La sofferenza nel processo terapeutico

La sofferenza è sicuramente un tema centrale nel processo terapeutico in quanto il paziente si rivolge al terapeuta molto spesso perché ne è afflitto. Generalmente il paziente vorrebbe non soffrire più ed essere felice. Nello studio del terapeuta egli sovente porta delle comuni false credenze con le quali è identificato: la felicità consiste nella cessazione della sofferenza; la sofferenza è una malattia; sono gli altri a farmi soffrire; bisogna essere sempre felici, ecc.
Ma la cosa che più stupisce è quanto il paziente parli di sofferenza come di un fenomeno unitario e unidimensionale; raramente egli considera l’ipotesi che esistono diversi tipi di sofferenza e che, di conseguenza, è necessario adottare atteggiamenti diversi con ognuno di questi tipi. In genere il paziente ha, nei confronti della propria sofferenza, un atteggiamento di cieco rifiuto commisto al tentativo, ovviamente inefficace, di scacciarla.
La nostra idea è che dolore e sofferenza non siano fenomeni aventi una sola chiave di lettura, o meglio non esista un solo tipo di essi ma che al contrario ne esistano di molti tipi. E’ nostra idea che il paziente non ha chiaro la differenza esistente tra i vari tipi e fa per così dire “di tutte le erbe un fascio”, perdendo conseguentemente la possibilità di discriminare e riconoscere le varietà possibili di sofferenza, dissociandosi inoltre dal cogliere il significato portato da esse, molto diverso tra un tipo ed un altro.
Il primo proposito di questo lavoro è di isolare i diversi tipi di sofferenza per poterli riconoscere agilmente e valutare di volta in volta quale atteggiamento assumere verso il paziente. Diviene possibile quindi anche aiutare il paziente a riconoscerli e a trovare egli stesso l’atteggiamento adeguato. Il secondo obiettivo consiste nel valutare la qualità e il significato della sofferenza che si incontra nelle diverse fasi di una terapia al fine di gestire le stessi con consapevolezza e efficacia.
Vorremo inizialmente suddividere la sofferenza in due categorie principali: adeguata e nevrotica. Per sofferenza adeguata intendiamo quella che ogni essere umano sensibile e sano sperimenterebbe naturalmente, senza cadere in drammatizzazioni o modalità manipolatorie, in risposta ad eventi dolorosi. Una caratteristica importante della sofferenza adeguata consiste nella sua attualità, in quanto essa trova motivo di esistenza nei fatti e circostanze recenti e reali. Ad esempio la morte di un parente o di un coniuge scatenano emozioni adeguate di sofferenza che chiamiamo comunemente lutto e cordoglio. Tale sofferenza adeguata tende a risolversi naturalmente nel tempo se la persona si permette di sperimentarla appieno senza resistervi. In questo senso la sofferenza adeguata rappresenta una parte integrante della vita e, per dirla con M. Erickson: “Nella vita di ognuno deve cadere un po’ di pioggia. Alcuni giorni devono essere scuri e cupi.” Il compito del terapeuta in questo caso consiste nel aiutare il paziente a riconoscere l’adeguatezza della propria sofferenza, ad accettarla ed accoglierla senza pudori e paure ed infine offrire sostegno e comprensione.
La sofferenza nevrotica invece, più che essere una risposta adeguata a fatti reali, presenta una sua vita autonoma, prendendo eventualmente spunto da essi per poi percorrere le strade maestre del tipo di personalità nevrotica che la ospita. Più che con la realtà essa contrae rapporto con la fantasia e con l’immaginazione, e con le dimensioni temporali del passato e del futuro che non con il presente. Lo scorrere del tempo, a differenza della sofferenza adeguata, pare piuttosto complicare e rinforzare quella nevrotica. La sofferenza nevrotica può divenire anche una grossissima arma di manipolazione. E’ compito del terapeuta individuare il tipo di sofferenza atta a manipolare e frustrarla, affinché il paziente comprenda e sperimenti l’assoluta inefficacia della stessa. Nella seguente parte del nostro lavoro ci riferiremo sempre alla sofferenza nevrotica in quanto su di essa risulta di fatto prevalentemente centrato il lavoro psicoterapeutico.
