COMUNICAZIONE SANA/Decima puntata

Gestire i conflitti

Vediamo oggi in dettaglio, come vi avevo promesso lasciandovi la settimana scorsa, i cinque conflitti descritti dal metodo Comunicazione Sana.
Conflitto di interessi. Nella nostra vita di tutti i giorni i conflitti di interessi sono continui; alcuni di essi sono piccoli, altri così grandi da non farci riposare serenamente. Un uomo e una donna devono uscire entrambi per un appuntamento, ma hanno una sola macchina; due bambini sono interessati allo stesso giocattolo; due amici si innamorano della stessa ragazza. Ecco tre esempi molto comuni di conflitto di interessi, un fenomeno così invasivo che sullo sviluppo delle capacità negoziali si sono scritti centinaia di libri, nei quali i diversi autori offrono le loro soluzioni per poterli gestire. Di base vi sono tre stili possibili: competere, perdere, negoziare. Alcuni autori, soprattutto quelli di opere a carattere più commerciale, sono maggiormente sbilanciati sullo stile fondato sulla competizione mentre altri, di stampo più culturale, sono propensi per lo stile centrato sulla negoziazione. Altri ancora, più vicini ad una concezione religiosa, sono inclini allo stile perdente, cioè permettere all’altro di gratificarsi senza pensare a soddisfare i propri bisogni. Di fondo, però, la maggior parte degli autori concentra i propri sforzi sullo sviluppo di abilità che permettano di negoziare, di salvare cioè capra e cavoli. Chi negozia, infatti, è in grado di rinunciare alla sua piena soddisfazione, ma non a tutta la propria soddisfazione, per salvare l’alleanza e l’affetto con gli altri.
Conflitto di gusti. È quasi impossibile trovare un altro individuo al mondo che abbia i gusti completamente uguali ai nostri. I gusti, come i valori, fanno parte della nostra identità personale e hanno un incarico di grande responsabilità nell’economia del nostro essere: dare direzione alle nostre scelte. Molto spesso, parlando di gusti, si pensa che ci si riferisca al fatto che ci piaccia più il mare della montagna, Elvis Presley più dei Beatles, i fagioli più dei piselli… ma non è affatto così. I nostri gusti si estendono da questo livello più quotidiano ad altri molto alti quali, ad esempio, trovare la propria direzione e realizzazione professionale.
Volete un esempio di questo tipo di conflitto? Eccolo: un ragazzo è incline alle materie artistiche, mentre il padre è affascinato dalla carriera militare o dalle discipline scientifiche. La grande differenza tra Mozart e Bach non consiste in qualcosa di materiale, di logico, concreto o scientifico, né si può dire che la musica dell’uno sia superiore o inferiore a quella dell’altro: sono semplicemente diverse in quanto esprimono la personalità ed il genio specifici dei loro compositori. Questa differenza ha a che vedere con il grande capitolo dei gusti. Anche molta della nostra sessualità più profonda ed intima viene toccata dal tema del gusto; innumerevoli conflitti sessuali di coppia nascono da una differenza a questo livello. In fondo il gusto richiama il kalòs dei Greci antichi, cioè il senso del bello e quindi ciò che in filosofia è stato materia inesauribile di indagine: l’estetica. In letteratura non si trovano tanti libri specifici sulla gestione di questo tipo di conflitto quanti, ad esempio, se ne possano trovare sul tema di quello di interessi. La grande trappola in questi casi consiste nel voler portare l’altro all’interno del nostro gusto, magari giudicando le sue preferenze come segno di poca sensibilità e maturità estetica. La chiave consiste nello sviluppare un atteggiamento prima mentale e poi comunicazionale fondato sulla tolleranza, in modo da poter convivere con le persone che amiamo anche quando esistono differenze di tipo estetico.
Conflitto di valori. Se i gusti richiamano l’antico concetto greco del kalòs, i valori riguardano invece l’agathos, cioè il bene, che nella storia della filosofia è noto come ricerca dialettica intorno al tema dell’etica. I valori rappresentano un'altra zona centrale nell’identità individuale: indicano ciò che è veramente importante e quindi sono i criteri di scelta mediante i quali le persone operano delle scelte nella ricerca di essere aderenti ai loro modelli ideali.
