Parte sul Mercatino la nuova rubrica curata dall’Istituto Gestalt Trieste

Il benessere psichico dell’individuo
e l’evoluzione armonica degli elementi

Un percorso complesso ed articolato intorno alle esigenze interiori
della persona per farla giungere al suo miglior equilibrio psico-fisico

Quando il Mercatino mi ha prospettato l’idea di tenere una rubrica sulle sue pagine, la prima considerazione è stata di grande apprezzamento, in primo luogo per gli obiettivi che la redazione del settimanale si prefiggeva aprendo i suoi spazi a contenuti utili per il miglioramento in generale tanto dell’interiorità dell’individuo quanto del suo equilibrio psico-fisico; in secondo luogo per ciò che essa poteva rappresentare in termini più strettamente umani e professionali e per i risultati che sarebbe stato possibile ottenere. Questa collaborazione mi offriva concretamente la possibilità di arrivare istantaneamente a tantissime persone per divulgare le conquiste della ricerca scientifico-culturale dell’Istituto Gestalt Trieste, associazione che ho l’onore di dirigere dal 1997. Curare una rubrica che arriva ad un così vasto pubblico (il Mercatino vanta qualcosa come 180 mila lettori ogni settimana), e soprattutto non specializzato o di nicchia, si coniuga esattamente con la missione dell’Istituto: diffondere a largo raggio, nella socio-cultura, alcuni strumenti atti a prevenire il disagio psichico ed a promuovere lo sviluppo delle competenze umane che permettano sia il benessere sia l’evoluzione armonica degli individui e dei sistemi.
Fin da bambino mi sono reso conto che una delle capacità umane fondamentali per costruire il benessere consiste nello sviluppare strumenti e conoscenze. La grande differenza tra chi soffre e subisce la vita e chi invece la vive con gioia, forza e avventura, non consiste in caratteristiche genetiche o caratteriali, come comunemente si è portati a credere, ma dipende strettamente soprattutto dallo sviluppo di competenze pratiche, relazionali ed esistenziali.

- Le competenze pratiche sono delle vere e proprie capacità di fare, come, ad esempio, saper sciare, usare un computer, guidare una macchina, lavorare il legno, oppure aggiustare un rubinetto. Queste competenze ci permettono di affrontare con efficacia tutti quei problemi che hanno a che vedere con le cose, cioè gli oggetti di gratificazione che non riguardino il nostro mondo interno o quello relazionale.

- Le competenze relazionali riguardano, per contro, la capacità di stare all’interno di una rete sociale, affettiva e professionale, di compiere degli scambi efficaci che portino ad arricchimento, e di coordinare insieme ad altri dei comportamenti volti a soddisfare bisogni e desideri e a costruire sogni: il che significa saper nutrire la propria forza ed essere quindi in grado di autorealizzarsi.

- Le competenze esistenziali, invece, sono quelle che riguardano la capacità di gestire i fenomeni che accadono ad ogni essere umano che vive una vita attiva: porsi degli obiettivi, reggere ai fallimenti, conoscere ed utilizzare il proprio mondo emotivo, saper affrontare perdite e cambiamenti, essere capaci di sognare e progettare, riuscire a trarre il giusto insegnamento da errori ed insuccessi, comprendere gli eventi che accadono. Gli strumenti esistenziali ci permettono quindi di gestire con proprietà ed efficacia gli eventi nei quali né la razionalità né la spontaneità derivante dagli istinti e dalle nostre abitudini acquisite sono sufficienti a permetterci di compiere una corretta archiviazione dei problemi in atto.

