Le due direzioni della volontà
Dott. P. Baiocchi


Vi siete mai chiesti che cos’è la volontà? A me sembra che nella nostra cultura la volontà è stata molto valutata e quasi idealizzata fino a quarant’anni fa (bisogna avere volontà..., il signor tal dei tali ha dato prova di avere una volontà d’acciaio..., la forza del carattere e dei nervi..., ecc.), mentre in questi ultimi anni è passata in secondo piano, spiazzata dal nuovo mito, quello della originalità e dell’individualismo.
Allora, come potremmo definire la volontà? La volontà consiste nel darsi una meta, un obiettivo, e poi tenere la propria attenzione, i propri pensieri e i propri comportamenti nella direzione del raggiungimento di quell’obiettivo fino a che è stato realizzato. Questo processo di tenere allineati pensieri, comportamenti e attenzione su un obiettivo a volte richiede sforzo e a volte no. Quando questo non richiede sforzo, chiamiamo spontaneo, naturale, istintivo tale allineamento, ma a volte questo non succede, e in questo caso entra in gioco la volontà. E questo succede in due principali occasioni:
a) quando decidiamo fare qualcosa che il nostro carattere non ama fare.
b) quando decidiamo di fare qualcosa a lungo termine (ad esempio quando realizziamo
un obiettivo complesso e temporalmente lontano come prendere una laurea).
In entrambi i casi è necessario usarla in quanto nel primo saremmo portati spontaneamente a fare ciò che il nostro carattere comanda, a prescindere dalla adeguatezza e bontà degli obiettivi. Nel secondo caso invece, cioè quando dobbiamo realizzare un progetto complesso, non possiamo comunque basarci sullo slancio proveniente dalle nostre emozioni, le quali, come ben sappiamo, cambiano e si trasformano in continuazione come una bandiera cambia direzione con il cambiare del vento.
Facciamo degli esempi: una persona fuma e vuole smettere di fumare, un uomo timido che vuole dichiararsi alla donna che ama, una ragazza che vuole dire cosa pensa a suo padre che la intimorisce, un ragazzo che vuole studiare per preparare l’esame in una bella giornata in cui tutti vogliono andare al bagno, un essere umano che vuole levarsi una cattiva abitudine, un eroinomane che vuole smettere di bucarsi, un giovane che vuole migliorare la sua cultura e vuole leggere due ore al giorno, un padre che decide di passare i pomeriggi con i figli invece che al bar. Come è facile scorgere in ognuno di questi esempi, in realtà dobbiamo usare la volontà ogni qualvolta ci verrebbe più facile (per abitudine, desiderio, pigrizia, paura, carattere, ecc) fare qualcosa di contrario all’obiettivo di partenza. Ogni fumatore sa, per esperienza, quanto sia difficile contrastare con la volontà l’atto di fumare. Il desiderio di farlo, nella maggior parte delle persone, finisce per essere il re della mente, e l’Io il servitore.
Ora, in questi anni di lavoro su me stesso e con gli altri ho potuto constatare un fatto molto semplice:
in buona sostanza
la volontà delle persone
è vergognosamente debole
Tutti noi vogliamo cambiare, tutti noi vogliamo essere soddisfatti, tutti noi vogliamo trovare l’amore fantastico e l’uomo o la donna ideali, tutti noi vogliamo sognare di essere i migliori e i più perfetti, tutti noi agognamo la realizzazione più profonda, tutti noi vorremmo essere in grado di amare e vorremmo essere amati ma di fatto ci sfugge l’elemento più semplice e di base nella ricetta che porta a realizzare anche il più umile dei sogni umani: la volontà.
Se siamo veramente onesti con noi stessi, quante volte abbiamo detto: “Da domani faccio...” e poi non abbiamo rispettato questo impegno con noi stessi? E poi, con quale fantastica scusa siamo riusciti a raccontarcela e girare le carte in tavola per tenere disperatamente in piedi la nostra autostima? “No, no, lo faccio dalla prossima settimana...”, “Io lo avrei fatto se non fosse stato per Mario (mio marito, mia moglie) che mi ha tanto stressato che...”, “Si, volevo, ma poi ci ho ripensato e ho pensato che è meglio così...”, “È più forte di me...”, “Lo farei volentieri, ma non lo sento...”, “E cosa, dovrei forse farmi una violenza interiore?”, “Ma se mi comporto così, allora non sono più spontaneo e non sono più me stesso...”, “Non lo faccio perchè me lo hai detto tu e allora mi è passata la voglia...” insomma balle, balle e balle. La triste verità è che gli esseri umani sono fondalmentalmente poco attenti a sviluppare la propria volontà.
Uno dei pregiudizi che maggiormente ho potuto riscontrare nelle persone è il seguente: esistono persone dotate di volontà di ferro e persone deboli di volontà. Completamente falso e fuorviante. Versione reale: esistono persone che, avendo allenato la loro volontà, la hanno sviluppata e persone che, avendone trascurato l’uso, attualmente sono se la ritrovano debole. Ed ecco la buona notizia: la volontà è come un muscolo, chiunque la usi, nel tempo diventerà forte. Ed ecco anche la cattiva notizia: molte cose crescono e si sviluppano da sole ma la volontà no, in altri termini solo con lo sforzo cosciente essa si rafforza.
Ma ora vorrei parlare del concetto in assoluto più importante riguardo alla volontà. Questo concetto spiega anche in parte perchè le persone sono, come dicevo, così poco dotate di una volontà forte.