La grande trappola dei valori è che essi sono così centrali per le persone tanto da convincerci che i nostri siano preferibili a quelli degli altri, siano superiori e migliori, in quanto ad etica. A ben pensare, molti dei giudizi che popolano segretamente la mente delle persone (e a volte persino i dialoghi e le comunicazioni, come ad esempio quando si sparla di qualcuno) hanno origine dal preconcetto che, essendo l’altro diverso dai nostri valori, risulta per ciò stesso strano, bizzarro e non a posto. Parlando di valori la mente visualizza con rapidità dei grandi valori culturali, di tipo religioso o politico: essere cristiani piuttosto che mussulmani, essere di destra piuttosto che di sinistra, credere in Dio piuttosto che essere atei. Ma i conflitti di valori, che in tanti anni ho potuto osservare nelle relazioni umane, sono molto più semplici e sottili. Facciamo degli esempi: la famiglia Rossi, in passato, ha patito la povertà: da generazioni il risparmio e l’accumulo di risorse economiche è diventato un valore centrale per gli appartenenti a questo sistema; la famiglia Verdi ha vissuto una storia di nobiltà: il denaro per loro non risulta essere importante, mentre lo sono l’arte, le buone maniere e la cortesia, le relazioni con persone illustri; la famiglia Bianchi invece ha combattuto nella Resistenza: valori alti per i suoi appartenenti sono la libertà, la giustizia, il sostegno ai più deboli. Molto spesso le persone diventano amiche di chi ha valori simili: il vecchio adagio “moglie e buoi dei paesi tuoi” sembra indicare che un certo grado di similitudine favorisca un matrimonio lungo e felice.
Ma anche scegliendo accuratamente le persone, accertandoci di essere simili su questo livello, nel tempo non mancheranno di affiorare alcune differenze importanti che renderanno difficile il già intricato compito di prendere delle decisioni di comune accordo. Spesso il campo di battaglia più impegnativo riguarda l’educazione dei figli, nel quale affiorano valori che per lungo tempo nella vita di coppia rimangono in penombra: i valori maschili e quelli femminili ed i valori familiari.
Nel nostro metodo lo strumento che si propone di gestire questo tipo di conflitto si chiama “Tollerare la differenza di valori”. Anche in questo caso, come nel conflitto di gusti, per poter giungere al risultato positivo di comunicazione e relazione è necessario operare una profonda modificazione di atteggiamento mentale, la cui chiave consiste nell’accettare l’assoluta relatività dei propri valori, commista alla sfida di aprirsi ad un nuovo valore per apprezzare l’inevitabile nucleo di saggezza rinchiuso in esso e spesso invisibile alla nostra coscienza assuefatta al valore derivante dalla nostra storia e dal nostro passato.
Conflitto di opinioni. Molto spesso si confonde questo conflitto con quello di valori e di gusti, in quanto le persone tentano di rendere scientifica la superiorità dei loro valori o gusti. In realtà gusti e valori sono semplicemente diversi e come lo Yin e lo Yang orientali non possono mai essere vinti per sempre dal loro oppositore. La destra e la sinistra politiche sono, come tutti i valori, dei criteri di scelta che tendono a difendere i diversi bisogni di classi di persone. Nella storia, queste forze si alternano immancabilmente al potere perdendo la leadership quando mutano nei popoli i bisogni centrali: la sinistra diventa importante in certi momenti storici e con il cambiare delle condizioni perde la sua forza innovatrice, rivoluzionaria e indirizzata all’eliminazione delle differenze economiche ed alla priorità data ai sistemi, per lasciare il posto alla destra, con la sua tendenza conservatrice, imprenditoriale e centrata sull’iniziativa privata che lascia spazio alla competizione ed all’aumento del benessere individuale. Nessuna delle due è in assoluto giusta e preferibile, entrambe soddisfano un movimento dialettico che rende semplicemente migliore un’ideologia rispetto a quel preciso momento storico.
Il conflitto di opinioni reale, quindi, non è quello legato ai gusti o valori, che nel nostro metodo vengono chiamati sempre “conflitto di gusti” o “conflitto di valori”, ma quello legato a delle idee che potremmo definire scientifiche. Affermare che la Terra è rotonda o quadrata non c’entra nulla con i valori, è un’ipotesi scientifica, oggi facilmente verificabile grazie agli strumenti tecnologici a nostra disposizione. Affermare che la Terra gira intorno al Sole e/o che il Sole gira intorno alla Terra non è un conflitto di valori, come fu ai tempi del povero Galilei, rinchiuso per dieci anni in galera finchè non ritrattò la sua teoria scientifica. La Chiesa dell’epoca aveva confuso una realtà scientifica con quella dei valori, cadendo nell’errore descritto nel paragrafo precedente. Non si era dimostrata nemmeno granché tollerante. Le opinioni riguardano la natura del mondo ed il suo funzionamento.