Chi apprende queste competenze e le conoscenze necessarie per utilizzarle con efficacia, riesce a smettere di subire gli avvenimenti e la quotidianità, i rapporti con gli altri ed il proprio mondo interiore. In quest’ultimo periodo vi è stato un fiorire di iniziative che si propongono in vario modo di aiutarci a gestire il nostro mondo interno, con i suoi conflitti, le sue pulsioni, le contraddizioni, i vuoti e le angosce. Al tempo stesso, però, si è andata maturando in me la convinzione che parallelamente a ciò si vada concretizzando una sorta di movimento in forte controtendenza, che genera una reazione opposta: il nostro vivere nel sociale, lo sviluppo della tecnologia ed i cambiamenti culturali ci stanno portando a un mondo che allontana l’uomo dalla connessione con se stesso per lanciarlo in una dimensione di stimoli sempre più vertiginosi in grado di evocare il piacere a comando; la mia constatazione è che i ritmi temporali che punteggiano lo svolgersi della nostra vita si sono enormemente velocizzati, come in una sorta di infernale giostra caleidoscopica che pochi sanno fermare o sono in grado di padroneggiare. Al tempo stesso, la rincorsa verso gli oggetti cosiddetti cult, ai quali viene attribuito un alto valore nella nostra socio-cultura, ci portano a correre dalla mattina alla sera alla ricerca di questa nostra realizzazione sociale.
Come scriveva Ivan Illich ne La società conviviale, evidenziando un paradosso straordinario della nostra società che è evoluta nel progresso tecnologico: “…gli uomini hanno costruito le macchine per poter risparmiare del tempo da dedicare alla qualità della vita, ma poi hanno iniziato a dedicare la maggior parte del loro tempo allo scopo di avere danaro sufficiente per comperare quelle stesse macchine”.
Questa folle corsa e l’accelerazione vertiginosa dei ritmi di vita hanno creato un fenomeno di disconnessone dell’uomo dalle proprie esperienze e quindi una diminuzione della sua sensibilità e della sua capacità di gestire se stesso, le sue emozioni, i suoi sentimenti, non trovando più il tempo che essi richiedono. Dall’altra parte lo sviluppo della psicologia e della psicoterapia, con il grande influsso della psicanalisi sulla cultura di massa, hanno agevolato il fenomeno contrario, cioè lo sviluppo di strumenti, conoscenze e professionalità che permettono agli esseri umani di affrontare il proprio mondo interno. Quale di queste due forze sta avendo la meglio? Ognuno può rispondere a questa domanda, ma di fatto esistono degli indicatori reali che ci dimostrano come gli esseri umani non siano ancora esperti in questo campo: ad esempio, la vendita di psicofarmaci. Nella società attuale ansiolitici e antidepressivi sono balzati al primo posto nelle classifiche di vendita dei farmaci. E ciò dimostra che il famoso benessere di cui tanto si parla non è ancora una meta pienamente raggiunta.
In ogni caso, ritengo che la sfida dell’uomo di oggi, riferendomi a chi vive nei cosiddetti “paesi industrializzati”, consista nell’affrontare il difficile mondo delle competenze relazionali ed esistenziali.
L’Istituto Gestalt Trieste, che ha da poco ottenuto il riconoscimento ministeriale sui propri corsi di specializzazione post lauream per medici e psicologi in Psicoterapia della Gestalt, da più di un decennio sta lavorando alacremente sia nel campo della ricerca sia alla diffusione di strumenti che permettano la gestione delle relazioni e del nostro complesso mondo interno. Il primo corpus di tecniche, strumenti, atteggiamenti efficaci ha riguardato la comunicazione e noi chiamammo tale prodotto Comunicazione Sana. Questo corso, della durata di otto giorni nella sua forma base e di altri quattro giorni nel livello avanzato, ha permesso a migliaia di persone di conoscere ed usare diversi strumenti per riuscire ad orientarsi nella soluzione di problemi, conflitti, aggressioni, e soprattutto per essere in grado di espandere la propria capacità di scambiare e realizzare i progetti in collaborazione con altre persone.
Il nostro secondo grande sforzo si è concentrato su una dimensione - per me molto trascurata nelle varie forme di relazione di aiuto - che spazia dall’insegnamento al counselling, alla psicoterapia: il cosiddetto Rinforzo dell’Io. Nella nostra ricerca su come aiutare un individuo a gestire meglio il rapporto con se stesso, con le proprie emozioni, i sogni, i progetti, ci siamo resi conto che spesso egli non aveva strumenti sufficienti per poter integrare le informazioni ricevute. Al contrario, abbiamo constatato come in centinaia di persone di successo, da noi intervistate, si notassero delle competenze, definite esistenziali, che permettevano loro di trasformare i problemi in sfide, i fallimenti in situazioni di apprendimento, le perdite in occasioni di nuove avventure. Essi avevano quello che si chiama un Io forte. La nostra ricerca si è concentrata allora sul funzionamento dell’Io e sulla messa a punto di procedure che permettessero a tutti di svilupparlo. Nel tempo abbiamo costruito un modello che vede nell’Io nove funzioni di base e abbiamo trovato delle modalità semplici e concrete per sviluppare ognuna di esse. Il risultato, ormai ampiamente sperimentato su centinaia di persone, consiste nel rafforzamento della volontà, cioè della nostra capacità di gestire intenzionalmente situazioni che in chi ha un Io debole innescano reazioni automatiche che sono di solito distruttive: aggressività, autosvalutazione, negazione, critica verso gli altri, depressione, impotenza, fuga nel piacere o nella fantasticheria, procrastinazione. Il materiale nato da tale ricerca ha dato origine al Metodo delle Funzioni Esistenziali, che viene utilizzato con successo in molti corsi, e che ben presto verrà da noi strutturato in corsi specifici che presenteremo in seguito ad enti, aziende e privati.
Tutte queste competenze costituiscono oggi una delle grandi basi che vengono insegnate alle nostre classi del Gestalt Counselling Training: un corso triennale dove i docenti del nostro Istituto formano le persone fino a farle diventare “counsellor”, cioè figure professionali di riferimento che si occupano di relazione di aiuto.
L’idea de il Mercatino di tenere una rubrica sulle sue pagine, nella quale si affrontassero tematiche certamente delicate e complesse, indicando percorsi possibili e suggerendo via via le strategie per affrontare i diversi problemi, contenerli e fors’anche risolverli, tutto ciò avrebbe certamente rappresentato per i lettori del settimanale – o almeno per alcuni di essi – un valido aiuto ed un interessante stimolo alla ricerca di soluzioni soddisfacenti. Così mi sono chiesto quali avrebbero potuto essere i temi da sviluppare ed i concetti più importanti da sottoporre ai lettori. Alla fine, il progetto più utile e concretamente realizzabile appare quello di proporre ogni settimana una piccola porzione dei nostri corsi, esposta in modo chiaro, semplice e comprensibile, ben articolata e parte sinergica di un programma unico. Così, le prime venti settimane saranno dedicate alla diffusione delle nozioni di base del metodo di Comunicazione Sana, per dedicare successivamente un’altra serie di puntate al Metodo delle Funzioni Esistenziali. Con l’augurio che questi piccoli semi portino ai lettori del Mercatino la stessa forza che hanno dato a me personalmente, a tutto il team dell’Istituto Gestalt Trieste ed alle persone che hanno finora frequentato i nostri corsi.
Per ora un caro saluto a tutti e un arrivederci a venerdì prossimo, 2 novembre, con la prima puntata di questa nuova rubrica, che sarà dedicata alla Comunicazione Sana.

