COMUNICAZIONE SANA/Psicologia Fenomenologica
Settima puntata

La lettura fenomenologica
degli eventi comunicazionali

Nelle nostre precedenti puntate abbiamo considerato l’importanza che riveste nel metodo di Comunicazione Sana la fase di lettura degli eventi in chiave fenomenologica e quanto questa debba sempre precedere non soltanto la fase di gestione dei problemi e dei conflitti che avvengono nelle relazioni umane ma anche quella della non semplice fase di comprensione del vissuto del nostro interlocutore. Abbiamo inoltre studiato la comunicazione fondata sullo scambio e quella fondata sul controllo; abbiamo visto come, per avere il controllo, ricorriamo agli attacchi e come le ferite conseguenti agli attacchi possano alimentare una spirale difensivo-vendicativa chiamata escalation. Per interrompere o evitare questo terribile pericolo la chiave fondamentale viene offerta da una osservazione lucida degli eventi che accadono, in cui bisogna praticare ciò che gli antichi Greci definivano epochè, cioè la sospensione dei giudizi e delle interpretazioni reattive. Nelle settimane scorse abbiamo inoltre enunciato che è necessario comprendere gli eventi prima di comprendere i vissuti. Oggi vorrei spiegare come funziona la percezione reattiva che ci porta a reagire nella comunicazione, attivando nel nostro cervello uno stato difensivo che è il preludio al comportamento di attacco.
Il nostro cervello non risponde mai agli eventi in sé, ma soltanto ai titoli che ad essi diamo, attribuendo ad essi il significato. Le emozioni che proviamo ed i comportamenti che spontaneamente e deliberatamente tendono a nascere in noi, sono sempre conseguenze dei titoli che diamo agli eventi e mai conseguenze degli eventi stessi, in quanto essi acquisiscono significato per la nostra mente soltanto dopo che ad essi è stato attribuito un titolo.
Cerchiamo di capirci meglio con un esempio concreto. Immaginate di essere su un autobus, e, dovendo fare un percorso di venti minuti, vi siete portati un libro o un giornale da leggere. Ad una fermata salgono due bambini e un adulto, che probabilmente è il loro papà. Dopo pochi secondi i bambini cominciano a saltare e correre lungo tutto l’autobus, ad arrampicarsi come scimmie ai vari supporti metallici e a fare un gran chiasso, disturbando i passeggeri.
Adesso immaginate di vivere davvero questa situazione, come se foste veramente sull’autobus… e sentite che emozioni state provando: cosa provereste se foste lì? Osservate nella vostra percezione come vi appare questa scena, cosa ad esempio pensate del papà. Inoltre, provate ad immaginare di voler dire qualcosa a quest’uomo: cosa gli direste?
Notate quindi:
a) cosa sentite (l’emozione prevalente che provate);
b) come vedete la situazione (che percezione avete di questa scena);
c) che comportamento adottereste (cosa direste e in quale tono).