Ad esempio, due persone stanno cercando una soluzione per aggiustare il frigorifero che si è rotto. Uno afferma che il problema si trova nel filo elettrico mentre l’altro sostiene che è invece nel gas del sistema di compressione ed espansione mediante il quale funziona il frigorifero. Un socio afferma che per il prossimo anno bisogna investire in borsa gli utili della società, l’altro ribatte che questo è pericoloso e sarebbe meglio rinnovare i macchinari dell’azienda. Le due diverse opinioni non sono dotte discussioni da salotto, ma condizionano delle scelte di azione che possono portare al successo o al fallimento dell’azione stessa. Normalmente chi ha le opinioni giuste ha più successo di coloro che hanno opinioni strampalate sulla natura ed il funzionamento di un certo campo di esistenza. Ad esempio, l’opinione sulle questioni del tennis di un maestro di tennis è certamente più affidabile di quella del tennista della domenica che, con un po' di saccente arroganza, pretende di dispensarci. I professionisti sono esperti in materie dove si presume posseggano opinioni più affidabili di coloro che non hanno studiato, sperimentato e messo a punto per anni delle conoscenze in un campo specifico.
Conflitto di cambiamento. Questo conflitto avviene in tre circostanze: le perdite, le separazioni e i cambiamenti. Le perdite si verificano quando siamo costretti a lasciare per sempre un’altra persona, un sistema, un animale, un oggetto, un luogo o una situazione a cui siamo affezionati in maniera definitiva. Esempi di perdite sono i lutti, quando cioè una persona muore; i trasferimenti in un’altra città; le malattie gravi (pensiamo alle demenze senili). Le separazioni sono a volte eventi sani e fanno parte dei cambiamenti della vita, a volte invece assomigliano più a perdite. Una separazione dalla maestra delle scuole elementari è una separazione sana associata al cambiamento, ma questo non significa che per il bambino questo evento non sia doloroso. Quando invece un marito o una moglie decidono di separarsi, per il partner questo può assomigliare più ad un lutto che ad una separazione fisiologica. I cambiamenti sono a loro volta indispensabili per poter crescere ed evolvere e in questo capitolo annoveriamo tutti i cambiamenti legati a quello che in psicologia è chiamato “ciclo vitale”, cioè l’insieme di tutti i passaggi maturativi della vita, come quello dall’infanzia alla pubertà, dall’adolescenza all’età adulta; come anche i passaggi della vita di coppia: ad esempio la nascita del primo figlio. Esistono però anche dei cambiamenti che sono imposti dal mutare delle condizioni storico-politiche, economiche e culturali, che non per forza sono momenti indispensabili per la maturazione ma che richiedono agli individui un notevole grado di elasticità e capacità di adattarsi alle nuove circostanze di vita.
I cambiamenti sollecitano una funzione biologica fondamentale nel nostro cervello da mammifero (che quindi non può essere controllata con la nostra mente logica né con il nostro cervello esistenziale): l’attaccamento. L’attaccamento, studiato da Bowlby, è una funzione che permette al cucciolo di creare un legame con la madre e grazie a questo sopravvivere e imparare. Gli esseri umani sono molto evoluti a livello intellettuale ma il dolore della perdita, nei confronti della quale sono impotenti come bambini, è il dolore affettivo più grande e meno tollerabile. Non a caso, infatti, uno dei precetti centrali nella filosofia buddista contempla l’arte e la pratica del cosiddetto non-attaccamento.
Nella mia pratica di psicoterapeuta individuale e di gruppo ho potuto essere testimone di migliaia di conflitti di cambiamento non riconosciuti che sollevavano angoscia nel singolo e comportamenti relazionali difensivi che non venivano riconosciuti come tali. Spesso il solo sostenere la coscienza della persona, invitandola a dare agli eventi di disagio il corretto titolo - cioè cambiamento, perdita, separazione, lutto - e convincendola della liceità del difficile metabolismo, la sollevava enormemente, facendo immediatamente cessare in lei l’istintiva reattività difensiva nelle relazioni.
Un caro saluto a tutti i lettori e un arrivederci a venerdì prossimo.