Vorremmo ora descrivere otto tipi diversi di sofferenza nevrotica. Tutti questi si originano e prendono forma già nell’infanzia, ma i primi tre sono quelli che hanno valore causale, in quanto da essi si originano, con passaggi consequenziali e a scopo difensivo e compensatorio tutti gli altri. Nella vita adulta il paziente è prevalentemente immerso nella sofferenza che è causata dagli ultimi cinque. Abbiamo perciò deciso di denominare “dolore originario” i primi tre, per differenziarli dai restanti cinque, chiamati semplicemente “sofferenza”.
Consideriamo ora il dolore originario. Esso nasce nei primi dodici anni di vita ed è stato da noi diviso in tre tipi i quali si rifanno a tre principali livelli:
a) Il livello dei bisogni propri del bambino.
b) Il livello relazionale e comunicazionale, quello cioè del rapporto interpersonale tra il
bambino e gli adulti significativi.
c) Il livello cognitivo, l’idea cioè che il bambino crea di se stesso per spiegare le ferite e le
frustrazioni dei primi due livelli.
Il dolore originario viene in seguito rimosso e tenuto coperto mediante la costruzione di una sovrastruttura nevrotica, ma di fondo tende a condizionare la vita adulta delle persone nel rapporto che esse hanno con i loro bisogni (primo tipo), con gli altri (secondo tipo) e con ciò che credono di sé.
Il primo tipo è il dolore originario da frustrazione dei bisogni veri. I bisogni naturali o bisogni veri sono quelli che trovano origine da ciò che la Horney e Winnicot hanno denominato vero sé (per contraddistinguerlo dal falso sé e dai falsi bisogni di cui parleremo in seguito). Ogni essere umano, dal concepimento in poi, e fino all’ultimo dei suoi giorni, ha in sé molteplici bisogni da soddisfare. Tali bisogni sono universali, categorizzabili in più settori, alcuni sono età-specifici, altri no. Ad esempio abbiamo dei bisogni fisici, quali mangiare, dormire, dissetarci, regolare la temperatura corporea, dei bisogni intellettuali e linguistici, quali capire e conoscere, parlare, imparare parole comuni al nostro gruppo, dei bisogni emozionali, quali sentirci al sicuro e protetti, esprimere le nostre emozioni, essere creativi, dei bisogni sessuali, dei bisogni di riconoscimento e appartenenza ad un gruppo e infine dei bisogni spirituali. Lo sviluppo armonico e sano dell’essere umano, come ha magistralmente sottolineato Maslow, passa necessariamente attraverso la soddisfazione graduale e gerarchica dei bisogni e, affinché un individuo adulto possa essere in grado di fare ciò, deve innanzitutto saperli riconoscere ed in secondo luogo deve saper conquistare indipendentemente tutto ciò che gli serve per gratificarli. Ora, perché ciò si verifichi, egli deve, da bambino, essere stato addestrato con amore e cura a farlo. In altre parole il bambino ha bisogno che degli adulti riconoscano i suoi bisogni e, in un clima di protezione, tolleranza ed amore, dapprima glieli gratifichino e in un secondo momento gli insegnino gradualmente a farlo in modo indipendente.
Il primo tipo di dolore originario si verifica quando i bisogni del bambino non vengono riconosciuti, vengono svalutati o trascurati, venendo di conseguenza non gratificati. Un altro modo con il quale i bisogni finiscono per non essere più gratificati è quando degli abusi o trascuratezze relazionali (di secondo tipo) fanno sì che il bambino perda la fiducia negli adulti e smetta quindi di chiedere. Gli eventi traumatici relazionali fanno sì che il bambino associ il bisogno al dolore del trauma e quindi escluda il bisogno per evitare di essere traumatizzato nuovamente.