Ora immaginate di aver agito realmente così. Andate da quest’uomo e gli dite qualcosa: cosa avete pensato? Quest’uomo vi guarda con occhi un po’ persi e un po’ tristi e dice «Sì, sì, lo so, é terribile, coi bambini non so cosa fare, siamo appena usciti dall’ospedale, mia moglie aveva avuto un ictus ieri ed è appena morta…». E mentre parla vi rendete immediatamente conto che non è una finzione, un’invenzione del momento, si tratta di una cosa reale; l’uomo è completamente stordito e non riesce in questo momento ad essere un punto di riferimento contenitivo per i suoi figli.
E’ il momento di riguardare nuovamente la scena. Cosa sentite? Osservate qual’è la vostra percezione attuale nella stessa identica situazione. Il fatto oggettivo è che un padre non dice nulla quando i suoi due figli si agitano con troppa vivacità in una situazione che normalmente prevede un comportamento educato e disciplinato. Che percezione avete adesso dell’uomo? Quale sarebbe il vostro comportamento ora?
Immagino che percezione, emozione e comportamento abbiano subìto un cambiamento, a volte drastico: ciò è veramente interessante perché, in questi casi, si realizza uno shift (un salto) di paradigma. Il cambio del punto di vista, molto probabilmente, è originato dal passaggio da un titolo che spiega i fatti in termini di educazione e di rispetto delle regole sociali ad un titolo che permette di dare un significato in termini di eventi emotivi relazionali. Nel primo caso la lettura dei fatti porta a considerare il padre come assente e maleducato, e il titolo della scena potrebbe essere “la famiglia dei maleducati”; l’emozione che deriva da questa lettura sarà di fastidio e rabbia, e il comportamento conseguente tenderà ad essere correttivo o critico.
Un altro tipo di percezione della stessa scena deriva invece da una lettura corretta di quello che è successo: in questo caso percepiamo gli stessi fatti come un dramma umano, cioè un lutto; il titolo potrebbe essere “un uomo colpito da una disgrazia”. Questo nuovo titolo porta il nostro vissuto a prendere una connotazione diversa: sentiamo dolore, tristezza ed anche il nostro comportamento vira dal voler insegnare l’educazione al dare sostegno e affetto. E’ incredibile come ogni essere umano possa leggere le situazioni da tanti punti di vista.
Così, come nell’esempio del nostro autobus, il cambio di percezione, dovuto a una lettura fenomenologica accurata, porta ad un cambio di emozioni e potenziali comportamenti, anche nelle situazioni comuni di vita una lettura accurata può permetterci di comunicare con maggior efficacia. Non solo, ma negli anni ci è parso di cogliere un principio comunicazionale di estrema importanza: è impossibile gestire con efficacia un evento a cui si è dato un titolo scorretto. Nel metodo Comunicazione Sana per giungere ad una lettura fenomenologica accurata ci avvaliamo di quattro “Strumenti di lettura” (nella prossima puntata ve ne illustrerò sinteticamente due).
Ad esempio, quando abbiamo definito “lutto” l’evento chiave della scena del padre sull’autobus ci siamo riferiti ad uno “Strumento di lettura” chiamato “Analisi dell’episodio”, che differenzia gli eventi che accadono nei rapporti interpersonali in nove categorie: una di esse è definita “conflitto di cambiamento” ed è quella che contiene tutti gli eventi che noi chiamiamo “lutti” ma non solo, in quanto in questa categoria troviamo anche le separazioni ed i cambiamenti. Ogni evento di perdita, come la morte di una persona cara, o un cambiamento, come la nascita di un figlio, oppure la separazione da un amico, da un partner, da un gruppo o da un contesto affettivo o professionale al quale ci siamo legati in passato, rappresenta un tipico evento comunicazionale che differisce ad esempio dal “conflitto di interessi” o da un “conflitto di valori”, che sono altre due categorie di definizione di eventi. Ogni “conflitto di cambiamento” viene gestito da un “Processo di risoluzione” definito fluire, rappresentato da un tipico stile di comunicazione che vuole raggiungere una serie di obiettivi relazionali utili ad affrontare la situazione di perdita nel migliore dei modi, permettendo cioè ai comunicatori di risolvere il problema umano del fronteggiare le perdite lasciando andare ciò che non è più possibile trattenere, usando al meglio ciò che si è appreso e vissuto nel periodo in cui abbiamo goduto del legame, trovando la forza e il modo per lanciarsi verso nuove sfide che il futuro ci prospetta.
Quando una persona non riesce a fluire normalmente congela il dolore della perdita con tutti i tesori affettivi che aveva trovato nel legame passato, entra nel giudizio e nelle accuse rispetto al cambiamento e spesso rimane ancorato e bloccato nel passato che non ha saputo lasciar andare. Questo stile comunicazionale detto fluire è straordinariamente diverso da quello che gestisce la categoria “conflitto di interessi” gestita dal “Processo di risoluzione-negoziare” che ha obiettivi procedurali, stili e modi comunicazionali completamente diversi, comunque finalizzati a trovare un accordo che tenda a soddisfare nel modo più equo i bisogni, i desideri o i sogni di entrambi gli interlocutori.
Appare abbastanza facile immaginare ed intuire cosa succederebbe se nel nostro autobus la persona tendesse ad utilizzare con il padre lo stile negoziare. Molto probabilmente la comunicazione si interromperebbe, in quanto tale stile non incontra l’evento centrale dominante che ormai abbiamo chiaro essere un “conflitto di cambiamento”.
Un carissimo saluto e l’arrivederci a venerdì prossimo, 31 dicembre.