Paolo Baiocchi



(10 – continua)
COMUNICAZIONE SANA/Undicesima puntata

Il principi centrali di Comunicazione Sana

In Comunicazione Sana noi consideriamo quattro principi di base che permettono al metodo di funzionare in tutta sicurezza, in quanto aumentano la possibilità di percepire quali comunicazioni siano possibili dentro una relazione e quali siano al contrario inutili o addirittura pericolose tanto in termini di efficacia quanto per il grado di imbarazzo o per le ferite che esse possono causare.
Comunemente alcune persone, quando hanno un problema, ne parlano spinte dal disagio. Questo a volte non è adeguato. Altri, al contrario, per il timore della reazione dell’altro e consapevoli del pericolo insito nel sollevare problemi, preferiscono tacere, sempre. Anche questa modalità è infruttuosa in quanto senza rischiare nulla, nulla si ottiene; in secondo luogo, chi non si esprime mai subisce e si risente nel profondo. Quando allora parlare di un problema e quando non farlo? Secondo i principi di Comunicazione Sana è bene mettere in discussione soltanto le cose che si prevede abbiano una buona probabilità di risoluzione, altrimenti è meglio soprassedere e delegare l’apertura relazionale del problema ad un momento più favorevole. Ma come si fa a capire quand’è il caso o meno di parlare di un problema?
I nostri corsi hanno avuto un incredibile aumento di efficacia da quando abbiamo introdotto questi principi. Gli “Strumenti di lettura”, le “Abilità comunicazionali di base” e le “Procedure operative”, aumentano il potere dei partecipanti, in quanto permettono di comprendere di più gli eventi consentendo di affrontare con maggiori competenze e chiarezza procedurale i problemi e i conflitti: i principi contribuiscono al funzionamento degli strumenti come l’olio contribuisce a far funzionare un motore a scoppio. Senza l’olio gli attriti fanno sì che il motore, che di sua natura funziona perfettamente, si ingrippi e fonda.
I principi fondamentali che abbiamo essenzializzato nel tempo sono:
- il principio di pazienza;
- il principio dello spazio sicuro;
- il principio della gamba di legno;
- il principio di compensazione.

