Per Antonio Denich
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Tutti questi principi di fondo vogliono implicitamente mettere l’attenzione su di una questione fondamentale nella comunicazione: quando mediante la comunicazione si apre un problema, è bene calcolare quante saranno le speranze di chiudere lo stesso problema, cioè risolverlo. Aprire un problema genera di solito un senso di liberazione, sollievo e speranza in chi lo apre, in quanto l’espressione è liberatoria in sè, ma al di là del sollievo momentaneo esiste un pericolo nel lungo termine che consiste nella frustrazione nel vedere che nulla cambia. Molto spesso infatti sento le persone lamentarsi di altre persone nel seguente modo: - Sa dottore, io ne ho parlato di questa cosa a mio marito…. ma poi non è cambiato nulla…- oppure – Preferisco non parlare di questo argomento perché tanto non serve a niente - , - Mia moglie ha un caratteraccio, anche se le dico cosa vorrei che cambiasse, non mi comprende e poi fa sempre le stesse cose.-
Tutti i principi di Comunicazione Sana vogliono quindi garantire all’individuo un certo grado di speranza nella chiusura del problema cioè nel successo della comunicazione, proprio al fine di evitare la caduta di autostima che si verifica quando investiamo tempo e parole in problemi che poi rimangono dolorosamente irrisolti.






















Comunicazione Sana ® Dodicesima puntata
I principi centrali in Comunicazione Sana®

Nella puntata precedente abbiamo affrontato un principio fondamentale del metodo Comunicazione Sana® che afferma che è meglio affrontare i problemi dei quali prevediamo che abbiamo risorse sufficienti per arrivare al successo. Si chiama principio della pazienza. In questo articolo ci addentriamo invece nel principio dello spazio sicuro.
Tutti questi principi di fondo vogliono implicitamente mettere l’attenzione su di una questione fondamentale nella comunicazione: quando mediante la comunicazione si apre un problema, è bene calcolare quante saranno le speranze di chiudere lo stesso problema, cioè risolverlo. Aprire un problema genera di solito un senso di liberazione, sollievo e speranza in chi lo apre, in quanto l’espressione è liberatoria in sè, ma al di là del sollievo momentaneo esiste un pericolo nel lungo termine che consiste nella frustrazione nel vedere che nulla cambia. Molto spesso infatti sento le persone lamentarsi di altre persone nel seguente modo: - Sa dottore, io ne ho parlato di questa cosa a mio marito…. ma poi non è cambiato nulla…- oppure – Preferisco non parlare di questo argomento perché tanto non serve a niente - , - Mia moglie ha un caratteraccio, anche se le dico cosa vorrei che cambiasse, non mi comprende e poi fa sempre le stesse cose.-
Tutti i principi di Comunicazione Sana vogliono quindi garantire all’individuo un certo grado di speranza nella chiusura del problema cioè nel successo della comunicazione, proprio al fine di evitare la caduta di autostima che si verifica quando investiamo tempo e parole in problemi che poi rimangono dolorosamente irrisolti.


Il principio dello spazio sicuro
Spazio sicuro è un termine che deriva dalla teoria dell’attaccamento. Gli studiosi che si sono occupati di questo fondamentale fenomeno umano ed animale hanno osservato che i processi maturativi di un individuo sono molto collegati con il tipo di attaccamento iniziale con la madre e con le persone significative. Già lo psichiatra Spitz nell’immediato dopoguerra aveva scoperto che una enorme parte dei bambini cresciuti negli orfanotrofi (che purtroppo erano molto affollati a causa della perdita dei genitori in guerra), che pur avevano avuto tutte le cure materiali dovute, sviluppavano una depressione terribile, che chiamò anaclitica, caratterizzata da comportamenti di automutilazione, difficoltà nello sviluppo cognitivo, umore depresso, dondolamenti che nei metà di casi rendeva queste persone disadattate nella vita adulta. All’epoca non si conosceva la causa di questa terribile sindrome e per primo Spitz ipotizzò che fosse dovuta alla mancanza di contatto affettivo tra il bambino e la madre: le donne che curavano fisicamente i bambini infatti erano in un numero troppo esiguo per occuparsene nel senso affettivo.
Tutti noi anche nella vita adulta siamo molto sensibili al grado di sicurezza di una relazione. Con alcune persone si sentiamo liberi di essere noi stessi, ci apriamo e riveliamo le nostre cose intime, con altri invece tendiamo ad alzare un muro protettivo per non essere feriti, sfruttati, derisi ecc. Questa percezione di essere al sicuro o meno in una relazione viene chiamata nel nostro metodo “spazio sicuro”. Lo spazio sicuro non si costruisce in un’ora, ma nel tempo, ed essenzialmente consiste nel fatto che abbiamo registrato, nel nostro cervello da mammifero (cioè nel cosiddetto sistema limbico), che l’altra persona non tende ad attaccarci e ferirci e che al contrario ci da sostegno. Sinonimi di spazio sicuro sono altre due parole di uso più comune: fiducia e alleanza. Lo spazio sicuro non è quindi un fenomeno digitale, tutto o nulla, ma analogico e quindi graduabile lungo una scala soggettiva. Se per convenzione costruiamo una scala di fiducia verso gli altri esseri umani che va da 0 a 100, possiamo misurare il nostro grado soggettivo di fiducia verso un amico, la moglie, il fratello, il padre, la propria famiglia di origine presa nel suo complesso ecc.
Lo spazio sicuro non è un fenomeno casuale, ma dipende dal grado di sostegno e dal grado di non pericolosità di una relazione. In rapporto a un manipolatore che seduce cronicamente le persone per arrivare ai suoi interessi, dopo un po' di tempo ben poche persone si sentono al sicuro. Relazionandosi ad una persona schiva e chiusa che dopo pochi secondi di rapporto tende a ritirarsi e teme di essere coinvolto nella relazione non ci si sente in pericolo, ma neppure si sente che si può contare sulla sua alleanza per risolvere i propri problemi. In questo caso noi non avvertiremo sfiducia ma una sorta di neutralità.
Noi registriamo nel nostro cervello più antico ed emotivo tutta una serie di esperienze che ci portano a costruire, rispetto ad una specifica persona, una storia relazionale dalla quale si origina la percezione di fiducia e sostegno, che qui abbiamo chiamato spazio sicuro, oppure di neutralità, o ancora di sfiducia e ostilità.
Nel nostro metodo il principio di spazio sicuro afferma che, quando vogliamo comunicare con efficacia con gli altri, la nostra prima cura deve essere rivolta alla costruzione dell’alleanza in modo che essa venga percepita e registrata dal cervello emotivo del nostro interlocutore.