Paolo Baiocchi









COMUNICAZIONE SANA/Prima puntata

Parlare per farsi capire, ascoltare
per riuscire a comprendere

Eccola qui! Come vi avevo promesso, questa è la prima delle venti puntate della nuova rubrica del Mercatino nelle quali illustrerò il metodo di comunicazione che ho fondato anni fa insieme ad un altro psichiatra, il dottor Danilo Toneguzzi, chiamandolo Comunicazione Sana. Nel corso degli anni, le continue ricerche, mie personali e del team del mio Istituto, hanno costantemente arricchito il metodo che ha oggi raggiunto una sua forma matura, in grado di apportare alla vita delle persone che lo apprendono sostanziali cambiamenti positivi, tanto nella sfera personale quanto in quella professionale. Da circa sei anni, inoltre, di tale metodo esiste il livello professional che ci permette di dare sostegno alla costruzione di rapporti efficaci anche in ambito organizzativo.
Il nostro metodo contiene in sé un punto di innovazione di cui andiamo orgogliosi: mentre la maggior parte delle tecniche di comunicazione che vengono attualmente insegnate (e purtroppo richieste dalla gente…) si preoccupano di aiutare gli allievi a divenire capaci di farsi capire e ad essere efficaci nel convincere gli altri, noi abbiamo reso centrale una fase della comunicazione nella quale non si parla, cioè la fase della comprensione degli eventi che accadono tra le persone in gioco nella comunicazione. Grati a Fritz Perls (padre delle Gestalt, corrente di psicoterapia dalla quale il metodo Comunicazione Sana trae origine), il quale soleva dire che la Gestalt è la terapia del cogliere l’ovvio, cioè l’essenziale di ciò che sta capitando, noi abbiamo dato importanza alla fase chiamata di lettura fenomenologica, cioè di comprensione degli eventi. Solo in un secondo momento ci preoccupiamo di trovare risposte comunicazionali efficaci, che non siano indirizzate a gestire gli altri, ma soltanto a gestire gli eventi che stiamo vivendo in comunione con gli altri. La lettura fenomenologica, quindi, precede sempre la gestione degli eventi mediante la comunicazione.
Tante volte ho sentito esperti di comunicazione affermare quanto fosse più importante saper ascoltare che farsi capire, e sempre mi sono chiesto se era loro chiaro cosa bisogna saper ascoltare. Molto spesso mi sembrava si riferissero al saper ascoltare gli altri. Questa abilità di saper essere degli ottimi ascoltatori delle altre persone non rappresenta un punto essenziale di arrivo, ma soltanto una importante tappa nello sviluppo delle abilità comunicazionali. Difatti, saper ascoltare gli altri può diventare un modo elegante per non occupare uno spazio rischioso, per sedurre e manipolare, per risultare carini o per guadagnarsi nevroticamente un posto in paradiso facendo i boy-scouts, ma tutto questo non significa saper ascoltare. Bisogna saper ascoltare gli eventi. Non che gli eventi parlino, essi accadono, ma devono esistere delle persone perché accadano. Se nessuno ascolta un albero che cade nella foresta - come diceva Shopenhauer - questo non è un evento, in quanto non esiste nessuna coscienza che faccia da testimone a questo fatto. Allora, quando una persona parla, in modo verbale o diretto, o in modo indiretto, non verbale, ad esempio tenendo il muso, oppure accennando a un falso sorriso di compiacenza, o quando la voce assume un tono che mi sembra diverso dal solito, allora è vero che si può cercare di capire cosa questa persona stia vivendo, quale sia il suo vissuto emotivo, quali sentimenti e quali pensieri attraversino la sua soggettività, ma soprattutto bisogna saper capire cosa cavolo è successo, cioè quale evento sia collegato a quel vissuto.
Chi non sa compiere questo straordinario passaggio, cioè ascoltare gli eventi, è condannato a studiare le persona sulla base della logica più odiosa e pericolosa, quanto ahimè comune e diffusa: la logica dei caratteri. Una persona, prendiamo un amico, ha un certo vissuto, ad esempio di tristezza, e tende a lamentarsi; ciò sta bene per una volta, forse per due o tre, poi spesso si inizia a capire che quella persona è fatta così… che quello è il suo carattere… Quando questa terribile illusione di capire gli individui conquista la nostra mente siamo fritti: da quel momento ogni volta che quella persona dice una cosa o vive una emozione che non soddisfa le nostre aspettative, corriamo il rischio di credere di comprendere che ciò avvenga a causa del suo carattere. Ed ecco che, a questo punto, crediamo di aver compreso e ci si aprono due grandi modalità di gestione di questi “eventi”: o tolleriamo, aspettando che questa modalità dell’altro finisca, magari subendo un po' i suoi umori, oppure decidiamo di passare all’azione per tentare di cambiare l’altro, nell’idea di aiutarlo a migliorare.
Questa dinamica del capire l’altro in forma di carattere è alla base della maggior parte dei litigi di coppia, che possono portare fino a rotture, separazioni e divorzi, ma è causa anche del deteriorarsi di rapporti di amicizia o di relazione con figli o genitori che, caso ancora più frequente, cessano di essere fertili e dinamici e di evolvere negli anni come dovrebbero.
Comunicazione Sana, al contrario, si prefigge innanzitutto di apprendere e capire gli eventi. Molto spesso le persone reagiscono in modo simile e a volte anche non carino a degli eventi, in quanto si genera in loro una pressione emotiva tale da superare gli indici fisiologici del contenimento delle emozioni. Oggi, per spiegare cosa succede nel cervello quando una persona entra in uno stato emotivo eccessivo gli appassionati di neurobiologia parlano di “furto di amigdala”: si attivano cioè strutture più arcaiche di quelle maggiormente evolute della nostra corteccia cerebrale, disattivandola e passando il controllo del cervello a dei centri antichi, deputati alla sopravvivenza. Ma quando una persona entra in questo stato reattivo in cui perde il controllo? Quando si attiva una pressione emotiva di tale portata? Quando la persona non sa fronteggiare con efficacia degli eventi. Alla base di tutto c’è sempre un evento da gestire. Possiamo quindi enunciare il primo principio del metodo di Comunicazione Sana: ogni emozione nasce dal tentativo di gestione di un evento, sia che esso risulti chiaro alla coscienza della persona oppure no.
Ecco perché noi ci dedichiamo così assiduamente alla lettura fenomenologica come prima fase fondamentale e necessaria di elaborazione cosciente della comunicazione umana. Ecco perché non ci interessa trovare tecniche per comunicare meglio se prima non comprendiamo meglio gli eventi. Se una persona tenta di comunicare meglio senza aver compreso gli eventi, comunicherà cominciando proprio dai suoi giudizi sull’altra persona, e spesso perseguirà uno scopo assurdo e paradossale che in pochi secondi si tramuterà in frustrazione e fallimento terribili: cambiare l’altro in quanto l’altro ha un difetto caratteriale da modificare. Un buon modo per renderci conto di quanto questo atteggiamento relazionale sia terribilmente negativo è pensare ad un momento reale in cui qualcuno, che ci aveva “compresi”, ci ha fatto capire che avevamo dei difetti caratteriali da cambiare, prodigandosi poi a spiegarci nel dettaglio quanto non eravamo delle buone persone, quanto eravamo poco civili e rispettosi, immorali e spinti da motivazioni egoistiche, basse e volgari. Normalmente reagiamo a tali messaggi con chiusura, aggressività o falsa accettazione, e in ogni caso raramente ci sentiamo motivati a cambiare dei nostri difetti, perfino quando essi sono veri.
Tutto questo discorso, che sottolinea l’importanza di capire gli eventi, non vuole negare l’esistenza del carattere, della nevrosi e dei difetti umani. Ogni individuo, secondo la psicologia umanista, ha un carattere, cioè una sovrastruttura difensiva che lo porta a comportarsi in modo inefficace e spesso negativo. Quello che voglio, quindi, non è negare l’esistenza del carattere e dei difetti nelle persone, ma piuttosto affermare che nella comunicazione umana il discuterne è questione molto delicata e difficile e che, invece, comunemente si abusa di questo aspetto, evocandolo nei propri discorsi, quando l’unica modalità efficace sarebbe restare incollati agli eventi senza mai scivolare nelle accuse circa i caratteri.
Nella prossima puntata approfondiremo alcune modalità con cui possiamo aiutare noi stessi a restare incollati agli eventi, come cioè praticare la difficile arte della lettura fenomenologica.
Un cordiale saluto a tutti e un arrivederci a venerdì prossimo, 12 novembre.