Il secondo tipo è il dolore originario da ferite relazionali. Ci riferiamo a tutti i tipi di ferite che il bambino può ricevere riguardo ai suoi bisogni relazionali e comunicazionali. Una grande categoria di bisogni del bambino riguarda il campo delle relazioni e rapporto con altri esseri umani. E’ infatti all’interno di un rapporto con il padre e la madre che il bambino apprende a soddisfare i propri bisogni e a relazionarsi con gli altri esseri umani. Se, come ha affermato la Miller, i genitori sono trascuranti, violenti, iperprotettivi, inautentici, manipolatori, dominatori, indisciplinati, poco fermi e deboli, ecc. il bambino viene ad essere ferito nei suoi bisogni relazionali (dolore originario di secondo tipo) e inibisce o non apprende a soddisfare i propri bisogni naturali (dolore originario di primo tipo). Mediante la comunicazione i genitori possono riversare sui figli le loro aspettative, le loro emozioni represse, i loro conflitti inconsci e le loro credenze limitanti, ed il rapporto in famiglia può basarsi su livelli espressi o nascosti di dominanza egoistica e difensiva. Questo tipo di dolore risulta essere molto importante in quanto il rapporto e la relazione con coloro che Sullivan chiama “gli adulti significativi” rappresenta per l’essere umano nascente una vera e propria culla, uno spazio unico e imprescindibile nel quale egli impara a riconoscere se stesso e gli altri, i propri bisogni e i propri limiti. Ad esempio tutti i bisogni che gli adulti non riconoscono nel bambino finiranno con somma probabilità per essere negati e trascurati e non riconosciuti dallo stesso quando diventerà adulto.
Il terzo tipo è il dolore originario da creazione della propria immagine disprezzata. Questo si genera quando il bambino, avvertendo il dolore originario di primo tipo e quello di secondo tipo elabora delle conclusioni sintetiche con le quali spiegare perché egli si trovi in quella situazione che la Horney chiama “angoscia di base”. Tali spiegazioni vengono formulate ad un livello emozionale e non logico; in quel periodo il bambino vive in un mondo magico dove le proprie fantasie e la realtà non hanno confini così netti. Queste convinzioni negative sugli altri, sui bisogni ma soprattutto su di sé costituiscono quella che globalmente possiamo definire l’ “immagine disprezzata di sé”. Queste convinzioni formano quello che
chiama un “core” cognitivo, cioè un nucleo centrale di pensiero sulla base del quale molti altri pensieri vengono interpretati, divenendo così delle conferme per il pensiero centrale. Questo nucleo diviene quindi un filtro mediante il quale la realtà viene interpretata, o meglio “vista”. La potenza e la pericolosità di tali pensieri consiste infatti nel relegare la persona ad un punto di vista parziale e rigido, che viene scambiato per reale. Ultima importantissima considerazione riguardo ai convincimenti della immagine disprezzata consiste nel fatto che l’individuo, avendo accettato per vera la propria conclusione sin dall’inizio, la accetta poi incondizionatamente e acriticamente per il resto della vita come una realtà profondamente vera e incontestabile. Questo momento cioè quello della creazione della propria immagine disprezzata di sé rappresenta la prima mistificazione del vero sé e coincide con il passo iniziale della creazione del falso sé. Una volta accettata come reale la propria immagine disprezzata, a causa del dolore che essa provoca e della presunta impossibilità di trasformazione della stessa, non rimane altra strada se non quella della rimozione e della reazione ad essa mediante la creazione della immagine idealizzata di sé.

Consideriamo ora i cinque tipi di sofferenza che si originano come logica conseguenza dell’agire dei meccanismi della sovrastruttura nevrotica nata dal tentativo di compensare e lenire le ferite del dolore originario appena descritto. I cinque tipi di sofferenza riguardano:
a) I falsi bisogni che nascono dalla immagine idealizzata.
b) La fuga e la rinuncia alla realizzazione della immagine idealizzata.
c) I giochi psicologici che compensano i bisogni frustrati e divengono sfogo dell’odio
accumulato.
d) Lo stato di autogiudizio in cui il paziente cade osservando i propri errori e mancanze.
e) La ceazione della realtà personale mediante lo stile nevrotico di vita risultante dai
meccanismi precedentemente descritti.