Il principio della gamba di legno
Iniziamo dalla descrizione di questo apparentemente semplice principio: è inutile parlare a qualcuno di un problema che non ha soluzioni. Tempo fa decisi di chiamarlo simpaticamente il principio della “gamba di legno”, in quanto mi sembrò che la metafora fosse evocativa e rimasse impressa nella mente degli studenti. Se qualcuno ha avuto la disgrazia di perdere una gamba ed è costretto ad indossare un arto artificiale si trova con una menomazione che comporta tutta una serie di svantaggi funzionali ed estetici. Immaginiamo che questa persona faccia fatica a camminare in una gita di gruppo in cui siete presenti. Vi verrebbe da parlargli di questo vostro problema? La risposta logica e quella viscerale sono normalmente: - No, sarebbe una sorta di sadismo-.
Il problema normalmente consiste nel fatto che le persone non si chiedono sufficientemente se i problemi delle altre persone sono trasformabili nei tempi e nelle modalità che vengono richieste. Un cattivo insegnante sgrida e punisce un bambino che sta imparando a leggere perché sbaglia. Sta violando il principio della gamba di legno oppure no? Non esiste una risposta assoluta, ma soltanto risposte che tengano conto del grado di preparazione del bambino. Se il bambino ha un livello di preparazione che sarebbe sufficiente a compiere quel compito se lui fosse concentrato ed attento, il principio non sarebbe affatto violato, mentre se il bambino non ha sviluppato ancora le competenze sufficienti per quel livello di apprendimento non solo non è opportuno smettere di sgridarlo ma bisognerebbe soprattutto mettere al sicuro il bambino dall’insuccesso, costruendogli delle sfide dove ha buona possibilità di farcela. Se l’insegnante non calibra un compito sulle risorse del bambino e addirittura lo sgrida, genererà un microtrauma all’allievo. L’allievo infatti registrerà nel suo cervello limbico un insuccesso che contribuirà a far pendere la bilancia della sua autostima verso il negativo in quella materia.
Esistono molte situazioni in cui le persone aprono nella comunicazione dei problemi all’altro con l’aspettativa che l’altro cambi quando di fatto tale cambiamento o è impossibile oppure richiederebbe un tale investimento di energia da richiedere un altissimo livello di motivazione.
Nella speranza che questi concetti vi aiutino a calibrare con successo le vostre comunicazioni vi auguro una buona settima.
Paolo Baiocchi









Comunicazione Sana Tredicesima puntata
I principi centrali di Comunicazione Sana

Il principio del suicidio relazionale (o principio del carico strutturale)
Nell’articolo precedente abbiamo parlato del principio dello spazio sicuro e di quello della gamba di legno. Il principio del suicidio relazionale ha a che vedere con questi due e di fatto nasce dalla convergenza di essi nella comunicazione umana. Il principio dello spazio sicuro dice che la comunicazione può essere rivolta oltre che alla gestione dei problemi alla costruzione di uno spazio di sicurezza nella relazione, nel quale una persona registra emotivamente l’altro come una persona amica invece che neutrale, competitiva o addirittura ostile. Il principio della gamba di legno invece informa del fatto che è bene sollevare dei problemi che possono essere risolvibili dalla persona che riceve il messaggio.
Il principio del suicidio relazionale afferma: il massimo problema che può essere sollevato in una relazione è quello che richiede una intensità di sforzo per essere risolto inferiore alla forza dell’alleanza presente nella relazione.
Cos’è un suicidio relazionale? È una sorta di saracinesca che scende nella mente e nel cuore dell’altro non appena pensa a noi o ci vede. La persona ci cancella dalla lista delle persone che registra come alleati o persone degne di fiducia e ci mette al contrario nella lista dei conoscenti, dei rivali o dei nemici. In altri termini con quella persona abbiamo chiuso di fatto, anche se quando ci vede tiene un rapporto di forma del tipo: “Buongiorno e buonasera”. Molti rapporti nei quali si erano costruiti fiducia e scambio nel tempo rischiano di finire nel contenitore dei conoscenti, dei rivali e dei nemici. Come è facile notare nella propria esperienza di vita il suicidio relazionale avviene molto spesso. Basti pensare alla quantità di storie di amicizia, lavoro e amore finiscono male e si verificano delle vere e proprie rotture di legame. In realtà ogni violazione dei principi di Comunicazione Sana porta nel tempo, se non corretta, ad approssimarsi alla chiusura di saracinesca di cui parlavo sopra, ma il principio del suicidio relazionale mostra come si può arrivare in fretta a tale esito. La violazione degli altri principi tende a logorare il rapporto fino ad arrivare in alcuni casi alla rottura di esso, mentre la violazione di questo comporta spesso un imbarazzo e un senso di disagio tanto forte da provocare una sorta di lacerazione del legame affettivo.
Vediamo di spiegare il significato di questo importantissimo principio. Vediamo innanzitutto le cause di violazione di questo principio, che portano appunto al suicidio relazionale. Molto spesso le persone aprono un problema con amici, colleghi, conoscenti ecc. più sulla base del grado di sofferenza, fastidio o rabbia che gli evoca il problema che non sulla base del grado di alleanza che essi hanno con quella specifica persona. Questo è uno degli errori più gravi che si possano fare nella relazione. Molto spesso infatti la gente parla di problemi per sfogarsi, vendicarsi o nella speranza di far si che altri glieli risolvano. Molto spesso inoltre le espressioni emotive delle persone servono a stabilire, esattamente come accade in ogni specie di rettili e mammiferi, a stabilire una gerarchia di dominanza. Ad esempio al lavoro un collega appare spesso critico e ha sempre qualcosa da ridire su tutto, spiegando come dovrebbe essere fatto questo a quel lavoro. Dietro a questo atteggiamento si nasconde la motivazione, che potrebbe essere del tutto inconscia, a guadagnare la dominanza. Se i colleghi entrano in svalutazione e si mettono in discussione, l’altro è riuscito a collocarsi un gradino più in alto sulla scala gerarchica, tra loro e il capo. Ovviamente non tutte le critiche ed i gesti di aggressività sono legati al desiderio di dominare gli altri, ma ritengo salutare tenere un occhio sempre vigile sull’istinto di dominanza nelle relazioni, così come quando si viaggia in macchina è sempre bene ogni tanto controllare la spia dell’olio, del liquido di raffreddamento e del livello della benzina. Un altro grande motivo per il quale le persone si esprimono violando questo principio riguarda il grande capitolo delle pretese: le persone che hanno un buon grado di immaturità affettiva specie se commista a una forte identificazione con gli ideali morali, politici, religiosi e sociali tendono a chiedere agli altri delle cose che loro stessi non farebbero mai se la stessa richiesta fosse effettuata a loro. Queste sono le persone che chiedono la luna, ma a sentir dir loro, sembra chiedano cose banali e quotidiane. Quando le loro altisonanti richieste non vengono gratificate sono subito pronti a parlare di ingiustizia e di mancanza di rispetto e amore, ovviamente da parte dell’altro. Nella mia mente in questi casi faccio sempre un giochino: ribalto la scena e immagino come avrebbero reagito loro alla stessa richiesta se si fossero trovati nella posizione del loro interlocutore…
Esiste un terribile grado di incontinenza emotiva nelle persone che viene scambiato per libertà di essere se stessi o onestà o addirittura, dai peggiori, come riprova del loro grado di forza di carattere. Alcuni addirittura, dietro la maschera del sentirsi liberi di esprimere le proprie opinioni, si permettono di “dare dei feedback” (che tradotto in termini quotidiani significa fare delle critiche) a chiunque, sia che questo sia stato loro richiesto o meno, che sia adeguato o meno al contesto e al momento specifico.
Come si fa allora a far funzionare con correttezza le relazioni? È necessario, prima di parlare fare un piccolo test mentale: quando si ha un problema con qualcuno, prima di parlarne bisogna verificare il grado di alleanza che si ha in quel momento con quella persona e quantificarlo in una scala tra 0 e 100. In un secondo momento bisogna pensare a quale è il grado di intensità del problema e parametrarlo anch’esso in una scala tra 0 e 100. Se l’intensità del problema è minore del grado di alleanza si può aprire il problema, se i due valori sono molto simili si rischia, se si parla di un problema il cui grado di intensità è maggiore del grado di alleanza, fiducia o legame, si va incontro al suicidio relazionale.
Molto spesso quando enunciamo questo principio nei corsi la gente ci chiede:- Ma come si fa a valutare il grado di alleanza e l’intensità del problema e tradurlo in una scala numerica?- La risposta non è affatto semplice. L’intensità dell’alleanza dipende dalla storia relazionale e si vede dalla quantità e intensità di pratiche svolte dall’altro per noi e viceversa. Sentiamo una persona amica, cioè alleata, quando essa ci ha aiutato in passato a chiudere una pratica, cioè un problema. Questo avviene quando la persona non ha parlato del problema insieme a noi, ma ha caricato sulle spalle un certo grado di lavoro. In passato abbiamo più volte parlato del fatto che i problemi si risolvono con il lavoro e non con le parole, che servono soltanto a generare accordi e contratti intorno al lavoro da svolgere. Un vero amico è colui che ci aiuta nel momento del bisogno, che è presente e affidabile e ci passa le sue risorse e alleanze al fine di aiutarci a chiudere quel problema. Sulla base di quanto abbiamo verificato la partecipazione di alcune persone nel risolvere i nostri problemi nella nostra storia con lui possiamo valutare il grado di alleanza.
Per valutare l’intensità del problema è sufficiente chiederci quanto sforzo e risorse richiede il problema per essere risolto. Ad esempio chiedere a un amico di imprestarci la penna all’università ha una intensità bassa di problema. Chiedere invece alla stessa persona di venirci ad aiutare ad imbiancare il nostro appartamento ha una intensità molto diversa, in quanto richiede più sforzo, tempo e risorse.