Paolo Baiocchi

(7 – continua)

COMUNICAZIONE SANA/Ottava puntata

Gli strumenti di lettura fenomenologica

Questa settimana vorrei elencare in linea generale due dei quattro “Strumenti di lettura” del metodo Comunicazione Sana, in modo che il lettore ne possa avere una visione panoramica, di insieme; le prossime puntate saranno invece dedicate all’approfondimento, con spiegazioni dettagliate su ognuno di essi e sul loro funzionamento.

Analisi dei rapporti
Il primo strumento si chiama analisi dei rapporti. Quando due persone comunicano parlano di infiniti contenuti, che rappresentano il tema attuale del momento ma che fluiscono con il cambiare di panorami ed eventi nella vita quotidiana. Ad esempio, al mattino una donna si alza e dice al marito di svegliare i figli, poi va in cucina e chiede chi la può aiutare a preparare la colazione, poi si accorda con i figli sulle cartelle e con il marito su chi dei due potrà liberarsi per andare a prendere il più piccolo a scuola, e così via. Se osserviamo, nella comunicazione parliamo continuamente per vari motivi, ma il più importante è quello di accordarci con gli altri per risolvere piccoli problemi o costruire delle realtà desiderate. Ma, al di là dei contenuti di cui si parla - come affermava già decenni or sono Paul Vatzlawick - ognuno di noi imposta una certa natura del rapporto: ad esempio, è diverso dire ad una persona «Dammi la penna» con tono di richiesta oppure con tono di supplica, con tono imperativo o disperato. Mediante il livello non verbale, a seconda di come parliamo e non di cosa diciamo, noi impostiamo la natura della relazione. Mentre i contenuti della comunicazione cambiano incessantemente, il tipo di rapporto impostato tra due o più individui tende ad essere ben più stabile.
Lo strumento analisi dei rapporti studia i tipi di relazione possibili tra due individui, collocandoli in otto diverse categorie, quattro di tipo professionale e quattro di tipo personale o affettivo. Perché è importante studiare queste otto categorie e leggere le nostre relazioni all’interno di esse senza esprimere giudizi, e quindi in chiave fenomenologica? Molti sono gli usi che è possibile fare di questo strumento, però, restando ad un livello molto semplice e facilmente comprensibile, perché, secondo noi, una relazione non può essere costruita in modo casuale o arbitrario, anzi per poter funzionare deve essere costruita su una sola categoria, quella adeguata al tipo di contesto. In secondo luogo non è possibile impostare con la stessa persona due categorie affettive o due categorie professionali contemporaneamente, pena un’importante interferenza con il funzionamento corretto della relazione. Ad esempio, un genitore dovrebbe rimanere incollato a vita alla categoria amore genitoriale senza mai diventare un amico, un partner o un figlio del proprio figlio. Quando le persone non conoscono queste categorie e le confondono, rischiano di impostare male il rapporto. Questa cattiva impostazione genera un profondo disagio cronico nella relazione che non riguarda i singoli contenuti, quanto piuttosto una sofferenza e una difficoltà di fondo nella relazione che si manifestano in modo larvato. Così come accade nelle malattie croniche, in cui non ci sono sintomi di dolore acuto ma un indebolimento di fondo a cui ci si abitua, anche nelle impostazioni scorrette di rapporto si assiste ad un disagio che permette una sorta di convivenza con l’altro, pur venendo a mancare la freschezza e la forza degli scambi possibili nelle relazioni impostate correttamente. Ancora una volta, comprendere la natura del rapporto è il primo passo per rimettere in ordine una relazione, qualora con questo strumento si identifichino delle disfunzionalità, così come conoscere le categorie aiuta una persona a garantirsi un’impostazione corretta del rapporto sin dall’inizio, assicurandosi che almeno per quest’aspetto la relazione possa fluire naturalmente, senza intoppi.