Paolo Baiocchi

(1 – continua)









COMUNICAZIONE SANA/Seconda puntata

Il principio del 3 – 2 – 1

La settimana scorsa, nella prima puntata di questa rubrica, abbiamo affrontato il concetto di lettura fenomenologica, che consiste nel restare radicati agli eventi che accadono nelle relazioni umane senza scivolare nei giudizi di valore. Abbiamo inoltre parlato della tendenza umana, negativa, di leggere gli eventi in cui le nostre aspettative sono frustrate come conseguenza del brutto carattere dell’interlocutore.
Questa settimana vi presenterò il “principio del 3–2–1”.
Il metodo di Comunicazione Sana è composto da “Strumenti di lettura”, “Abilità comunicazionali di base”, “Processi di risoluzione” e “Principi comunicazionali”.
Gli “Strumenti di lettura” permettono di capire gli eventi che accadono alle persone nelle relazioni umane. Il metodo prevede l’uso contemporaneo di quattro “Strumenti di lettura” (che esporrò con chiarezza nelle prossime puntate), ognuno dei quali permette di identificare una specifica categoria di evento. Per comprendere rapidamente come funziona ognuno di questi strumenti basta immaginare che gli eventi che accadono nelle relazioni umane possono essere suddivisi in categorie. Perché suddividere gli eventi in categorie? Perché eventi diversi richiedono modalità di gestione diverse. Se, ad esempio, pensiamo ad un falegname, egli dovrà saper distinguere l’evento “tavola di legno troppo lunga” dall’evento “tavola di legno da fissare a un’altra tavola”, oppure dall’evento “tavola di legno troppo rugosa”, in quanto nel primo caso egli dovrà usare la sega, nel secondo la colla e nel terzo la pialla.
Così, come il falegname ha i suoi strumenti e il fabbro ne ha altri, per risolvere gli eventi specifici letti con gli “Strumenti di lettura” il metodo di Comunicazione Sana ha i suoi specifici strumenti chiamati “Abilità comunicazionali di base” e “Processi di risoluzione”. Ma tutto ciò non basta ancora: il falegname non solo deve saper distinguere l’evento e utilizzare lo strumento corretto, ad esempio la sega, ma deve sapere una ulteriore cosa di importanza fondamentale che rischierebbe di invalidargli il lavoro: deve conoscere i principi con cui funziona una sega, deve sapere cioè che la sega ha sempre una direzione di taglio, che deve essere usata con una certa pressione e velocità e via dicendo. Nel nostro metodo abbiamo isolato negli anni un certo numero di “Principi comunicazionali” che aiutano ad utilizzare in modo corretto gli strumenti del nostro metodo. Ci siamo resi conto dell’importanza di questi principi soltanto negli anni di lavoro e ricerca scientifica. Anni fa insegnavamo gli strumenti di lettura e di gestione degli eventi ma spesso gli allievi denunciavano una certa difficoltà nel loro utilizzo con la peggiore frase che possa arrivare agli orecchi di un formatore: «Sì, tutto ciò è molto bello in teoria, ma in pratica la sua applicazione è molto difficile», oppure: «Sì, interessante, ma impiegare questo metodo richiede molto esercizio».
Noi, che utilizziamo il metodo da anni, sappiamo che esso richiede ovviamente un certo livello di preparazione ed esercizio, ma le difficoltà denunciate non ci sembravano così insormontabili come apparivano ad alcuni allievi. Nel tempo ci siamo resi conto che la difficoltà primaria si annidava nel livello apparentemente invisibile dei “Principi comunicazionali”: tutti noi del team di formazione li utilizzavamo senza esserne consapevoli mentre gli allievi che si incagliavano nell’uso degli strumenti ovviamente violavano uno o più principi fondamentali della comunicazione. Da quando, dopo anni di ricerca, abbiamo enunciato nei corsi i “Principi comunicazionali”, tali difficoltà sono completamente sparite. A questo riguardo mi viene sempre in mente la vecchia storiella che raccontava mio padre, di quel garzone di falegname che disperato andava dal padrone dicendo: «Padrone, non capisco, sono già tre volte che taglio questa tavola, eppure è sempre corta! ».
Tutto il mondo fisico e naturale è retto da principî. La carta diventa gialla negli anni per il principio di ossido-riduzione, gli oggetti cadono a terra per il principio di gravità universale scoperto da Newton, l’acqua al centro del fiume scorre più veloce per uno dei principi della dinamica dei fluidi, e così via. Tutta la ricerca scientifica è di fatto concentrata sulla scoperta dei principi mediante i quali funziona la nostra realtà. Essi ci permettono di capire la realtà in modo funzionale in quanto ci rendono capaci di impadronirci dei nessi causali. Un nesso causale è la freccia invisibile che fa sì che ad una certa azione corrisponda una determinata reazione, che diventa quindi prevedibile in quanto necessitata dalla legge invisibile che governa quel determinato campo; ognuno di noi quando lascia una moneta da 1 euro può difatti prevedere che essa cadrà fatalmente a terra, in quanto governata dal principio di gravità, che pur essendo in sé completamente invisibile ai nostri occhi, non manca di mostrare i suoi effetti.