Le persone

usano la volontà
dove non serve

e non la usano
dove serve

Esistono infatti tre principali campi di applicazione della volontà: nella sfera dei PENSIERI, in quella dei COMPORTAMENTI, e in quella delle EMOZIONI.
Ciò che ho potuto notare in tanti anni di lavoro è che le persone usano la volontà principalmente per controllare e gestire le proprie emozioni. In altre parole spesso utilizziamo la volontà o per cercare di sentirci in un certo modo (che riteniamo giusto o opportuno) o per non sentirci così come ci stiamo sentendo (che riteniamo sbagliato o inopportuno). E non è tutto: cerchiamo di direzionare e guidare anche la maggior parte dei nostri pensieri e comportamenti per sentirci meglio, cioè per controllare le nostre emozioni. Ad esempio una persona, che ha paura di una esperienza nuova che sta per affrontare, a tutti i costi cerca di pensare cose belle per non sentire l’ansia o si mette e parlare di stupidate con il primo che passa, o butta giù un bicchiere di vino (o una compressa di Valium) per non sentire l’ansia. Una signora con un matrimonio in crisi si sente triste ma reprime questo facendo mille battute e scherzi con le amiche, o spolverando ossessivamente la casa o pensando giorno e notte a cose preoccupanti riguardo alla vita dei figli (come andranno a scuola? E se succede loro qualcosa in macchina? E se se finiscono nella droga?).
Ad una analisi accurata è triste osservare quanti comportamenti e pensieri umani invece di essere liberamente scelti e utili alla evoluzione e allo sviluppo, servono solo a cercare di farci sentire bene o sono un trucco per scacciare sentimenti ed emozioni.
Le conseguenze di questo modo di usare la volontà si possono descrivere in una parola sola: fallimento. Tale meccanismo di controllo non può che fallire, non ha altro destino, in quanto non rispetta le leggi insite alla nostra mente. E quando tale fallimento comincia a farsi percepire (il tipo fa l’esperienza temuta e nonostante i pensieri e il bicchierino viene colto dall’ansia, la signora si ritrova il marito che se ne va con un’altra oppure inizia a essere insonne e depressa) le persone dicono a se stesse: “Io c’è l’ho messa tutta, ho fatto tutto quello che potevo, ma ora non riesco più a stare bene, e neanche ho voglia di fare niente, e anche se mi sforzo mi costa talmente tanta fatica che preferisco non fare. IO SONO SENZA VOLONTÀ, SONO DEBOLE DI COSTITUZIONE”.
Qual’è allora il modo giusto di usare la volontà quando prendiamo contatto col sensibile e vasto mondo delle emozioni, delle sensazioni e dei sentimenti? Quale atteggiamento dovremmo sforzarci quindi di tenere nei confronti del delicato e variegato mondo interiore? Cosa dovremmo cercare di fare nei confronti del nostro vissuto interiore, qualsiasi esso sia?
Dovremmo sforzarci di fare due cose: SENTIRE e TOLLERARE. Restare aperti, non chiudere e reprimere, ma percepire ed espandere ciò che si muove nel nostro vissuto e tollerare, cioè accettare e permettere al vissuto, qualsiasi esso sia, di essere ciò che è nella sua qualità e inoltre non rifiutare neanche la quantità, l’intensità del vissuto, e la sua durata nel tempo.
Ad esempio se in questo momento provo rabbia, e molta, la cosa che devo fare è tenermi aperto a sentire questa rabbia e accettare che l’intensità di essa va bene così com’è e che duri quello che è nella sua natura durare. Tutte le emozioni e sensazioni sono come onde che si alzano e poi, molto naturalmente scendono.
