Ovviamente il sistema sviluppa una forza maggiore di quella che potrebbe generare l’individuo da solo e quindi è in grado di dare, in un secondo momento, degli scambi più nutrienti di quelli a cui avrebbe accesso il singolo. Questo atto di rinuncia alla libertà non è né un atto morale, né un esercizio masochistico, quanto, invece, una scelta possibile che presenta straordinari vantaggi se le persone riescono a far funzionare il sistema. Il grande problema con i sistemi è che spesso gli individui che li compongono, come ogni consulente matrimoniale o commercialista ben sa (parlando dei sistemi coppia e società), vivono dei disagi, cominciano ad attaccarsi, litigare, andare in escalation e le ferite iniziano ad indebolire il legame e la fiducia reciproca. Quando la fiducia diminuisce e scende sotto un livello critico le persone tendono a scegliere come situazione di maggiore sicurezza, il tornare ad essere individui, rinunciando ai vantaggi del sistema, per avere la certezza di non essere più feriti e sfruttati. Questo ritirarsi dal sistema per tornare ad essere individui si chiama rottura del sistema. Molte separazioni, divorzi, società chiuse, devono a questo meccanismo relazionale la causa principale del fallimento. Appare evidente quanto sarebbe importante imparare a leggere gli eventi fenomenologicamente, gestendoli senza cadere nella terribile modalità di comunicazione fondata sul controllo che, ferendo, indebolisce i legami e riduce l’ iniziale fiducia reciproca. Le persone che hanno sviluppato quella che Daniel Goleman chiama “intelligenza emotiva” sanno appunto restare incollate agli eventi gestendoli con efficacia senza ferire e senza subire; quindi non solo sanno conservare i sistemi che creano ma, soprattutto, sanno aumentare la fiducia che provano ed evocano negli anni.
Questo argomento presenta, inoltre, delle insospettate valenze sul livello della salute psichica. Ognuno di noi può facilmente rendersi conto di quanto le persone disturbate psicologicamente siano, purtroppo, scarsamente capaci di costruire sistemi validi che durino negli anni. Esse tendono ad isolarsi, inviando messaggi equivoci o addirittura falsi, oppure a non rispettare i principi fondamentali di comunicazione (che vedremo pian piano nelle prossime puntate). Un modo così bizzarro e disarmonico di comunicare fa sì che le persone tendano ad evitare la costruzione di legami con questi individui. La cosa che non si sa è che per il nostro sistema limbico, cioè per il cervello da mammifero che in noi convive con il cervello logico-verbale e con quello esistenziale, la perdita del legame comporta uno stato di angoscia terribile che, riprendendo il termine freudiano, ho chiamato angoscia libera. L’angoscia libera è l’angoscia senza oggetto, quella cioè che non si manifesta in associazione a ciò che l’ha causata, ma, piuttosto, slegata da eventi ansiogeni apparenti. Nella mia percezione l’angoscia libera è legata alla perdita dei legami.
In Comunicazione Sana esiste uno specifico “Strumento di lettura” chiamato Analisi del Sistema che permette di studiare, mediante una differenziazione in categorie, gli eventi comunicazionali dal punto di vista della “Comunicazione sistemica” al fine di permettere all’individuo di decidere se concentrare la propria energia su scopi individuali o sistemici, sulla base della sua scelta intenzionale o su ciò che risulta essere più adeguato. Come tutti gli altri “Strumenti di lettura”, anche Analisi del Sistema non dice all’individuo cosa deve fare, non pregiudica quindi le sue scelte, ma dà un’informazione il più possibile precisa su quale realtà specifica l’individuo sta fronteggiando, al fine di ottenere il massimo dell’efficacia con il minore spreco di energie, e soprattutto per costruire un sostengo che consenta di non precipitare nella perdita di lucidità che invece occorre avere assolutamente quando lo stress emotivo porta il cervello alle soglie della reazione emotivo-comportamentale.
La prossima settimana parleremo più dettagliatamente della lettura fenomenologica degli eventi comunicazionali. Per ora un caro saluto a tutti e un arrivederci a venerdì prossimo, 17 dicembre.

Paolo Baiocchi

(6 – continua)









L’Istituto Gestalt Trieste propone un programma di formazione in Psicoterapia della Gestalt. La Psicoterapia della Gestalt nasce intorno agli anni 50 dal genio del fondatore Fritz Perls, che fuse in essa la tradizione psicanalitica, le correnti filosofiche esistenzialiste e soprattutto l’approccio fenomenologico, che era il fondamento dell’agire della psichiatria europea prima dell’avvento degli psicofarmaci, e per ultima la Psicologia della Gestalt.

L’aspetto rivoluzionario della Gestalt in quei tempi consisteva nel dare spazio e centralità alle elaborazioni emozionali, corporee ed esperenziali al posto della sola rielaborazione cognitiva dei temi emergenti dal paziente.

L’Istituto Gestalt Trieste offre un programma formativo che si incentra sulla costruzione di risorse in due principali aree: lo sviluppo personale e un metodo strutturale di intervento terapeutico. Lo sviluppo personale prevede che l’allievo compia 160 ore di psicoterapia personale in quanto nel nostro approccio, fondato su di una relazione autentica con il cliente, crediamo sia necessario accettare la sfida di trasformare se stessi insieme al paziente e praticare nella vita gli stessi strumenti esistenziali di gestione dei temi di vita che offriamo ai pazienti. Se lo sviluppo personale risulta essere indispensabile nella dimensione della autenticità e umanizzazione della relazione terapeutica è al tempo stesso altrettanto importante garantire una solido apparato tecnico e teorico di riferimento per poter affrontare con successo i temi di vita dei pazienti. A questo scopo la nostra Scuola garantisce la costruzione di un modello di approccio che a partire della Diagnosi Fenomenologica permette la costruzione di chiari e semplici progetti terapeutici. La Diagnosi Fenomenologica è concentrata sulla comprensione della relazione esistente tra gli eventi di vita e le risposte organismica, emotiva, mentale e culturale ad essi dell’essere umano.

Paolo Baiocchi è medico psichiatra e psicoterapeuta. Dopo una formazione in ipnosi dove iniziò ad esplorare gli stati di Coscienza si è dedicato completamente alla Psicoterapia della Gestalt individuale e di gruppo. La sua indagine sui funzionamenti interiori della mente e sul processo terapeutico si è concentrata sui campi della comunicazione umana, dove ha messo a punto un metodo denominato “Comunicazione Sana” e sul tema delle emozioni di disagio. In particolar modo è coinvolto nella costruzione di metodi per diffondere a largo raggio la conoscenza delle emozioni e delle modalità per la loro gestione mediante lo sviluppo dei poteri della mente. Infatti, mediante la scoperta della possibilità di calmare le proprie emozioni di disagio con lo sviluppo di atteggiamenti interiori diviene progressivamente possibile raggiungere un affrancamento dalla sofferenza e la costruzione del potere esistenziale che permette di scrivere autonomamente la propria narrazione di vita.