Il principio del titolo
Questo principio è uno dei principi centrali del metodo in quanto afferma, come abbiamo già visto nelle puntate precedenti, che è impossibile risolvere un problema a cui non è stato dato un titolo corretto. Molto spesso le persone vorrebbero trovare delle soluzioni a dei problemi che credono di avere, ma spesso nonostante mille tentativi rimangono frustrate. Questo accade anche quando ci occupiamo di gestire le cose, come potrebbe essere un computer, uno scaldabagno che non sappiamo far funzionare o quando si cerca disperatamente di far girare un paio di sci oppure lasciare una pallina da tennis oltre la rete. Per poter trovare soluzioni efficaci bisogna mettere a fuoco il problema con esattezza. Ma quando entriamo nel vasto campo della comunicazione i tipi di problemi che vogliamo risolvere non riguardano più oggetti inanimati che non sono dotati di libero arbitrio e sistemi complessi di interpretazione delle informazioni. Le possibilità di frustrazione aumentano esponenzialmente con il complicarsi degli eventi possibili nell’interazione tra le persone. Ecco che diventa fondamentale non sprecare energia nel tentare di risolvere problemi non messi a fuoco con correttezza, in quanto per il principio dell’autostima rischieremmo di perdere forza ed energia in soluzioni inefficaci. Nei nostri corsi di comunicazione notiamo una tendenza terribile: le persone vorrebbero trovare delle soluzioni immediate e problemi complessi, e sono talmente avide di soluzioni che saltano a piedi pari oltre la lettura fenomenologica del problema, rischiando così la vanificazione dei loro sforzi.















Comunicazione Sana ® Quattordicesima puntata.