E qual’è il modo giusto di rapportarsi ai propri comportamenti? In che modo dobbiamo utilizzare la volontà quando prendiamo contatto con ciò diciamo, con i gesti che facciamo, con le decisioni pratiche della vita, con le nostre abitudini, l’ora in cui ci alziamo, lo stile di vita che teniamo, il modo di lavorare, guidare la macchina, fare sport ecc. Anche qui dobbiamo fare due cose: GUIDARE e DISCIPLINARE. E la cosa interessante è che in questo caso dobbiamo imparare ad essere sempre più fermi ed intransigenti con noi stessi nel mantenere il comportamento che ci siamo prefissi e solo quello, senza cedere alla tentazione di farci fuorviare dalla emozione o dal desiderio del momento. Imparare una disciplina sportiva, tenere in ordine una attività o una casa, sono comportamenti complessi che costa fatica organizzare e installare finchè divengono abitudini. Per far questo è necessaria la fermezza di continuare anche quando si è stanchi, svogliati o attratti da altro. Smettere di fumare è difficile perchè significa mantenere un comportamento voluto (non fumare) nonostante le ripetute voglie e tentazioni che l’organismo ormai assuefatto invia. È necessaria la volontà.
E il modo di rapportarsi ai pensieri è lo stesso che riguarda i comportamenti; il pensiero, per poter divenire uno strumento di elaborazione preciso, va assolutamente disciplinato. Esso può essere lasciato vagare in modo creativo, ma quando siamo noi a deciderlo, in quanto è necessario sapere che una mente che non viene disciplinata viene assoggettata da un terribile tiranno interiore: l’immaginazione. E si finisce per restare ipnotizzati e schiavi dei sogni immaginari che la nostra mente produce e che appaiono essere sempre più incontrollabili con il passare del tempo.
Quindi, riassumendo, la volontà va usata in modi diversi e quasi opposti: da una parte per tollerare, accettare, sentire e accogliere i vissuti sensibili del proprio mondo interiore e dall’altra per dirigere fermamente, escludendo e rifiutando decisamente ogni alternativa fuorviante, le azioni (che sono il punto in cui abbiamo un contatto trasformativo con il mondo esterno) e i pensieri (che sono strutture atte a conoscere la realtà e sviluppare modi efficaci di gestirla).
E, se osserviamo attentamente il comportamento delle persone, noteremo che esse solitamente fanno proprio l’opposto: sono estremente duri, rigidi e intolleranti nei confonti delle loro emozioni, e morbidi e permissivi nei confronti dei propri comportamenti e pensieri. Ad esempio colui che vuole dichiarsi a una ragazza ma, essendo timido, preferisce scappare per evitare di sentire il disagio, finisce spesso per arrabbiarsi pazzescamente con la propria timidezza, (invece di tollerarla con apertura e dolcezza, essendo essa un vissuto) e permettersi clamorosamente di agire i comportamenti evitativi con la ragazza (voltare lo sguardo, parlare di altro, ecc.). Colui che smette di fumare, spesso cerca di non sentire il desiderio della sigaretta e su questo concentra tutta la sua volontà, ma cede poi sul comportamento di fumare. Consiglio a tutti i lettori fumatori, che volessero smettere, di “fumarsi tranquillamente la voglia della sigaretta” cioè di lasciare esitere tale desiderio in loro completamente libero, fino quasi a goderselo, e di decidere fermamente di rifiutare il fumo. Lì la volontà deve essere dura, dentro deve essere morbida.
Concludendo, in questo articolo, due principali messaggi volevo che vi raggiungessero: innanzitutto che la volontà è uno strumento indispensabile alla crescita e che deve essere accuratamente coltivata, e in secondo luogo che essa va usata al contrario di come siamo culturalmente usi fare, cioè in modo tanto morbido interiormente quanto fermo e a volte duro esteriormente.
(KIKLOS inFORMA, Anno 1 – Numero, 2 Maggio 1995)