Così siamo finalmente arrivati al momento di parlare del “principio del 3–2–1”. Per capirlo bisogna rifarsi ad un’esperienza di comunicazione molto comune. A tutti è capitato di sentir litigare due amici o marito e moglie. La prima persona ha una sua opinione e vede le cose da un suo angolo prospettico che noi possiamo chiamare “1” o “prima posizione”. Egli racconterà la sua versione dei fatti, cioè la “prima storia”. Ma se diamo ascolto all’altra persona noi ascolteremo una seconda versione della storia, che conterrà opinioni e percezioni del tutto diverse. Possiamo chiamare questa seconda storia “2” o “seconda posizione”. I due litigano perché ognuno si attacca alla sua posizione e si sente incompreso in quanto non riesce a “farsi capire”, e gli sembra che l’altro parli un linguaggio ostile in quanto non risponde ai suoi contenuti ma ne propone altri, diversi. Entrambi si sentono profondamente incompresi e frustrati e spesso accade che dopo poco inizino le accuse ed i riferimenti al “brutto carattere” dell’altro. Alla fine del litigio può accadere che entrambi abbiano l’impressione di essersi trovati “di fronte a un muro”, che l’altro sia stupido o che abbia voluto “fare orecchie da mercante”. In realtà ognuno dei due è rimasto tenacemente abbarbicato alla sua storia, alle sue percezioni ed alle sue opinioni senza aprirsi alla versione dell’altro; ma quel che soprattutto si nota è che ognuno vuol vincere sull’altro: vuole cioè che la propria opinione sia riconosciuta vera mentre quella dell’altro falsa. Insomma, nei litigi ognuno vuole aver ragione e dimostrare che l’altro ha torto. Ma esiste un'altra posizione che è di stupefacente importanza: voi che ascoltate i due che litigano spesso vi troverete ad osservare che entrambi hanno ragione in parte, ed altrettanto torto in parte, e vi sembrerà di percepire una terza storia, che noi chiamiamo “3” o “terza posizione”.
Un osservatore neutrale, non coinvolto emotivamente nella discussione, spesso vede in senso olistico, cioè registra una visione degli eventi molto più distaccata e lucida di chi, litigando, rimane come ipnotizzato dalle percezioni soggettive della propria versione. Questa posizione è conosciuta da anni dalla psicologia dei sistemi come “posizione meta”, cioè che sta al di sopra delle posizioni individuali.
Il “principio del 3–2–1” dice che un comunicatore esperto dovrebbe riuscire a praticare la comunicazione nel senso anti-istintivo: dovrebbe passare dalla “terza posizione” alla “seconda posizione” e parlare della propria percezione, cioè dalla “prima posizione” soltanto in ultima istanza. L’istinto ci porta a sostenere con toni sempre più accesi l’“1”, e l’altro istintivamente tende a fare lo stesso. Cosa significa mettersi in “3”, cioè in “terza posizione”? Significa occuparci della lettura fenomenologica, cioè non ascoltare la versione soggettiva dell’altro ma stare attenti agli eventi che accadono tra noi e l’altro. Solo dopo aver enunciato questo livello e aver trovato un accordo con l’altro sulla sua realtà, diventa possibile dare ascolto al livello soggettivo dell’altro, manifestare comprensione e l’intenzione di risolvere il problema che sta creando disagio all’altro. Perché solo dopo aver enunciato il “3”? Perché il “3” fa da contenitore al “2” e lo contestualizza, altrimenti la comprensione dell’altro potrebbe sembrare una sorta di abdicazione alla propria posizione, un “darla vinta” all’altro.
Una volta raggiunto l’accordo sul “3” il vissuto dell’altro acquista senso relativamente al “3” e non più all’“1”. La grande battaglia dell’«io ho ragione e tu hai torto» cessa soltanto se avvengono una buona lettura, l’enunciazione e l’accordo sul livello “3”. Ho visto personalmente spegnersi discussioni che parevano mari in tempesta una volta enunciato un livello “3” in modo corretto: di colpo il mare si placa e le persone iniziano a processare i problemi abbandonando il loro atteggiamento ostile. Questo accade perché la lettura fenomenologica corretta sul livello “3” è l’unica in grado di far decadere la percezione soggettiva e incompleta che si origina nel livello “1”.
Immagino il commento del lettore: «Ma come si fa, concretamente, ad arrivare a questo benedetto “3”?». La “terza posizione” si acquista imparando a conoscere i quattro “Strumenti di lettura” del nostro metodo e poi cominciando piano piano ad applicarli nelle nostre comunicazioni. Chiedo quindi un po' di pazienza al lettore in quanto nelle prossime puntate enuncerò questi strumenti del metodo. Per adesso mi voglio congedare assegnando un piccolo compito pratico ai più volenterosi: d’ora in poi, quando vi capiterà di assistere ad un litigio fra due persone, prestate attenzione a quanto esse siano disponibili a vedere la terza storia e la seconda, oppure si accaniscano a voler far capire all’altro la loro prima storia.
Un caro saluto a tutti e un cordiale arrivederci a venerdì prossimo, 19 novembre.