Analisi dell’episodio
Il secondo strumento che desidero presentarvi è l’analisi dell’episodio, che rappresenta il cuore del metodo, in quanto permette ad una persona di dare un nome, un titolo funzionale agli eventi del momento. Se lo strumento “analisi dei rapporti” studia la natura di fondo della relazione che avviene tra due persone, lo strumento “analisi dell’episodio” sostiene la lettura corretta degli eventi che accadono dentro tale rapporto.
Questo strumento è composto da una griglia di nove categorie di eventi comunicazionali, ognuna delle quali presenta una ed una sola modalità di gestione di quel tipo di evento, al punto che se si utilizza una delle altre otto modalità di risoluzione il processo si blocca e non si arriva da alcuna parte. Così, come per tagliare una tavola un falegname deve per forza usare una sega - perché se utilizzasse la pialla, il martello, la colla o lo scalpello da intarsio farebbe una fatica terribile, perderebbe tempo senza arrivare al risultato desiderato - allo stesso modo una delle nove categorie di questo strumento prevede l’uso di uno specifico stile di gestione comunicazionale che, nel nostro metodo, viene chiamato “Processo di risoluzione”.
I “Processi di risoluzione” (cioè sega, pialla, colla ecc. nella metafora del falegname) sono ovviamente nove e non riguardano la lettura ma la parte operativo-gestionale del metodo: considerano quindi una fase in cui, una volta letto l’evento, si inizia a comunicare con l’altro per gestire tale evento guidati dalla logica interna al “Processo di risoluzione” più adatto.
Questa parte del metodo può risultare difficile all’inizio e richiedere un certo livello di esercizio, nonostante ciò risulta fondamentale imparare ad utilizzare queste nove categorie se si vuole migliorare la propria capacità di risoluzione degli specifici accadimenti relazionali. Per comprendere questo principio in modo intuitivo dobbiamo operare una prima distinzione tra l’avere un “problema relazionale” e l’avere un “conflitto relazionale”. La grande differenza tra un problema ed un conflitto è che il problema e di uno solo dei comunicatori, mentre il conflitto coinvolge entrambi i comunicatori.
Facciamo qui di seguito alcuni esempi molto comuni di problema relazionale.
Una donna si lamenta perché il marito arriva molto spesso in ritardo. Secondo “Analisi dell’episodio”, questo è un problema e più specificamente un “problema della donna”. Molto spesso si è portati a pensare che se il marito arriva in ritardo deve aver avuto un contrattempo, per cui la categoria corretta sarebbe “un problema di entrambi”, quindi un conflitto. Ma questa opinione, pur essendo corretta dal punto di vista della logica causale che di solito utilizziamo, non lo è dal punto di vista della logica della relazione che dice che, a prescindere dal fatto che uno dei due possa aver avuto problemi personali che lo giustifichino, egli è venuto meno a un accordo. La logica delle relazioni si fonda sul fatto che le persone si associano e si accordano per risolvere insieme dei problemi e quindi costruiscono dei sistemi che devono essere regolati da regole e contratti. In un sistema i bisogni del sistema diventano comunemente più importanti dei bisogni degli individui che generano il sistema stesso. Quindi chi arriva in ritardo, anche se ha avuto problemi individuali, dal punto di vista relazionale ha violato un accordo e questo viene prima delle sue problematiche individuali.