Il principio della pazienza
Chiedendo a molte persone cosa credevano che fosse la pazienza, la risposta è stata fatidicamente sempre la stessa: l’arte di saper aspettare. Questa risposta non è affatto sbagliata, ma è assolutamente incompleta. Scavando un po' più a fondo, ad esempio con la domanda: «E come fai a capire quando è il caso di aspettare oppure no? », spesso le persone non mostravano altrettanta prontezza di risposta e lucidità nel descrivere dei criteri di scelta che fossero pragmaticamente fondati. Per quel che mi riguarda ho impiegato molto tempo per poter arrivare a concettualizzare il concetto di pazienza in modo semplice e preciso, ma dopo anni di sforzi penso di essere arrivato ad un punto di svolta. La pazienza è una virtù esistenziale e non appartiene al bagaglio degli istinti del mammifero interno che alloggia nel nostro sistema limbico, né degli istinti propriamente umani. La pazienza oggi come oggi, appare alla mia percezione come una delle “Funzioni esistenziali” (descritte nel metodo da me fondato, chiamato Metodo delle funzioni esistenziali). Vale la pena di parlarne un po' in quanto i risvolti della pazienza nella comunicazione sono di tale portata che tralasciare quest’argomento, volendo utilizzare la metafora iniziale, sarebbe come lasciar funzionare il motore senza olio.
Per comprendere cos’è la pazienza è necessario fare una premessa che riguarda il problem solving, cioè la capacità di affrontare i problemi con successo. La maggior parte della gente, rispetto al problem solving, cade in un inganno intellettuale simile a quello del famoso quadro di Magritte raffigurante una pipa, accompagnato però da una didascalia che recita: “Questa non è una pipa”. Apparentemente questa affermazione sembra senza senso ma, al contrario, è un manifesto della fenomenologia in quanto indica metaforicamente una realtà profonda che spesso non viene percepita dalla coscienza. Il quadro, difatti, non è una pipa bensì la rappresentazione di una pipa. A volte mi immagino il buon Magritte che ironicamente aggiunge: «Se non ci credete provate a fumarvi questo quadro…». Soltanto la mente umana confonde le rappresentazioni che crea, cioè i concetti e le immagini, con la realtà. Molte volte ho visto persone vivere angosce terribili la cui base era soltanto fantastica: in altri termini il cervello reagiva con una reazione di allarme a percezioni catastrofiche generate dalla mente, senza che la coscienza riuscisse a rendersi conto che quelle idee o immaginazioni interne non erano la realtà, ma soltanto delle immagini o delle rappresentazioni. Normalmente una persona non si spaventa alla vista di un leone in televisione in quanto sa che quella è solo un’immagine, mentre sarebbe veramente terrorizzata se lo vedesse di fronte, a casa propria, a pochi metri dal divano sul quale sta comodamente sdraiata. Ma quando la coscienza crede alle proprie rappresentazioni interne, senza attivare il necessario senso critico, l’angoscia non tarda a diventare un ospite fisso.
La stessa svista intellettuale acceca la mente rispetto al problem solving. Le persone spesso credono che:

per risolvere i problemi siano necessarie le soluzioni.

Niente di più falso, o, meglio sarebbe dire, niente di più ingannevole. A ben pensare, infatti, spesso nella nostra realtà ci sono dei problemi, molte persone si prodigano nel fornire soluzioni assolutamente ovvie in teoria, come spesso accade nelle riunioni di gruppo, poi tutto resta come prima. E ancora, tutti abbiamo qualche piccolo vizio, e spesso accade che teniamo dei comportamenti inadeguati: sappiamo bene quale sarebbe la soluzione, ma non facciamo nulla. Ad esempio, una persona è in sovrappeso, oppure fuma. Le soluzioni le conosce anche un bambino: mangiare di meno e smettere di fumare. Come vedete, questa equazione è assolutamente fuorviante. Inoltre ha il grande difetto che se una persona ci crede, pensa che per risolvere un problema, se non c’è ancora riuscito in tanti anni, deve per forza di cose trovare soluzioni migliori….
Provo allora ad offrirvi la mia equazione per risolvere i problemi, che recita pressappoco così:

Per risolvere un problema è necessario avere
una forza più grande del problema

Dobbiamo ora comprendere che cosa intendo io per “forza”, per non essere accusato di violenza o di poca democrazia. La forza di un individuo è data dalle risorse e dalle alleanze di cui dispone. Le risorse sono le capacità esistenziali, quelle intellettuali e quelle pratiche, sono le abilità ed i talenti già sviluppati della persona. Le alleanze sono tutte quelle persone del mondo affettivo, professionale o sociale, disposte a spendere le loro risorse in favore dell’archiviazione di quel problema.
Quindi, in un modo ancora più semplice, ecco la stessa equazione:

Un problema non si risolve con le soluzioni
ma con il lavoro

Provate a parlare delle soluzioni al problema e notate se il problema si è risolto nominando le soluzioni. No, qualcuno deve fare la fatica di lavorare sul problema fino alla sua archiviazione, superando tutti gli ostacoli che si frappongono sul cammino e tenendo l’attenzione concentrata sul lavoro fino al successo. Ecco perché è difficile dimagrire, prendere una laurea, avere successo nel lavoro o nella vita affettiva. La domanda ora è: chi fa questo lavoro? Non solo è necessario avere energia da spendere per fare un lavoro, ma bisogna avere anche conoscenze e competenze specifiche per farlo bene. Se non ci credete, la prossima volta che vi si rompe il computer provate a smontarlo e ad aggiustarlo da soli: a meno che non siate degli esperti, vi troverete di fronte ad un compito per voi impossibile. Ecco che per risolvere un problema non sono necessarie le soluzioni ma le competenze di qualcuno, voi stessi o un vostro alleato, alleato a tal punto da investire un po’ di tempo della sua vita per lavorare su un problema vostro.
Dopo questa lunga ma necessaria premessa è finalmente possibile comprendere cos’è la pazienza: la capacità di comprendere se ci sono risorse sufficienti o meno per affrontare un problema con una buona probabilità di riuscita.
Quando una persona vuole aprire un problema in una relazione è bene che prima si accerti che, sollevato il problema, ci siano delle risorse e motivazioni sufficienti per affrontarlo, altrimenti bisogna concentrarsi, più che sul parlare del problema, sulla costruzione delle risorse mancanti.
Ad esempio, una donna ha un marito alcolista. Può aprire il problema mille volte con mille diversi toni, che vanno dalla rabbia al lamento, al dolore, ma rischierà di non ottenere nulla. Perché la donna parla di questo problema? È soltanto uno sfogo o ha uno scopo? Ovviamente ha uno scopo, quello di far sì che il marito smetta di bere e ritorni ad occupare uno spazio di responsabilità all’interno della famiglia. Se questa donna parla per anni senza ottenere alcuna modificazione di comportamento avrà fallito in più direzioni. Per se stessa avrà speso delle energie senza successo, in secondo luogo non avrà aiutato il marito, e inoltre tutte le sue lamentele ed i suoi sfoghi, impotenti, sortiranno un effetto paradossale: il marito andrà al bar e dirà al suo migliore amico di fronte ad un bicchiere: «Che vuoi farci, qui al bar è l’unico posto dove mi trovo a mio agio, in quanto a casa ho una donna terribile che mi tormenta dalla mattina alla sera, non è mai contenta, si lamenta sempre ed è ormai chiaro che non mi ama più, altrimenti sarebbe carina con me, come ogni moglie dovrebbe essere con il proprio marito…».
Per usare il principio della pazienza, quindi, prima di parlare di un problema è necessario porsi la seguente domanda:

Se apro questo problema con …….
esisteranno nella nostra realtà risorse sufficienti
per affrontare il problema con successo?

Nel caso in cui ci siano risorse sufficienti è bene calcolare l’investimento energetico che costerà l’intero processo di elaborazione del problema per vedere se è il caso di affrontarlo subito o se è consigliabile posticiparlo ad un altro momento.
Se invece le risorse non fossero sufficienti, allora sarà bene concentrarsi su un progetto diverso che risponda alla domanda:

Come posso costruire queste risorse per aumentare
la mia forza di impatto su questo problema?

Ed anche alla domanda:

Quali alleanze potrei utilizzare per aumentare
la mia forza di impatto su questo problema?

Bene, credo che per oggi possiamo fermarci qui. La prossima settimana perleremo del principio dello spazio sicuro. A tutti un caro saluto e l’arrivederci a venerdì.

Paolo Baiocchi

(11 – continua)

COMUNICAZIONE SANA/Dodicesima puntata

I principi centrali in Comunicazione Sana

Nella puntata precedente abbiamo affrontato un principio fondamentale del metodo Comunicazione Sana che afferma che è meglio affrontare i problemi dei quali prevediamo di avere risorse sufficienti per arrivare al successo. Si chiama principio della pazienza. In questo articolo ci addentreremo invece nel principio dello spazio sicuro.