Paolo Baiocchi

(2 – continua)










COMUNICAZIONE SANA/Terza puntata

La modalità di relazione fondata
sullo scambio e quella fondata sul controllo

Nella comunicazione umana esistono due principali modalità di relazione: quella fondata sullo scambio e quella fondata sul controllo, o, utilizzando un termine un po’ abusato, sul potere.

La modalità di relazione fondata sullo scambio
Quando una persona si relaziona con un’altra mediante il modello dello scambio, rispetta nell’altro il suo diritto di essere libero di scegliere e di decidere. Offre e chiede, accetta o rifiuta le proposte dell’altro, permettendo contemporaneamente all’altro di accettare e rifiutare ogni sua proposta. Questa modalità di relazione si fonda sull’idea che sia possibile fidarsi degli altri, che sia cioè possibile contrarre alleanze proficue con persone diverse in quanto “l’unione fa la forza” e che le risorse messe in tal modo in circolo rappresentano un potere decisamente superiore rispetto a quanto ci consentirebbero di ottenere le nostre risorse individuali. La fiducia di fondo di cui sto parlando non è cieca poiché viene verificata dal principio del win-win o nulla di fatto, secondo il quale entrambi i comunicatori debbono uscire vincenti dalla comunicazione, diversamente è preferibile non accettare lo scambio. Qualora, infatti, uno dei due voglia trarre un vantaggio ingiustificato dallo scambio per l’altro è preferibile ritirarsi dal confronto.
In questa modalità di relazione le regole vengono negoziate da entrambi gli interlocutori, e per fare ciò è necessaria una enorme capacità di negoziazione. Un giorno un mio caro amico, grande negoziatore, mi disse con il tono di chi parla di un qualcosa che ha verificato durante lunghi anni di sperimentazione: «Vedi Paolo, una buona negoziazione è quella dalla quali tutti e due escono un po’ insoddisfatti». Mi stupì la saggezza di quella semplicissima affermazione, ma intuitivamente ne apprezzai il valore.