Un uomo è sposato a una donna alcolista che quando beve diventa depressa, critica o violenta. In questo caso la categoria di riferimento corretta dal punto di vista relazionale indicherebbe un “problema dell’uomo”. Anche qui si incorre in una svista colossale molto comune. Il fatto che la moglie sia dedita all’alcool, sempre secondo la logica causale, sembra indicare che ella sia afflitta da “problemi psicologici” che appaiono come il centro della faccenda. Ma da un punto di vista relazionale la donna, alterando cronicamente la propria coscienza con l’abuso dell’alcool, crea un danno al sistema matrimoniale e quindi, più che avere dei problemi crea dei problemi, al sistema innanzitutto (pensiamo se ci sono dei figli, magari piccoli), e in secondo luogo al marito che non può contare su di lei per moltissime attività quotidiane, per avere un sostengo emotivo-affettivo che lui invece mette all’interno della relazione; oltre a ciò, essendo alterata, lei critica e diventa violenta, quindi rappresenta un potenziale distruttivo che danneggia sistema e individui che lo compongono. Il problema, quindi, è del marito. Anche questa volta notiamo che la donna viene meno a tutta una serie di accordi relazionali che sono le fondamenta del sistema “matrimonio”, creando quindi dei disagi alla relazione, al marito e a tutte le persone che appartengono al sistema o che vengono in contatto con esso, come ad esempio i vicini di casa, i parenti ecc. Come possiamo notare, la lettura relazionale vuole che questo sia un problema del marito, anche se non possiamo escludere che in una lettura psicologica individuale (e quindi non relazionale) la donna possa risultare oppressa da problemi personali importanti come, ad esempio, traumi infantili, povertà affettive, problemi di attaccamento ecc. E’ di fondamentale importanza operare questa differenziazione tra problemi individuali e relazionali in quanto, se il marito si concentra sui problemi individuali della moglie sarebbe tentato di comprendere la moglie, ma in questo modo non arriverebbe da nessuna parte in quanto la moglie potrebbe rispondergli: «E’ la mia vita e ci faccio quello che voglio io, a me non crea nessun problema il fatto di bere, anzi mi piace, e poi non bevo neanche tanto…» mentre se il marito leggesse il problema relazionale si renderebbe conto che in questo livello è lui ad essere danneggiato dalle ripetute violazioni dell’accordo da parte della moglie. Egli quindi non deve comprendere ma farsi capire, cioè far sì che i suoi messaggi oltrepassino le difese della moglie finché lei si renderà conto che sta creando un problema al sistema. In questo caso la moglie non potrà più rispondere come nel nostro precedente esempio, ma sarà costretta a negare di bere tanto oppure a prendere atto del fatto che i suoi comportamenti hanno delle conseguenze negative per le persone che la circondano.
In questi due casi abbiamo enunciato due categorie di lettura di eventi (delle nove complessive) che nel nostro metodo sono chiamate “problema mio” e “problema dell’altro”. Queste categorie indicano la necessità di utilizzare due “Processi di risoluzione” diversi denominati rispettivamente farsi capire e capire l’altro. Esistono inoltre cinque categorie di conflitto relazionale che tratteremo nel nostro prossimo appuntamento.
Per ora tutti i miei auguri più calorosi e più sinceri di buon anno a tutti e un arrivederci a venerdì 7 gennaio 2005.