I principi centrali di Comunicazione Sana

Il principio del carico strutturale (o principio del suicidio relazionale)
In Comunicazione Sana, come abbiamo visto nelle puntate precedenti, utilizziamo dei principi che permettono un uso corretto ed adeguato degli strumenti di cui è composto il metodo. L’efficacia dell’uso di un qualsiasi strumento deriva dalla conoscenza e uso dei principi che governano quel campo di applicazione. Di solito quando una persona, tentando di raggiungere un qualsiasi obiettivo, anche non relazionale, fallisce, questo è dovuto a uno o più errori compiuti. Non sempre le persone che mancano degli obiettivi accettano che il fallimento sia dovuto a dei loro errori, anzi mi sembra che sia piuttosto vero il contrario, cioè che dopo un fallimento le persone tendono a trovare infinite giustificazioni che apportano come causa di esso, tipicamente spostando il perché di esso su fattori esterni o su altre persone. Ricordo sempre un mio amico poco esperto di sci che cadeva spesso e ogni volta diceva: mi si è sganciato l’attacco, mi hai distratto chiamandomi, c’era una lastra di ghiaccio, ecc. Ma aldilà del bisogno di trovare delle giustificazione ai fallimenti per poter salvare la propria autostima, bisogna aggiungere che i principi sono normalmente invisibili alla mente umana finché non li intuiamo o qualcuno ce li illustra.
In questi articoli noi stiamo studiando la comunicazione umana e quindi ci occupiamo dei principi che determinano il funzionamento di essa. Ogni volta che una persona, non conoscendo i principi, li viola, ecco che immediatamente questo perturba la relazione, le emozioni virano verso il disagio, e invece di costruire le premesse per il successo comunicazionale, si tende all’opposto a generare delle circostanze che lo allontanano. Questa settimana studiamo il principio del carico strutturale. Ogni relazione umana ha una sua struttura e storia e potrebbe essere paragonata a un ponte tra due individui. Ogni ingegnere sa che un ponte non può reggere carichi infiniti e con dei precisi calcoli egli può determinare quale sarà il carico massimo. Lo stesso dicasi per uno specifico rapporto umano. Il principio del carico strutturale afferma che un individuo all’interno di una specifica relazione può offrire, chiedere, confrontare fino ad un certo punto e non oltre, pena una perturbazione del rapporto che viene registrata come invasione. Molto spesso le relazioni umane si rovinano perché le persone cercano di far passare sul ponte della relazione dei carichi che il ponte non può reggere. Mi resi conto di questo principio tanto tempo fa. Una volta mi trovavo a San Diego per un training all’Università e avevo diversi gradi di amicizia con le persone del gruppo. Con alcuni mi legava un rapporto più vecchio di quello del mese di training, con altri avevo stabilito un contatto molto intenso nella vita comunitaria, con altri avevo un rapporto di scambio di tipo sociale ma di fatto non intimo. Una sera seppi che alcune persone con le quali avevo avuto un contatto intimo avevano organizzato una cena e non mi avevano invitato. Sul momento ne soffrii parecchio e meditai tutta la sera sul da farsi. Inizialmente pensai che il giorno dopo avrei aperto il mio disagio alle persone che sapevo avevano organizzato la cena, ma in un secondo momento intuii che questo sarebbe stato un passo falso. Mi resi conto che quel problema che mi aveva causato sofferenza non era da comunicare a quelle persone in quanto il mio grado di alleanza con loro non lo supportava. Mi resi conto del fatto che non si possono aprire problemi più grandi del livello di alleanza che si ha con una persona, pena il fatto di creare un grande imbarazzo e passare per degli inadeguati. Meditando un po' più a lungo mi vennero alla mente molti episodi nei quali avevo subito questa violazione di principio e altri in cui lo avevo fatto subire. In tutte e due le occasioni questo non aveva sortito nessun effetto positivo; normalmente il risultato di aprire un problema troppo grande rispetto al livello di alleanza che si detiene con una persona consiste in una doppia perdita: non si risolve il problema e in più si genera una memoria negativa nell’interlocutore e nella storia relazione tra i due.
Voglio però fare altri esempi che forse aiuteranno a comprendere meglio il principio del carico strutturale: un padre si rivolge a me per dirmi cosa deve fare con il figlio che non studia. Gli chiedo cosa ha fatto finora. Mi risponde che nonostante che gli dica mille volte al giorno che deve studiare, impegnarsi e concentrarsi egli continua a non ascoltarlo e inoltre sta iniziando a rispondergli e a prendersi gioco di lui. “Cosa devo fare dottore?” “Rispetto a quale obiettivo?” - rispondo io. E lui senza alcun dubbio: “Come a quale obiettivo? Studiare naturalmente!”. “Mi dispiace contraddirla ma non la penso come lei, mi sembra che a lei non meriti concentrarsi in questo momento sull’obiettivo di far studiare suo figlio!” – insinuo io lasciando cadere nel vuoto questa frase e guardandolo fisso negli occhi. Il padre rimane stupito e un po' disorientato: “E quale sarebbe per lei allora l’obiettivo da pormi, se non farlo studiare? Dovrei forse lasciarlo a se stesso?”. “Mi permetta di farle alcune domande prima di risponderle…” affermo io con lo scopo di prendere tempo rispetto al suo incalzare generato dall’ansia e dal bisogno di trovare una risposta immediata al suo problema – “Cosa fa con suo figlio oltre dirgli di studiare di più, ci sono dei momenti teneri o momenti in cui ridete o fate qualcosa di divertente assieme?” . “Beh, da quando non va bene a scuola non più tanto…” risponde imbarazzato il padre. “Fate qualche lavoro insieme nel quale vi date una mano?”. “No, sa io lavoro molto e faccio il commerciante e non ho molto tempo per stare con lui…” Dopo altre domande che vanno a verificare se tra padre e figlio esiste una alleanza forte o debole mi rendo conto che da un po' di tempo tra i due si è assottigliato di molto il sentimento di fiducia e stima reciproca. Allora tento di far cambiare punto di vista al padre: “Lei conosce il principio del carico strutturale?” . “No, non proprio…” – risponde lui. “Questo principio afferma che su per far passare un treno su un ponte di legno dove passano soltanto i carri con i cavalli bisogna prima rinforzare il ponte…” lo guardo negli occhi e aspetto un po' – “Vede, tra lei e suo figlio ultimamente si è assottigliato quel rapporto di fiducia e stima che è necessario per poter convincere le persone a fare qualcosa per noi o per loro, e più lei cerca di cambiare suo figlio più perde la sua stima. Quello che lei chiede a suo figlio è più grande della stima che lui ha in lei adesso, e quindi il suo messaggio è inadeguato, crea solo imbarazzo e disagio e non ha forza. Vede, lei è un commerciante e può chiedere alla banca un prestito grande solo quanto la fiducia che la banca ha in lei, altrimenti si becca un bel rifiuto. Se rifà la stessa domanda il giorno dopo e così avanti per un mese lei, per la banca, diventa un seccatore, il che non la aiuta. Ma se inizia a lavorare con la banca aumentando il suo giro di affari, ecco che tra un po' di tempo la banca aumenterà la fiducia che ha in lei e lei potrà avere il suo prestito.” “Inizio a capire dove sta il problema…” - commenta il padre – “che posso fare?” . “Comperi dei biglietti per il cinema per lei e suo figlio, trovi una serie di lavoretti da fare insieme e si diverta più che può con lui, faccia in modo di arrivare alle pacche sulle spalle e poi abbia pazienza… aspetti che suo figlio venga a parlargli di come va male a scuola come un suo problema, cercando in lei un sostengo. Mi raccomando per un mese non parli più della scuola, piuttosto si morda la lingua”.
Nell’esempio qui sopra risulta ovvio come a volte dimentichiamo quanto sia importante costruire una forte alleanza con le persone prima di chiedere loro dei cambiamenti. A mio parere l’alleanza con le persone è sempre più importante dei problemi da risolvere, in quanto spesso risulta essere il fattore critico che permette di costruire qualcosa o che lo fa rompere. Nel passare degli anni ho notato che moltissime volte le persone sia in campo personale che professionale inviano messaggi riguardanti argomenti o problemi di grande intensità senza valutare se l’alleanza che hanno con le persone li regge. Spero che il principio del carico strutturale vi risparmi le difficoltà che si incontrano quando lo si viola.
Un caro saluto
Paolo Baiocchi









Comunicazione Sana ® Quindicesima puntata.