La modalità di relazione fondata sul controllo
Chi segue invece il modello fondato sul controllo vuole imporre la sua volontà e determinare regole che lo soddisfino pienamente. Nessuno ama vedersi all’interno di questa definizione, ma per esperienza sappiamo che molti tendono a perpetuare questa modalità nel tempo. Com’è possibile farlo conservando la propria autostima e la propria percezione di innocenza? La nostra mente, quando ci siamo costretti, per autodifesa dimostra di possedere un’incredibile capacità di inventare teorie giustificatorie. Queste persone hanno un loro mondo ideale che ritengono l’unico giusto e corretto: il mondo come - secondo loro - “dovrebbe essere” ma che, se esaminato attentamente al di sotto della superficie costituita dai diffusi slogan morali o dai valori più comuni, più che essere giusto è un mondo che soddisferebbe i loro gusti e valori personali, e a volte i loro bisogni e desideri. Ma essi, irretiti all’interno del pensiero giustificatorio generato dalla difese della propria mente, non dubitano dell’universalità del loro ideale di mondo dando inizio così ad una battaglia feroce per portare le persone con le quali vengono in contatto, o con le quali hanno un rapporto, a concretizzare e materializzare il loro ideale. Nel fare questo sono poco tolleranti verso gli altri e non credono di dover negoziare un bel nulla, in quanto stanno semplicemente cercando di fare del loro meglio per portare pace, giustizia, amore e benessere sul pianeta. E quando il mondo - ovviamente - si ribella (sic..!), essi rimangono stupiti e meravigliati di quanto esso sia perverso e cattivo, dedito al vizio ed all’egoismo dilagante.
Chi invece per debolezza, insicurezza, amore, eccessiva tolleranza e abnegazione accetta queste regole si troverà per forza a soffrire, in quanto il controllo subìto non consente condivisioni gratificanti per gli altri. Queste persone invece di offrire impongono, invece di chiedere pretendono. Un bel giorno mi è risultata chiara la differenza tra chiedere e pretendere: chi pretende non tollera il fatto che l’altro rifiuti di esaudire la richiesta. Il vero e sincero chiedere prevede che l’altro sia libero di rispondere sì o no alla nostra richiesta.
Per controllare gli altri e convincerli a comportarsi secondo i nostri ideali o i nostri desideri esistono delle vie maestre: l’uso della forza e della violenza, l’uso della manipolazione, l’instillazione dei sensi di colpa. Noi di Comunicazione Sana chiamiamo queste modalità di comunicazione attacchi, che sono di tre tipi: aggressivo, passivo, manipolativo.
Negli attacchi di tipo aggressivo si tende a controllare il comportamento dell’altro mediante l’uso della forza al fine di impaurirlo e costringerlo ad accettare le nostre regole. Esempio tipico di attacco aggressivo sono le critiche fatte per indebolire l’altro, oppure le minacce o, ancora, i ricatti emotivi. Negli attacchi di tipo manipolativo, invece, si tende a far leva su un diverso punto debole dell’altro: i suoi desideri. Chi manipola usa la seduzione e la dissimulazione per ottenere strategicamente ciò che vuole dall’altro ma senza ricambiare mediante uno scambio ben compensato. Ad esempio: un manipolatore illude la vittima sull’ottenimento di tutta una serie di vantaggi al costo di un qualcosa che è il suo scopo strategico ma nascosto. I manipolatori più esperti hanno sviluppato la capacità di non dichiarare mai apertamente il loro obiettivo, influenzando la vittima ad offrirglielo spontaneamente. Se la vittima abbocca si troverà, dopo aver concesso al manipolatore ciò che chiedeva, con un amaro sapore in bocca. Visto inoltre che non era stata fatta alcuna contrattazione esplicita, se la vittima deciderà di chiedere quanto promessogli, raramente si troverà di fronte ad un no secco, ma il sì sarà tirato, striminzito, purtroppo reso praticamente impossibile da una lista infinita di ostacoli. Se per caso la vittima rivendica di aver dato quel qualcosa (che era di fatto l’obiettivo del manipolatore), si troverà immancabilmente di fronte alla fatidica frase: «Ma io non ti avevo chiesto niente!». Una seconda tipica strategia manipolativa largamente impiegata è quella di mettere in debito l’altro mediante delle offerte iniziali falsamente generose. Se ci si casca, spinti dalla riconoscenza, si aprirà la porta ad una serie di richieste del manipolatore alle quali non sarà più possibile sottrarsi.
Consideriamo infine gli attacchi di tipo passivo, che tendono a far sentire in colpa l’altro, colpito in un punto molto sensibile: l’innocenza. Chi attacca passivamente fa la vittima e gioca al debole. La persona, piuttosto che sentirsi cattiva, se cade nella trappola, ottempera alle richieste dell’altro pur di dimostrare la propria innocenza e di rimettere in parità il (presunto) torto inferto.