Paolo Baiocchi

(8 – continua)

COMUNICAZIONE SANA/Nona puntata
4 – continua)
Gestire i conflitti

Nella puntata precedente abbiamo visto due categorie importanti di evento problematico da saper riconoscere: il “problema mio” ed il “problema dell’altro”. Questa settimana, invece, voglio introdurre altre cinque categorie di eventi relazionali che possono generare grande disagio nei rapporti se non vengono riconosciuti e gestiti con efficacia: i conflitti.
Il termine “conflitto” nel metodo Comunicazione Sana acquisisce un significato ben preciso che, ci siamo accorti nei nostri corsi, all’inizio può non essere chiaro a tutti (nel suo significato) specifico: vale quindi la pena di parlarne per accordarci subito sulla terminologia. Per Comunicazione Sana un confitto è diverso da un problema e anche da un attacco. La cosa comune a queste tre tipologie di eventi è che tutti e tre possono causare un enorme disagio alle persone nella relazione. Cerchiamo quindi di dare una descrizione breve per ognuna di queste tipologie di evento.
Problema: in senso relazionale è un disagio che colpisce un solo individuo nel rapporto tra persone e che si origina da un bisogno, un desiderio o un sogno insoddisfatto, oppure dalla violazione di un accordo o di un contratto. Se ad esempio ho fame e non posso mangiare, e mia moglie invece ha appena mangiato, ecco che io ho un problema; oppure, se dobbiamo fare un viaggio in macchina e lei soffre le curve ed io no, lei ha un problema. Ma anche se un amico arriva in ritardo ad un appuntamento, violando un accordo precedente, questo crea in me un problema; o se un socio lavora e produce costantemente nel tempo meno di me, anche questo genera un problema che mi appartiene.
Conflitto: in senso relazionale è un disagio che colpisce i due individui interessati e che ha origine dalla competizione per uno stesso oggetto dei bisogni, dei desideri, dei sogni e dei valori dei due che vivono la relazione. Se ad esempio marito e moglie devono andare in ferie e uno vuole andare in montagna e l’altro al mare, si origina un evento conflittuale e non un problema, in quanto la soddisfazione del desiderio di uno comporta la necessaria insoddisfazione del desiderio dell’altro. La differenza, quindi, tra un problema ed un conflitto consiste nel fatto che nel primo uno solo degli interlocutori vede minacciato un suo bisogno, desiderio o sogno, mentre nel secondo entrambi corrono lo stesso pericolo.
Attacco: in questo caso non si tratta di bisogni, desideri o sogni minacciati, ma di comportamenti che creano un disagio in quanto generano una pressione psicologica o un dolore. Si attacca per difendersi, per competere, per prevaricare l’altro, per far fare all’altro ciò che si vuole o per vendicarsi. Ad esempio, un bambino può tenere il broncio per riuscire a far sentire in colpa il genitore e ottenere così un permesso non lecito; una persona può diventare aggressiva se si sente ferita nell’orgoglio o può alzare la voce e minacciare di andarsene per ottenere che gli altri facciano ciò che lei vuole; un conoscente può diventare cronicamente critico e altezzoso per poter competere sul piano del potere. Negli attacchi il disagio non viene creato da un bisogno, sogno o desiderio minacciato, ma da un comportamento di forza dell’altro che tende ad ottenere un effetto. Queste tre situazioni sono molto diverse non soltanto in senso concettuale e teorico, ma anche pratico: gestire un problema richiede un certo tipo di modalità di risoluzione, gestire un conflitto richiede altre modalità e diversi atteggiamenti, gestire un attacco richiede un altro tipo ancora di approccio alla comunicazione.
Vediamo quindi di analizzare i conflitti, adesso che sappiamo differenziarli dai problemi e dagli attacchi. Il metodo di Comunicazione Sana identifica cinque diversi tipi di conflitti, ognuno dei quali ha diverse modalità di gestione. Così, come una serratura viene aperta da una sola chiave, ognuno di questi conflitti viene risolto da una particolare modalità di approccio. I cinque conflitti sono:
- conflitto di interessi;
- conflitto di gusti;
- conflitto di valori;
- conflitto di opinioni;
- conflitto di cambiamento.