I principi centrali di Comunicazione Sana

Il principio di compensazione (prima parte)
Nelle puntate precedenti abbiamo parlato di alcuni principi del metodo Comunicazione Sana. In questo articolo ci occuperemo di uno dei principi centrali della comunicazione umana, il principio di compensazione. Quando anni fa ne sentii parlare per la prima volta, esso generò una profonda rivoluzione nel mio assetto di credenze valoriali e scientifiche. Ma soprattutto cambiò definitivamente una notevole parte delle sofferenze della mia vita, in quanto iniziò a guidarmi con sicurezza verso l’uscita da molte trappole della comunicazione umana che fino ad allora mi avevano attanagliato. Da allora non ho potuto non continuare a riflettere su questo principio ed esso è stato il tema centrale della ricerca scientifica del team di Comunicazione Sana per un lungo periodo. Quando nei nostri corsi ne parliamo esso non manca di innescare profonde conversazioni e dibattiti, in quanto esso sfida una credenza molto diffusa nella nostra sociocultura, cioè il famosissimo concetto dell’amore gratuito. Io ritengo che l’idea di amore gratuito sia una delle peggiori istruzioni circolanti, in quanto crea un problema di direzione e aspettative nonché un notevole carico di sensi di colpa inutili. Negli anni di pratica clinica ho sentito innumerevoli volte delle persone lamentarsi del comportamento di altri facendo riferimento a una mancata gratuità nei loro gesti. Queste persone si erano ai loro occhi dimostrate poco amorevoli, poco altruiste, poco compassionevoli, ecc. Ai miei occhi tutti coloro che vittimisticamente si lamentano della mancanza di amore di altre persone si appoggiano, proprio come dice la famosa psicanalista Karen Horney, su di una aspettativa nevrotica di come dovrebbe essere fatto il mondo e come dovrebbero essere e comportarsi gli altri. Molto spesso le persone che si lamentano della mancanza di gratuità da parte degli altri ai miei occhi appaiono come persone che non hanno saputo, o potuto, conquistare una loro forza di alleanze di qualità e quindi soffrono per tutto ciò che loro desidererebbero ricevere dagli altri ma che non riescono ad ottenere. La strada per riuscire a potenziare gli scambi con le persone, fino a ricevere ciò che più desideriamo o abbiamo bisogno, è una strada molto difficile e tortuosa, che richiede l’umiltà di apprendere un pezzo alla volta tutti gli elementi necessari per il successo comunicazionale. Costruire una rete di scambi profondi e nutrienti con gli altri non deve essere considerato responsabilità della società che ci circonda, come siamo nevroticamente propensi a credere, ma una responsabilità individuale. Molto spesso le persone che tendono a lamentarsi vittimisticamente partono dal concetto che loro hanno diritto ad essere amati. Io sono d’accordo con loro, in quanto credo che ognuno abbia diritto ad essere amato, ma rilevo in questa affermazione un attacco di tipo passivo, che si coglie solo riflettendo a fondo sul concetto di diritto umano. Essi quando si lamentano del fatto che nessuno li considera e li ama, con la comunicazione non verbale alludono al fatto che ciò sia una terribile ingiustizia, come se le altre persone venissero meno a un loro dovere. Molto spesso la gente infatti non sa che ogni diritto prevede una serie di doveri che sono a carico del detentore del diritto e non degli altri. Ad esempio il fatto che io ho diritto al lavoro non significa che gli altri hanno il dovere di assumermi, ma che io ho il diritto-dovere di dimostrare di essere capace di svolgere una funzione di utilità per il sistema. Il fatto che io ho diritto ad avere una vita sessuale non comporta che le donne presenti in un ambiente abbiano il dovere di soddisfarmi sessualmente, ma che io ho il diritto-dovere di offrirmi ad una donna, cioè corteggiarla, per soddisfare questo mio bisogno. In altre parole ogni diritto non protegge un individuo nel senso di caricare sugli altri il dovere di soddisfare il bisogno, ma protegge soltanto il fatto che non venga lesa la potenzialità di sviluppo nel campo specifico (lavorativo, umano, sociale, politico, ecc.) a cui il diritto fa riferimento. Se prendiamo l’esempio della sessualità, il diritto alla sessualità fa si che nessuno possa impedirmi di corteggiare, con rispetto e cortesia, l’altro sesso. Se qualcuno mi facesse credere che corteggiare le ragazze sia immorale, negativo, inadeguato, mi verrebbe negato questo diritto, verrei cioè castrato. Ma il fatto che io abbia diritto a corteggiare l’altro sesso non significa che questo comportamento non comporti degli specifici e pesanti doveri, se io voglio raggiungere il successo: ad esempio devo vincere la mia timidezza, rischiare il rifiuto, saper elaborare la frustrazione e l’imbarazzo di esso, saper conciliare il mio desiderio e la mia eccitazione erotica con l’affetto, il rispetto e soprattutto con i desideri, i tempi e l’affetto dell’altra persona. Corteggiare una persona consiste inoltre in una offerta di scambi relazionali di grande intensità, in quanto innesca una dinamica molto potente in ogni mammifero, cioè la dinamica di nido. Inoltre corteggiare un membro dell’altro sesso significa inevitabilmente entrare in competizione con tutte le altre persone dello stesso sesso che potrebbero essere interessati a corteggiare lo stesso individuo. La competizione ed il confronto che da essa scaturisce diventa un altro elemento che viene messo in gioco quando si corteggia. Ecco che il diritto alla sessualità comporta una serie di compiti molto difficili che diventano dei doveri nel caso che un essere umano voglia avere successo in questa importantissima missione biologico-culturale umana.
Il principio di compensazione dice che in una relazione che funziona se un individuo dà qualcosa ad un altro, la persona che riceve dovrebbe restituire in cambio qualcosa dello stesso valore e inoltre dare qualcosa di suo in più. In questo modo l’intensità degli scambi si rinforza sempre di più portando nel tempo ad una alleanza sempre maggiore. Se la persona che riceve non restituisce allora si genera un debito. Il principio di compensazione dice allora che nella maggior parte dei casi la persona che ha ricevuto di più, sentendosi in debito, se ne andrà. Normalmente si pensa che quando qualcuno da molto l’altro dovrebbe essere felice e riconoscente, e nel caso che non compensi, la persona che dà molto potrebbe stancarsi e andarsene. Accade invece molto spesso il contrario, che la persona che abbandona la relazione è quello che ha ricevuto di più. Si tende inoltre a vedere la persona che ha dato molto come generosa e altruista, mentre quello che ha ricevuto di più come un parassita o uno sfruttatore egoista. Questi giudizi allontanano molto dal percepire cosa è accaduto veramente nel profondo, in quanto le dinamiche di compensazione hanno un potere straordinario.
Facciamo un esempio: arriva nel mio studio una donna di 40 anni che mi parla di quanto lei per tanti anni abbia accudito il marito, che svogliatamente faceva poco in casa, lavorava in modo saltuario, non dava sostengo neppure nell’allevamento dei figli, mentre lei lavorava con costanza da anni come segretaria, sbrigava tutte le faccende di casa e tutto il tempo che le rimaneva lo dedicava alla cura dei figli, rinunciando ad ogni forma di hobby. Da sei mesi il marito, dice lei, dopo aver goduto questa vita per dieci anni, se ne è andato di casa per stare con una ragazza di trent’anni. Lei appare profondamente delusa e arrabbiata, sorpresa inoltre da questo comportamento che le appare completamente inusitato, ma soprattutto si sente moralmente ferita e ingiustamente trattata: “Le pare giusto dottore, che lui mi abbia ripagata in questo modo, dopo tutto quello che ho fatto per lui?”. Io so già, per esperienza quale risposta mi darebbe la signora se le facessi la fatidica domanda: “Signora, capisco il suo dolore, ma lei ritiene di aver sbagliato qualcosa pure lei?”. So che la signora mi direbbe: “Si, ho sbagliato nella scelta della persona, avrei dovuto stare più attenta. Ma è anche vero che lui mi ha ingannata e aveva dei secondi fini.” Questa tipica risposta, che ho sentito innumerevoli volte nelle sedute di psicoterapia, è un profondo indicatore della cecità relazionale e dell’irresponsabilità esistenziale delle persone. Se la signora infatti ha deciso di stare in relazione per così tanti anni con un uomo che la sfruttava, questo non può ascriversi solo ad una così straordinaria statura morale e altruistica. In realtà la signora ha giocato un gioco nevrotico la cui portata è perfettamente equivalente a quello giocato dal marito, ma non lo nota in quanto si sente moralmente innocente, protetta dal concetto della gratuità circolante nella nostra sociocultura. La signora ha giocato a controllare il marito con il debito, che nel metodo di Comunicazione Sana si chiama propriamente attacco manipolativo. La realtà è che questa donna ha una profonda paura di giocarsi nei rapporti alla pari, di accettare le scelte degli altri e allora ripiega su una forma difensiva molto comune: controllare le reazioni degli altri generando una pressione fondata sul debito. Quando la signora afferma che l’errore che ha compiuto riguarda la scelta dell’uomo, nega profondamente che lei abbia contribuito, per la metà che le spetta, alla costruzione di un clima relazionale irrespirabile. Agli occhi di un tecnico, appare evidente che sia lei quanto il marito, hanno violato il principio di compensazione. Infatti cosa ha impedito alla signora di dire al marito dopo un po' di tempo: “Senti caro, io metto molta energia nel nostro sistema e tu invece te ne stai li sul divano a non fare niente. Cambia altrimenti io ritiro il mio investimento e lo parifico al tuo”. Se lei avesse fatto così il marito avrebbe potuto avere la scelta di aumentare il suo impegno per la famiglia oppure no. Ma se il marito non avesse modificato nulla del suo comportamento cosa avrebbe dovuto fare la moglie? Avrebbe dovuto accettare che a lei quel tipo di relazione non stava bene, in quanto se lei rispetta il libero arbitrio del marito, non può in nessun modo costringere il marito a cambiare, in quanto il marito è libero di scegliere ciò che vuole. Se il marito non fosse cambiato lei avrebbe dovuto accettarlo per quello che è oppure decidere di recedere dalla relazione, elaborando quindi un lutto su di lui e sul sogno di coppia che lei aveva con lui. Ma se avesse deciso di rimanere in relazione con lui, la donna avrebbe dovuto porre molta attenzione a compensare gli scambi, cioè abbassare da parte sua il livello di scambi per non generare in lui il debito.
Parleremo ancora del principio di compensazione nella prossima puntata, ma per adesso voglio ancora una volta indicare un piccolo compito ai lettori più volenterosi e desiderosi di apprendere i segreti della comunicazione. Svolgere questi compiti serve a portare nella realtà quotidiana questi principi per iniziare a riflettere attivamente su di essi a partire dalla propria esperienza. Il compito è semplice: dare un valore quantificabile alle cose che si danno e si ricevono negli scambi con le persone. Non sempre questo compito è facile; se si tratta di scambi economici il compito è semplicissimo, basta quantificare in termini di euro: una persona mi da un libro, e il valore è determinato dal prezzo di copertina e lo stesso dicasi per qualsiasi oggetto commerciabile. Ma già se si tratta di un favore o di oggetti di valore affettivo o storico il processo di quantificazione diventa ben più difficile. Buon lavoro a tutti.
Paolo Baiocchi














Comunicazione Sana ® Sedicesima puntata.