Lo scambio è la relazione ideale
Ognuno di noi intuitivamente sa che il modello ideale di relazione è quello fondato sullo scambio, ma con un po’ di onestà e di autocritica possiamo renderci facilmente conto che non sempre riusciamo ad esserne all’altezza. Esistono per tutti noi dei momenti in cui perdiamo fiducia negli altri, reagiamo emotivamente e finiamo per cadere nello stile di comunicazione fondato sul controllo. Sono i momenti nei quali siamo sotto stress emotivo. Sotto stress la nostra corteccia perde il controllo sul cervello e la nostra intenzionalità viene ad essere temporaneamente soggiogata dalle potentissime percezioni che si generano nel nostro cervello più arcaico. Allora crediamo di non poterci più fidare delle persone e la modalità fondata sul controllo ci appare come l’unica via di salvezza. In questi momenti, in cui l’occhio della nostra coscienza non è più lucido, reagiamo e finiamo per alzare il tono di voce, urlare, tenere il muso, fingere, violare le regole di nascosto, sparire, minacciare, ricattare: scivoliamo cioè, senza averne la consapevolezza, in quegli atteggiamenti che abbiamo già definito attacchi.
Ora, anche se il nostro attaccare è difensivo e l’attacco è spesso meno intenzionale di quanto si creda, la naturale e grave conseguenza sull’altro sarà inevitabilmente la ferita. Ogni attacco, immancabilmente, ferisce. Le ferite possono essere sottili quanto evidenti, minime e sopportabili quanto talmente forti da portare l’altro a chiudere la relazione con noi; in ogni caso una ferita lascia un segno nel cervello limbico della vittima. Il cervello limbico è una struttura sottocorticale, deputata a gestire la vita emotiva e relazionale dei mammiferi, che registra ogni segnale riguardante la relazione. A volte, quando entriamo in un ambiente dove la gente si aggredisce e si ferisce molto - come potrebbe essere ad esempio un ristorante a gestione familiare, dove le persone sono sotto stress continuo - , non vediamo e non capiamo nulla, ma percepiamo immediatamente che il clima emotivo di quel luogo è pesante.
Bene, credo che per oggi possa bastare. Invio un cordiale saluto a tutti dandovi appuntamento a venerdì prossimo, 26 novembre.

\ Paolo Baiocchi

(3 – continua)



L’Istituto Gestalt Trieste propone un programma di formazione in Psicoterapia della Gestalt. La Psicoterapia della Gestalt nasce intorno agli anni 50 dal genio del fondatore Fritz Perls, che fuse in essa la tradizione psicanalitica, le correnti filosofiche esistenzialiste e soprattutto l’approccio fenomenologico, che era il fondamento dell’agire della psichiatria europea prima dell’avvento degli psicofarmaci, e per ultima la Psicologia della Gestalt.

L’aspetto rivoluzionario della Gestalt in quei tempi consisteva nel dare spazio e centralità alle elaborazioni emozionali, corporee ed esperenziali al posto della sola rielaborazione cognitiva dei temi emergenti dal paziente.

L’Istituto Gestalt Trieste offre un programma formativo che si incentra sulla costruzione di risorse in due principali aree: lo sviluppo personale e un metodo strutturale di intervento terapeutico. Lo sviluppo personale prevede che l’allievo compia 160 ore di psicoterapia personale in quanto nel nostro approccio, fondato su di una relazione autentica con il cliente, crediamo sia necessario accettare la sfida di trasformare se stessi insieme al paziente e praticare nella vita gli stessi strumenti esistenziali di gestione dei temi di vita che offriamo ai pazienti. Se lo sviluppo personale risulta essere indispensabile nella dimensione della autenticità e umanizzazione della relazione terapeutica è al tempo stesso altrettanto importante garantire una solido apparato tecnico e teorico di riferimento per poter affrontare con successo i temi di vita dei pazienti. A questo scopo la nostra Scuola garantisce la costruzione di un modello di approccio che a partire della Diagnosi Fenomenologica permette la costruzione di chiari e semplici progetti terapeutici. La Diagnosi Fenomenologica è concentrata sulla comprensione della relazione esistente tra gli eventi di vita e le risposte organismica, emotiva, mentale e culturale ad essi dell’essere umano.

Paolo Baiocchi è medico psichiatra e psicoterapeuta. Dopo una formazione in ipnosi dove iniziò ad esplorare gli stati di Coscienza si è dedicato completamente alla Psicoterapia della Gestalt individuale e di gruppo. La sua indagine sui funzionamenti interiori della mente e sul processo terapeutico si è concentrata sui campi della comunicazione umana, dove ha messo a punto un metodo denominato “Comunicazione Sana” e sul tema delle emozioni di disagio. In particolar modo è coinvolto nella costruzione di metodi per diffondere a largo raggio la conoscenza delle emozioni e delle modalità per la loro gestione mediante lo sviluppo dei poteri della mente. Infatti, mediante la scoperta della possibilità di calmare le proprie emozioni di disagio con lo sviluppo di atteggiamenti interiori diviene progressivamente possibile raggiungere un affrancamento dalla sofferenza e la costruzione del potere esistenziale che permette di scrivere autonomamente la propria narrazione di vita.