Voglio ora provare a fare un gioco con il lettore per vedere se intuitivamente egli sa accoppiare le corrette modalità di approccio alle diverse tipologie di conflitto. Ecco le modalità di approccio che nel nostro metodo sono chiamate “Processi di risoluzione”:
- negoziare;
- tollerare i gusti;
- tollerare i valori;
- discutere;
- fluire.

Molto spesso le persone riescono ad intuire con facilità l’accoppiamento. Quello che però risulta comunemente più difficile è rendersi conto di quale categoria di conflitto sia attiva quando ci troviamo coinvolti in essa nella nostra vita quotidiana. Spesso infatti il disagio emotivo che ne consegue ci porta ad entrare in una percezione negativa, uno stato allucinatorio simile a quello descritto dalla filosofia orientale. Gli orientali affermano che la maggior parte delle persone non vive in contatto con la realtà, così come essa è, in quanto la coscienza viene ad essere irretita dai “veli di Maya”, cioè da un intricato e quasi invisibile reticolo di idee preconcette derivanti dall’educazione, dai traumi, dalle passioni incontrollate che attraversano la mente. Un essere umano si trova così convinto di essere libero di decidere e di poter controllare la propria vita, mentre invece è assoggettato ad una forza invisibile che generandogli delle percezioni illusorie lo fa camminare in direzione di miraggi inconsistenti e reagire a paure eccessive. Molto spesso le persone, quando sono in preda al disagio emotivo generato dai conflitti relazionali, invece di notare con lucidità e senza reagire cosa sta loro succedendo, vengono catturate da idee che tendono ad indicare che l’origine della sofferenza sta nella cattiva intenzione degli altri. Le persone quindi, quando sono sotto stress, tendono spesso a scambiare i conflitti per attacchi.
Non sono tanto ottimista o illuso da credere che nel mondo non esistano gli attacchi e le persone male intenzionate, ma mi sembra che molte volte si tenda a pensare che anche le persone più care, quelle che ci hanno dato prova infinite volte di amore e solidarietà, sotto stress ci appaiono come dei cattivi soggetti che ci vogliono far soffrire, dominare, sfruttare. Per questo motivo bisogna allenare la nostra mente a notare queste categorie di evento, al fine di poter restare incollati alla realtà anche quando siamo sotto stress, contrastando quindi la tendenza della nostra mente ad attivare quella zona cieca del cervello che ci porta a vedere il nemico ovunque.
Riuscire a capire se l’evento che stiamo vivendo nella nostra realtà del momento è un attacco oppure un conflitto non è un esercizio filosofico o intellettuale: la nostra mente ed i nostri istinti prenderanno direzioni profondamente diverse secondo la lettura che dell’evento decideremo di fare.
Quando la nostra percezione è di essere sotto attacco, infatti, tutto il nostro cervello si pone in una reazione difensiva che ha un’origine atavica, come ogni lettore può facilmente osservare quando si avvicina ad un animale, per esempio ad un colombo in un parco, o ad un gatto o un cane che non si conoscono. Quando la mente legge la situazione di attacco il nostro cervello immagina una possibile ferita, che atavicamente richiama tre possibili situazioni: la lotta competitiva per il territorio, la lotta competitiva per la dominanza in un gruppo, oppure la sopravvivenza nel confronto con un predatore, appartenente sempre ad una specie diversa. Essere superiori nella lotta o scappare per salvarsi sono quindi gli scopi prioritari del cervello.
Quando invece la nostra percezione è di essere all’interno di un conflitto di interessi, come quando esiste un solo biglietto per il teatro (ed i biglietti sono esauriti) offerto da un amico ad una coppia e ad entrambi gli individui interessa tantissimo quello spettacolo, ci rendiamo conto che, pur generando quest’evento un disagio, esso è generato dalla circostanza e non dall’altra persona. Pur vivendo entrambi imbarazzo, desiderio di vedere lo spettacolo, dolore perché non lo si può vedere insieme, paura per la colpa di godere di un qualcosa che si sa che mancherà per sempre all’altro, il nostro cervello non ha l’informazione di essere feriti dall’altro ma quella di dover risolvere un problema come quello di non avere cibo sufficiente, trovarsi di fronte ad un ostacolo nel cammino, ecc. Superare l’ostacolo e soddisfare il bisogno nel migliore dei modi è lo scopo del cervello. Quest’ultimo scopo è straordinariamente diverso da quello di lottare o scappare conseguente alla lettura dell’evento come attacco.
Ora voglio chiedere al lettore di notare quante volte nella quotidianità capita a se stesso o ad altre persone di adirarsi con qualcuno o di evitare come la peste qualcuno in situazioni nelle quali non esistono attacchi ma conflitti o problematiche appartenenti alle categorie già descritte. Imparare a riconoscere gli attacchi dai problemi e dai conflitti è infatti uno degli scopi centrali del metodo Comunicazione Sana.
La prossima settimana parleremo in modo dettagliato e approfondito di come gestire i conflitti. Per ora non mi resta che salutarvi dandovi appuntamento al prossimo venerdì.