L’Istituto Gestalt Trieste propone un programma di formazione in Psicoterapia della Gestalt. La Psicoterapia della Gestalt nasce intorno agli anni 50 dal genio del fondatore Fritz Perls, che fuse in essa la tradizione psicanalitica, le correnti filosofiche esistenzialiste e soprattutto l’approccio fenomenologico, che era il fondamento dell’agire della psichiatria europea prima dell’avvento degli psicofarmaci, e per ultima la Psicologia della Gestalt.

L’aspetto rivoluzionario della Gestalt in quei tempi consisteva nel dare spazio e centralità alle elaborazioni emozionali, corporee ed esperenziali al posto della sola rielaborazione cognitiva dei temi emergenti dal paziente.

L’Istituto Gestalt Trieste offre un programma formativo che si incentra sulla costruzione di risorse in due principali aree: lo sviluppo personale e un metodo strutturale di intervento terapeutico. Lo sviluppo personale prevede che l’allievo compia 160 ore di psicoterapia personale in quanto nel nostro approccio, fondato su di una relazione autentica con il cliente, crediamo sia necessario accettare la sfida di trasformare se stessi insieme al paziente e praticare nella vita gli stessi strumenti esistenziali di gestione dei temi di vita che offriamo ai pazienti. Se lo sviluppo personale risulta essere indispensabile nella dimensione della autenticità e umanizzazione della relazione terapeutica è al tempo stesso altrettanto importante garantire una solido apparato tecnico e teorico di riferimento per poter affrontare con successo i temi di vita dei pazienti. A questo scopo la nostra Scuola garantisce la costruzione di un modello di approccio che a partire della Diagnosi Fenomenologica permette la costruzione di chiari e semplici progetti terapeutici. La Diagnosi Fenomenologica è concentrata sulla comprensione della relazione esistente tra gli eventi di vita e le risposte organismica, emotiva, mentale e culturale ad essi dell’essere umano.

Paolo Baiocchi è medico psichiatra e psicoterapeuta. Dopo una formazione in ipnosi dove iniziò ad esplorare gli stati di Coscienza si è dedicato completamente alla Psicoterapia della Gestalt individuale e di gruppo. La sua indagine sui funzionamenti interiori della mente e sul processo terapeutico si è concentrata sui campi della comunicazione umana, dove ha messo a punto un metodo denominato “Comunicazione Sana” e sul tema delle emozioni di disagio. In particolar modo è coinvolto nella costruzione di metodi per diffondere a largo raggio la conoscenza delle emozioni e delle modalità per la loro gestione mediante lo sviluppo dei poteri della mente. Infatti, mediante la scoperta della possibilità di calmare le proprie emozioni di disagio con lo sviluppo di atteggiamenti interiori diviene progressivamente possibile raggiungere un affrancamento dalla sofferenza e la costruzione del potere esistenziale che permette di scrivere autonomamente la propria narrazione di vita.