Il principio dello spazio sicuro
Spazio sicuro è un termine che deriva dalla teoria dell’attaccamento. Gli studiosi che si sono occupati di questo fondamentale fenomeno umano ed animale hanno osservato che i processi maturativi di un individuo sono collegati al il tipo di attaccamento iniziale con la madre e con le persone significative. Già lo psichiatra Spitz, nell’immediato dopoguerra, aveva scoperto che una enorme parte dei bambini cresciuti negli orfanotrofi (a causa della perdita dei genitori in guerra purtroppo questi erano molto affollati), che pur avevano avuto tutte le cure materiali dovute, sviluppavano una depressione terribile, che chiamò anaclitica, caratterizzata da comportamenti di automutilazione, difficoltà nello sviluppo cognitivo, umore depresso, dondolamenti, che nella metà dei casi rendeva queste persone disadattate nella vita adulta. All’epoca non si conosceva la causa di questa terribile sindrome e per primo Spitz ipotizzò che fosse dovuta alla mancanza di contatto affettivo tra il bambino e la madre: le donne che curavano fisicamente i bambini infatti erano in un numero troppo esiguo per occuparsene nel senso affettivo.
Tutti noi, anche nella vita adulta, siamo molto sensibili al grado di sicurezza di una relazione. Con alcune persone ci sentiamo liberi di essere noi stessi, ci apriamo e riveliamo le nostre cose intime, con altre, invece, tendiamo ad alzare un muro protettivo per non essere feriti, sfruttati, derisi ecc. Questa percezione di essere al sicuro o meno in una relazione viene chiamata nel nostro metodo “spazio sicuro”. Lo spazio sicuro non si costruisce in un’ora, ma nel tempo, ed essenzialmente consiste nel fatto che abbiamo registrato, nel nostro cervello da mammifero (cioè nel cosiddetto sistema limbico), che l’altra persona non tende ad attaccarci e ferirci e che, al contrario, abbiamo ripetutamente ricevuto sostegno. Sinonimi di spazio sicuro sono altre due parole di uso più comune: fiducia e alleanza. Lo spazio sicuro non è quindi un fenomeno digitale, tutto o nulla, ma analogico e quindi graduabile lungo una scala soggettiva. Se per convenzione costruiamo una scala di fiducia verso gli altri esseri umani che va da 0 a 100, possiamo misurare il nostro grado soggettivo di fiducia verso un amico, la moglie, il fratello, il padre, la famiglia di origine presa nel suo complesso ecc.
Lo spazio sicuro non è un fenomeno casuale, ma dipende dal grado di sostegno e dal grado di non pericolosità di una relazione. In rapporto ad un manipolatore che seduce cronicamente le persone per arrivare ai suoi interessi, dopo un po' di tempo ben poche persone si sentono al sicuro. Relazionandosi ad una persona schiva e chiusa che dopo pochi secondi di rapporto tende a ritirarsi e teme di essere coinvolta nella relazione, non ci si sente in pericolo, ma neppure si sente che si può contare sulla sua alleanza per risolvere i propri problemi.


Il principio della gamba di legno
Iniziamo dalla descrizione di questo principio apparentemente semplice: è inutile parlare a qualcuno di un problema che non ha soluzioni. Tempo fa decisi di chiamarlo simpaticamente il principio della “gamba di legno”, in quanto mi sembrò che la metafora fosse evocativa e rimanesse impressa nella mente degli studenti. Se qualcuno ha avuto la disgrazia di perdere una gamba ed è costretto ad indossare un arto artificiale si trova con una menomazione che comporta tutta una serie di svantaggi funzionali ed estetici. Immaginiamo che questa persona faccia fatica a camminare in una gita di gruppo in cui siete presenti. Vi verrebbe da parlargli di questo vostro problema? La risposta logica e quella viscerale sono normalmente no, sarebbe una sorta di sadismo.
Il problema solitamente consiste nel fatto che le persone non si chiedono a sufficiente se i problemi delle altre persone sono trasformabili nei tempi e nelle modalità che vengono richieste. Un cattivo insegnante sgrida e punisce un bambino che sta imparando a leggere perché sbaglia. Sta violando il principio della gamba di legno oppure no? Non esiste una risposta assoluta, ma soltanto risposte che tengano conto del grado di preparazione del bambino. Se il bambino ha un livello di preparazione sufficiente a portare a termine quel compito, se lui fosse concentrato ed attento, il principio non sarebbe affatto violato, mentre se il bambino non avesse sviluppato ancora le competenze sufficienti per quel livello di apprendimento, non solo non sarebbe opportuno smettere di sgridarlo, ma bisognerebbe soprattutto mettere al sicuro il bambino dall’insuccesso, costruendogli delle sfide dove avesse buona possibilità di farcela. Se l’insegnante non calibrerà il compito in base alle risorse del bambino e addirittura lo sgriderà, genererà un microtrauma all’allievo. L’alunno infatti registrerà nel suo cervello limbico un insuccesso che contribuirà a far pendere la bilancia della sua autostima verso il negativo in quella materia.
Esistono molte situazioni in cui le persone aprono nella comunicazione dei problemi all’altro con l’aspettativa che l’altro cambi quando di fatto tale cambiamento è impossibile, oppure necessiterebbe di un tale investimento di energia da richiedere un altissimo livello di motivazione.