L’Istituto Gestalt Trieste propone un programma di formazione in Psicoterapia della Gestalt. La Psicoterapia della Gestalt nasce intorno agli anni 50 dal genio del fondatore Fritz Perls, che fuse in essa la tradizione psicanalitica, le correnti filosofiche esistenzialiste e soprattutto l’approccio fenomenologico, che era il fondamento dell’agire della psichiatria europea prima dell’avvento degli psicofarmaci, e per ultima la Psicologia della Gestalt.

L’aspetto rivoluzionario della Gestalt in quei tempi consisteva nel dare spazio e centralità alle elaborazioni emozionali, corporee ed esperenziali al posto della sola rielaborazione cognitiva dei temi emergenti dal paziente.

L’Istituto Gestalt Trieste offre un programma formativo che si incentra sulla costruzione di risorse in due principali aree: lo sviluppo personale e un metodo strutturale di intervento terapeutico. Lo sviluppo personale prevede che l’allievo compia 160 ore di psicoterapia personale in quanto nel nostro approccio, fondato su di una relazione autentica con il cliente, crediamo sia necessario accettare la sfida di trasformare se stessi insieme al paziente e praticare nella vita gli stessi strumenti esistenziali di gestione dei temi di vita che offriamo ai pazienti. Se lo sviluppo personale risulta essere indispensabile nella dimensione della autenticità e umanizzazione della relazione terapeutica è al tempo stesso altrettanto importante garantire una solido apparato tecnico e teorico di riferimento per poter affrontare con successo i temi di vita dei pazienti. A questo scopo la nostra Scuola garantisce la costruzione di un modello di approccio che a partire della Diagnosi Fenomenologica permette la costruzione di chiari e semplici progetti terapeutici. La Diagnosi Fenomenologica è concentrata sulla comprensione della relazione esistente tra gli eventi di vita e le risposte organismica, emotiva, mentale e culturale ad essi dell’essere umano.

Paolo Baiocchi è medico psichiatra e psicoterapeuta. Dopo una formazione in ipnosi dove iniziò ad esplorare gli stati di Coscienza si è dedicato completamente alla Psicoterapia della Gestalt individuale e di gruppo. La sua indagine sui funzionamenti interiori della mente e sul processo terapeutico si è concentrata sui campi della comunicazione umana, dove ha messo a punto un metodo denominato “Comunicazione Sana” e sul tema delle emozioni di disagio. In particolar modo è coinvolto nella costruzione di metodi per diffondere a largo raggio la conoscenza delle emozioni e delle modalità per la loro gestione mediante lo sviluppo dei poteri della mente. Infatti, mediante la scoperta della possibilità di calmare le proprie emozioni di disagio con lo sviluppo di atteggiamenti interiori diviene progressivamente possibile raggiungere un affrancamento dalla sofferenza e la costruzione del potere esistenziale che permette di scrivere autonomamente la propria narrazione di vita.