I principi centrali di Comunicazione Sana

Il principio di compensazione (seconda parte)

La settimana passata abbiamo introdotto il principio di compensazione, parlandone come uno dei più importanti principi che regolano la comunicazione umana. In questa puntata vorrei spiegare i motivi che ne giustificano la centralità.
Vediamo ora di enunciare ancora una volta il principio: per far funzionare in armonia una relazione umana è necessario ricambiare agli altri in misura di ciò che riceviamo.
Il principio di compensazione dice che in una relazione che funziona se un individuo dà qualcosa ad un altro, la persona che riceve dovrebbe restituire in cambio qualcosa dello stesso valore e inoltre dare qualcosa di suo in più. In questo modo l’intensità degli scambi si rinforza sempre di più portando nel tempo ad una alleanza sempre maggiore. Se la persona che riceve non restituisce allora si genera un debito. Il principio di compensazione dice allora che nella maggior parte dei casi la persona che ha ricevuto di più, sentendosi in debito, se ne andrà.
Per coloro che ancora credono che il vero amore consista nel dare in maniera gratuita faccio il seguente esempio, che normalmente fa scomparire tutti i dubbi: immaginate che un vostro amico apra un ristorante. Un giorno, incuriositi e fieri di lui, andare a mangiare nel suo nuovo ristorante. Alla fine della cena, quando volete pagare, il vostro amico, in nome dell’amicizia che vi lega, non ve lo permette. Voi accettate. La settimana dopo ci ritornate un’altra volta. La storia si ripete e in nessun modo riuscite a pagare. Ora chiedetevi: come vi sentite? Ritornereste in quel posto a mangiare ancora? Come vi sentireste con l’amico vedendolo per strada? Io immagino che il debito vi fa allontanare e il principio di compensazione sta facendo pesare la bilancia dalla parte vostra e quindi voi, che più avete ricevuto, tendete ad allontanarvi dalla relazione.
In una puntata precedente abbiamo inoltre parlato delle due modalità di comunicazione: quella fondata sul controllo e quella invece sullo scambio. La modalità fondata sul controllo viola una funzione fondamentale dell’essere umano che è il libero arbitrio, cioè la possibilità di fare delle scelte in piena autonomia di pensiero, valori, significati esistenziali ecc. La comunicazione fondata sullo scambio si fonda sul principio del win-win o nulla di fatto, che significa che se rispetto il libero arbitrio mio e quello dell’altro, contraggo alleanze stabili e scambio solo qualora l’alleanza o lo scambio portino benessere e forza ad entrambi, mentre decido di sottrarmi da una relazione qualora io o l’altra persona non siano soddisfatti dallo scambio. Questo atteggiamento coincide pienamente con il concetto di relazione dialogica IO-TU di Martin Buber. Nella comunicazione fondata sul controllo invece le persone vogliono determinare, controllandole, le scelte degli altri. Ad esempio un seduttore non corteggia, ma manipolando porta l’altro a dire di si alle sue richieste. Un bruto, ottiene ciò che vuole mediante l’aggressività e le minacce, un manipolatore passivo, facendo la vittima porta l’altro a prendere delle decisioni facendo leva sulla compassione o sul senso di colpa. In questo caso Martin Buber direbbe a queste persone che stanno utilizzando un modello esistenziale di relazione fondato sull’IO-ESSO, cioè che stanno trattando l’altro come un oggetto funzionale alla soddisfazione dei loro bisogni, senza accertarsi che l’altro abbia scelto tale scambio riflettendo sulla base dei propri. Quando vediamo l’altro come un TU e non come un ESSO significa che vogliamo interpellare il suo libero arbitrio, cioè accettiamo che un determinato scambio (economico, affettivo, sessuale, politico, intellettuale, ecc.) possa avvenire solo se siamo entrambi d’accordo, e non solo quando soddisfa le nostre aspettative. La comunicazione fondata sullo scambio prevede quindi la possibilità del rifiuto, cioè che l’altro sia libero di dire di no quanto di si a una nostra qualsiasi proposta o richiesta di scambio mentre quella fondata sul controllo non accetta in nessun modo il rifiuto dell’altro, prevedendo solo la possibilità che l’altro dica di si. Nella comunicazione che vuole far crescere le alleanze e la qualità dei rapporti non si può pensare che l’altro sia sempre intenzionato a scambiare al livello di profondità che ci starebbe bene, quindi cosa si fa quando l’altro non è interessato? Ad esempio io vorrei avere con una certa persona un’amicizia profonda che richiede vedersi e telefonarsi ogni giorno, condividere la maggior parte dei problemi e delle cose intime, ma l’altro invece è interessato soltanto ad una amicizia che prevede alcuni di questi scambi e invece non vuole ad esempio approfondire più di tanto le cose intime? Se mi interessa quell’amicizia, devo rispettare il suo rifiuto ad inoltrarsi nelle cose intime. Ma quale vissuto si accompagna a questa scelta? Ovviamente quello di frustrazione. E cosa si fa a questo punto? La tentazione di utilizzare messaggi che, ad esempio facendo sentire in colpa o sbagliato l’altro, tentano di forzare la sua volontà si fa altissima. Ma la reazione corretta consiste nell’imparare a vivere la frustrazione come una emozione sana. Saper comunicare prevede anche saper reggere e digerire la propria frustrazione al fine di mantenere alto il rispetto dell’altro. La legge di compensazione dice che i rapporti per poter funzionare necessitano che gli scambi tra le persone siano di misura simile, non che ci siano scambi di profondità e intensità con tutte le persone.
E’ proprio la legge di compensazione che ci spiega con precisione forse una delle più grandi differenze tra comunicazione funzionale o disfunzionale: non compensare significa sfruttare. Anni fa ci chiedevamo quale erano le caratteristiche centrali della comunicazione funzionale e di quella disfunzionale, che purtroppo si nota molto bene in molte famiglie o ambienti disturbati. Nel tempo ci siamo resi conto che una di esse era proprio lo sfruttamento. Sfruttare significa creare delle condizioni in cui una persona diviene vittima di un sistema relazionale dove deve dare tanto per ricevere poco. Basti pensare alle condizioni di lavoro esistenti per le classi disagiate, alla mafia, alla prostituzione, al giro della droga, alle mille truffe organizzate o non, alle tirannie politiche. In tutti questi casi alcune persone, una volta conquistato il potere facendo leva sulla debolezza o sull’ignoranza di altre persone, ne traggono beneficio stando ben attenti a non modificare lo status quo, cioè impedendo agli altri di accedere a delle informazioni o strumenti che sarebbero in grado di far finire lo sfruttamento. Ad esempio nel secolo scorso i minatori facevano un lavoro durissimo per poter sopravvivere e dar da mangiare ai figli, ricevendo in cambio quel tanto che era loro sufficiente per vivere. Ma nei negozi vicini alle miniere tutto costava molto tranne una cosa: l’alcool. L’alcool infatti serviva per permettere a queste persone di sopportare, a discapito della loro salute, le terribili condizioni di vita in cui versavano. In altri termini grazie all’alcool, quasi regalato, le persone venivano mantenute in uno stato di sfruttamento cronico. Noi non sfruttiamo solo quando traiamo piacere dalle nostre conquiste, godendo le realtà che abbiamo costruito con le nostre mani. Ad esempio una persona lavora, guadagna, con i soldi guadagnati compera un panino e se lo mangia. Quel panino ha un sapore speciale: il sapore delle cose guadagnate. Un uomo seduce una ricca ereditiera, la sposa e gode del patrimonio costruito dalla famiglia di lei, senza in nessun modo contribuire a mantenerlo o aumentarlo. Tutte le cose che questo uomo godrà gli lasceranno un senso di amaro in bocca, perché nel fondo della sua anima sa che non le ha conquistate e ogni giorno che passa sente aumentare il suo debito verso la famiglia di lei. Sarà molto probabilmente lui ad andarsene, se non in senso fisico, almeno psichico, cioè diventando assente con il cuore nei confronti della moglie, che non potrà più guardare negli occhi.
E’ inoltre interessante notare le dinamiche psichiche che si verificano all’interno della persona che sfrutta: lo sfruttatore sente un profondo disagio legato al debito e alla colpa, ma per poter difendere la sua coscienza da questo vissuto lo maschera nei modi più incredibili: spesso rovescia a tal punto la situazione da illudersi di essere lui quello che ha dato di più alla persona, oppure trasformando trovandole dei difetti minimali ed esagerandoli fino a provare disprezzo per la vittima che sfrutta.
Inoltre se guardiamo con attenzione la legge di compensazione ci spiega il segreto principale per poter far funzionare le nostre relazioni: valutare quanto riceviamo dalle persone e ricambiare in misura simile. Se vogliamo approfondire i rapporti dobbiamo aumentare nel tempo l’intensità degli scambi, mentre se vogliamo tenere a distanza delle persone basta diminuire l’intensità di essi.
Un altro esercizio pratico che voglio proporre ai miei lettori per impratichirsi e portare nella realtà quotidiana il principio di compensazione, dopo che hanno fatto per un periodo l’esercizio proposto la settimana precedente, è il seguente: tenere in un piccolo notes una particolare forma di contabilità, cioè valutare le cose che si danno e si ricevono in ogni singola relazione importante. Dopo un po' di tempo che si tiene questa “contabilità” il lettore potrà dedicarsi a riflettere quanto e come gli scambi con le singole persone influenzino le emozioni di sicurezza, fiducia, affetto, oppure di sfiducia, sospetto, ecc.
Augurandomi di essere stato chiaro rispetto a questo principio che nella mia ricerca sulla comunicazione umana è stata una pietra miliare, colgo l’occasione per salutare tutti.
Paolo Baiocchi












