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COMUNICAZIONE SANA/Tredicesima puntata


L’Istituto Gestalt Trieste propone un programma di formazione in Psicoterapia della Gestalt. La Psicoterapia della Gestalt nasce intorno agli anni 50 dal genio del fondatore Fritz Perls, che fuse in essa la tradizione psicanalitica, le correnti filosofiche esistenzialiste e soprattutto l’approccio fenomenologico, che era il fondamento dell’agire della psichiatria europea prima dell’avvento degli psicofarmaci, e per ultima la Psicologia della Gestalt.

L’aspetto rivoluzionario della Gestalt in quei tempi consisteva nel dare spazio e centralità alle elaborazioni emozionali, corporee ed esperenziali al posto della sola rielaborazione cognitiva dei temi emergenti dal paziente.

L’Istituto Gestalt Trieste offre un programma formativo che si incentra sulla costruzione di risorse in due principali aree: lo sviluppo personale e un metodo strutturale di intervento terapeutico. Lo sviluppo personale prevede che l’allievo compia 160 ore di psicoterapia personale in quanto nel nostro approccio, fondato su di una relazione autentica con il cliente, crediamo sia necessario accettare la sfida di trasformare se stessi insieme al paziente e praticare nella vita gli stessi strumenti esistenziali di gestione dei temi di vita che offriamo ai pazienti. Se lo sviluppo personale risulta essere indispensabile nella dimensione della autenticità e umanizzazione della relazione terapeutica è al tempo stesso altrettanto importante garantire una solido apparato tecnico e teorico di riferimento per poter affrontare con successo i temi di vita dei pazienti. A questo scopo la nostra Scuola garantisce la costruzione di un modello di approccio che a partire della Diagnosi Fenomenologica permette la costruzione di chiari e semplici progetti terapeutici. La Diagnosi Fenomenologica è concentrata sulla comprensione della relazione esistente tra gli eventi di vita e le risposte organismica, emotiva, mentale e culturale ad essi dell’essere umano.

Paolo Baiocchi è medico psichiatra e psicoterapeuta. Dopo una formazione in ipnosi dove iniziò ad esplorare gli stati di Coscienza si è dedicato completamente alla Psicoterapia della Gestalt individuale e di gruppo. La sua indagine sui funzionamenti interiori della mente e sul processo terapeutico si è concentrata sui campi della comunicazione umana, dove ha messo a punto un metodo denominato “Comunicazione Sana” e sul tema delle emozioni di disagio. In particolar modo è coinvolto nella costruzione di metodi per diffondere a largo raggio la conoscenza delle emozioni e delle modalità per la loro gestione mediante lo sviluppo dei poteri della mente. Infatti, mediante la scoperta della possibilità di calmare le proprie emozioni di disagio con lo sviluppo di atteggiamenti interiori diviene progressivamente possibile raggiungere un affrancamento dalla sofferenza e la costruzione del potere esistenziale che permette di scrivere autonomamente la propria narrazione di vita.