Comunicazione Sana Diciasettesima puntata

I principi centrali di Comunicazione Sana

Parlare non risolve alcun problema

Il titolo di questo articolo può sembrare provocatorio o controproducente all’interno di un metodo di comunicazione. Ma oggi vorrei dimostrare quanto il metodo Comunicazione Sana abbia approfondito un versante della comunicazione umana che spesso sfugge all’attenzione non solo delle persone non addette ai lavori ma persino ai tecnici della comunicazione. Comunemente si crede che parlando insieme alle persone con le quali si vive un disagio si possa giungere a dei risultati. Questo è vero molte volte, ma è esperienza comune che tante volte parlando non si arriva da nessuna parte, a volte addirittura accade il contrario, cioè parlando si peggiorano delle situazioni. Quando dico che alcune persone parlando risolvono dei problemi che non potrebbero essere risolti se non si avesse dialogato, non mi contraddico, in quanto la mia idea è che parlare non è sufficiente a risolvere i problemi, ma può rappresentare una fase molto utile per progettare la risoluzione di essi. Le persone che risolvono i problemi parlando hanno tutti una caratteristica che li differenziano da coloro che parlando non risolvono nulla: sono delle persone che credono nella costruzione di soluzioni pratiche e che sono disposte a lavorare ed impegnarsi concretamente in esse. In parole semplici sono persone che sono disposte a fare fatica nell’impegnare un lavoro. Non mi riferisco qui a un lavoro professionale; cucinare, stirare, modificare un’abitudine, portare un figlio a scuola, aggiustare un aspirapolvere rotto, fare i compiti insieme a un figlio, cambiare una gomma all’auto, lavare l’auto, fare i compiti di scuola, incorniciare un quadro, imparare una lingua straniera, ecc. sono dei lavori. Un lavoro si differenzia da un hobby per una sola caratteristica: si fa che piaccia o non piaccia, che si sia motivati o meno. Un lavoro è un impegno da portare a termine che porta un guadagno. Le persone che risolvono i problemi dialogando non sono per forza dei grandi esperti di comunicazione, ma sono dei grandi esperti di lavoro.
Un’altra svista culturale colossale riguarda il concetto di problema. Molto spesso le persone hanno l’idea che il problema riguardi i vissuti psicologici ed il carattere delle persone. Si pensa quindi che “avere problemi” sia sinonimo di essere “squilibrati” “malati psichici” “nevrotici” “disturbati psichicamente”, ecc., si confonde cioè avere dei problemi con l’essere problematici. Spesso infatti ho sentito delle persone negare di avere alcun tipo di problema, come se averne significasse la prova tangibile di un marchio psichico negativo. Altrettanto spesso quando si tratta di attribuire il problema le persone tendono a palleggiarsi la frase: “ma questo è un tuo problema…” In Comunicazione Sana il termine problema non ha a che vedere con la psicologia degli individui, ma con la struttura intrinseca della vita: ogni essere vivente per poter sopravvivere e gratificarsi deve risolvere dei problemi di base, come trovare cibo, trovare l’acqua, marcare un territorio, trovare un branco, avere successo nel corteggiamento, costruire un nido, allevare i cuccioli, difendersi dai predatori, ecc. Non esiste quindi alcun demerito nell’avere un problema, anzi, è piuttosto vero il contrario; quando una persona non ha nessun problema significa che tende ad evitare di vivere la vita pienamente, non affrontandola di petto e vivendola appieno. Riassumendo quindi il termine problema in Comunicazione Sana non ha niente a che vedere con il termine “problema psicologico”.
Allora se i problemi vengono risolti con il lavoro e non con la comunicazione a cosa serve quest’ultima? La comunicazione umana serve a generare degli accordi sul lavoro da svolgere. Molte volte una persona è confusa rispetto al problema che la sta facendo soffrire e ha bisogno di un buon focusing, cioè di mettere a fuoco con chiarezza il problema per poi poter trovare delle soluzioni e lavorarci su. Molto spesso non possiamo risolvere dei problemi da soli e abbiamo bisogno di altre persone che ci diano una mano. A ben pensare infatti la nostra società si è evoluta proprio grazie alla specializzazione dei lavori e allo scambio dei prodotti finiti. Nessuno di noi coltiva un campo, ammazza il bue, fa il pane, costruisce una automobile e il computer, apprende a leggere e scrivere da solo ecc. Mangiamo la verdura che qualcuno coltiva, comperiamo la carne dal macellaio, il pane dal panettiere, la macchina dalle case automobilistiche ecc. Insomma, ognuno compie un lavoro e scambia i prodotti con altri prodotti. Molti lavori inoltre per poter essere svolti necessitano di molte persone che svolgono un lavoro coordinato, i cui compiti sono suddivisi e ognuno lavora in concertazione con gli altri. Per poter risolvere i nostri problemi dobbiamo quindi per forza essere in grado di accordarci con gli altri, e quindi dobbiamo saper comunicare.
Nei problemi che abbiamo quindi con le altre persone è necessario sapere che:

La comunicazione serve a generare accordi sui problemi e sulle soluzioni
Il lavoro serve ad archiviare i problemi
Parlare è meno faticoso che lavorare

Per questo motivo il Metodo Comunicazione Sana ha messo al centro del suo agire la lettura degli eventi relazionali e comunicazionali in forma di problemi da risolvere mediante il lavoro e non mediante le parole. Le parole servono a generare degli accordi tra le persone. Ad esempio tutti noi valutiamo il grado di alleanza e fiducia che abbiamo verso altre persone non tanto da quanto bene ci hanno parlato ma da quanto si sono dati da fare per aiutarci concretamente a risolvere dei nostri problemi. Tante volte inoltre sentiamo dire con stima da parte di qualcuno: “Quello è un uomo di poche parole…” come ad indicare che non perde tempo a discutere inutilmente e si dedica immediatamente al lavoro che permette di risolvere i problemi. I nostri strumenti di lettura, che abbiamo presentato nelle puntate precedenti, sono utili proprio a generare un buon focusing e un buon accordo sulla definizione del problema in atto. Gli strumenti di risoluzione che chiamiamo nel nostro metodo Procedure di Risoluzione, sono appunto delle linee guida che permettono di generare accordo comunicazionale sulle soluzioni da mettere in atto, cioè sulla distribuzione dei carichi di lavoro reali per poter archiviare il problema che è stato messo a fuoco con gli strumenti di lettura.
Ma il nostro metodo presta ovviamente anche una grande attenzione alla comunicazione propriamente intesa quella che permette di scambiarci informazioni relative agli accordi. In questo senso abbiamo messo a punto delle conoscenze e competenze riguardo a ciò che chiamiamo Abilità Comunicazionali di Base. Queste ultime sono due: Ascoltare ed Esprimersi Assertivamente. Mediante l’abilità di Ascolto una persona è in grado di comprendere con grande profondità i contenuti, le emozioni, le percezioni ed i bisogni dell’altra persona, fino a stupire talvolta per il piacere che il fatto di essere ascoltati pienamente può dare. Mediante l’abilità dell’Esprimersi Assertivamente invece una persona diventa capace di comunicare le proprie idee, emozioni, percezioni e bisogni con efficacia ma senza mancare di rispetto all’altra persona e soprattutto senza ferire mediante attacchi. Saper inviare dei messaggi rispettosi e di grande impatto sull’altra persona, in grado cioè di venir facilmente compresi e assimilati dalla altre persone è una abilità che permette di far comprendere alle persone in poco tempo i nostri bisogni e i nostri desideri.
Molto spesso le persone che sanno ascoltare ed esprimersi con efficacia possono utilizzare questi strumenti come modalità per acquisire potere e influenza sulle altre persone, entrando quindi in quella forma di comunicazione che abbiamo di controllo. Nel nostro metodo la grande enfasi posta sulla lettura dei problemi e sulle procedure di risoluzione, fondate più sul lavoro che sul fascino e sulla magia comunicazionali, ci mettono per fortuna al riparo da questa trappola dorata. Le persone che infatti utilizzano la comunicazione per ottenere il controllo sugli altri tipicamente nel tempo cadono in una conseguenza nefasta: non appena le persone si rendono conto di essere state manipolate e spesso sfruttate, giustamente rompono l’alleanza con essi, ritirando la fiducia riposta inizialmente. La comunicazione fondata sul controllo porta quindi alla lunga alla solitudine. Nei prossimi articoli tratteremo quindi le Abilità Comunicazionali di Base.
Ai lettori affido ancora una volta un piccolo compito pratico: notate nel vostro quotidiano come le persone scansafatiche utilizzino a meraviglia la comunicazione per evitare dei lavori, che poi rimarranno non risolti o che cadranno sulle spalle di qualcun altro. Notate poi la fine che queste persone fanno nel tempo…
Un caro saluto a tutti
Paolo Baiocchi






L’Istituto Gestalt Trieste propone un programma di formazione in Psicoterapia della Gestalt. La Psicoterapia della Gestalt nasce intorno agli anni 50 dal genio del fondatore Fritz Perls, che fuse in essa la tradizione psicanalitica, le correnti filosofiche esistenzialiste e soprattutto l’approccio fenomenologico, che era il fondamento dell’agire della psichiatria europea prima dell’avvento degli psicofarmaci, e per ultima la Psicologia della Gestalt.

L’aspetto rivoluzionario della Gestalt in quei tempi consisteva nel dare spazio e centralità alle elaborazioni emozionali, corporee ed esperenziali al posto della sola rielaborazione cognitiva dei temi emergenti dal paziente.

L’Istituto Gestalt Trieste offre un programma formativo che si incentra sulla costruzione di risorse in due principali aree: lo sviluppo personale e un metodo strutturale di intervento terapeutico. Lo sviluppo personale prevede che l’allievo compia 160 ore di psicoterapia personale in quanto nel nostro approccio, fondato su di una relazione autentica con il cliente, crediamo sia necessario accettare la sfida di trasformare se stessi insieme al paziente e praticare nella vita gli stessi strumenti esistenziali di gestione dei temi di vita che offriamo ai pazienti. Se lo sviluppo personale risulta essere indispensabile nella dimensione della autenticità e umanizzazione della relazione terapeutica è al tempo stesso altrettanto importante garantire una solido apparato tecnico e teorico di riferimento per poter affrontare con successo i temi di vita dei pazienti. A questo scopo la nostra Scuola garantisce la costruzione di un modello di approccio che a partire della Diagnosi Fenomenologica permette la costruzione di chiari e semplici progetti terapeutici. La Diagnosi Fenomenologica è concentrata sulla comprensione della relazione esistente tra gli eventi di vita e le risposte organismica, emotiva, mentale e culturale ad essi dell’essere umano.

Paolo Baiocchi è medico psichiatra e psicoterapeuta. Dopo una formazione in ipnosi dove iniziò ad esplorare gli stati di Coscienza si è dedicato completamente alla Psicoterapia della Gestalt individuale e di gruppo. La sua indagine sui funzionamenti interiori della mente e sul processo terapeutico si è concentrata sui campi della comunicazione umana, dove ha messo a punto un metodo denominato “Comunicazione Sana” e sul tema delle emozioni di disagio. In particolar modo è coinvolto nella costruzione di metodi per diffondere a largo raggio la conoscenza delle emozioni e delle modalità per la loro gestione mediante lo sviluppo dei poteri della mente. Infatti, mediante la scoperta della possibilità di calmare le proprie emozioni di disagio con lo sviluppo di atteggiamenti interiori diviene progressivamente possibile raggiungere un affrancamento dalla sofferenza e la costruzione del potere esistenziale che permette di scrivere autonomamente la propria narrazione di vita.