Il primo tipo di sofferenza nasce dal tentativo inefficace di placare l’ansia e la sofferenza profonda appena considerata rincorrendo dei falsi bisogni generati dalla propria immagine idealizzata di se stessi. L’immagine idealizzata, così come viene descritta dalla Horney, viene ad originarsi come tentativo di superamento della propria immagine disprezzata e spesso ne è l’esatto opposto. Ad esempio se l’immagine disprezzata è di cattiveria allora quella idealizzata con somma probabilità riguarderà la bontà, l’altruismo e l’abnegazione di se stessi, se invece è di povertà riguarderà la ricchezza e l’abbondanza e così via. Più precisamente essa si forma dall’incontro tra i valori ritenuti importanti dalla famiglia e dalla società e ciò che creativamente l’individuo sogna come liberazione ed emancipazione dalla propria immagine disprezzata, e coincide con il concetto Adleriano di “volontà di potenza” . Appare degna di nota l’osservazione che l’immagine idealizzata risulta essere tanto più potente, tirannica ed irraggiungibile quanto più potente e devastante è quella disprezzata, che di essa è origine. Ciò vale a dire che un dolore originario elevato verrà potenziato da una sofferenza altrettanto elevata creta dalla immagine idealizzata. Per descrivere la situazione che viene a crearsi potremmo immaginare un individuo costretto in una morsa: la ganascia inferiore che l’individuo, avendola rimossa, non vede quasi più, rappresenta l’immagine disprezzata, mentre quella superiore che lo sovrasta e lo schiaccia simbolizza quella idealizzata. Il modo con cui l’immagine idealizzata crea sofferenza all’individuo è molteplice: innanzitutto essa crea all’individuo dei falsi bisogni, che richiedono grande sforzo per essere realizzati e una volta raggiunti non placano l’ansia ed il dolore in quanto non riempiono il vuoto lasciato da quelli veri, in secondo luogo, mediante ciò che la Horney chiama la “tirannia del dover essere” consistente nel dover sempre sforzarsi di essere e comportarsi all’altezza di questa idea perfetta ma non umana, ed infine la sofferenza si crea quando l’individuo, indossando delle maschere, si aliena da se stesso e perde il contatto con il proprio vero sé, separandosi quindi da ciò che più di ogni altra cosa potrebbe offrirgli la possibilità di guarigione e salvezza.
Il secondo tipo di sofferenza può nascere dall’atteggiamento di rinuncia e rassegnazione verso la possibilità di realizzare la propria immagine idealizzata. Alcune persone lottano tutta la vita, con grande sforzo, per rincorrerla, mentre altri scelgono di rinunciare anche ad essa. L’abdicare al sogno di gloria e superiorità, che veniva offerto dalla idealizzazione di perfezione, avviene generalmente come conseguenza di tre principali esperienze che l’individuo finisce per collezionare rincorrendo i falsi bisogni. La prima è semplicemente quella di perdere nella competizione con gli altri. L’immagine idealizzata vuole che l’individuo sia meglio e più degli altri, ma il passaggio dal sogno alla realtà non sempre è di traduzione così immediata come chi sogna vorrebbe. La seconda consiste nella insoddisfazione che residua anche in chi raggiunge i falsi bisogni, che sembra suggerire il messaggio: “Non è male, questa volta eri quasi arrivato alla mia altezza, ma non ce l’hai fatta. Riprova con un obiettivo ancora più difficile”. La terza esperienza negativa è quella della risposta comportamentale che l’individuo ottiene dagli altri rincorrendo la propria idealizzazione di sé; comunemente infatti le altre persone non amano l’egocentrismo e la presunzione e reagiscono smettendo di offrire approvazione e sostegno. Quando una persona rinuncia alla realizzazione della propria immagine idealizzata in genere tende a cercare la strada della fuga: emergono comportamenti di evitamento e dipendenza da sostanze, alcool, psicofarmaci, altre persone, lavoro, ecc. L’individuo a questo livello costruisce un sistema di vita abitudinario, monotono ma sicuro, e utilizza la maggior parte delle proprie attività come modalità di evasione e distrazione dalla sofferenza: leggere, guardare la televisione, sesso, jogging, sport, bricolage vengono comunemente consumati come sistemi di fuga da se stessi. Il mondo della fantasia può divenire assai attraente per alcuni e proprio in esso, segretamente essi realizzano le loro idealizzazioni. A questo punto può succedere che l’individuo dimentichi e rimuova dalla propria coscienza la propria immagine idealizzata, la quale però continua ad operare a livello inconscio.
Appare molto interessante a questo punto la situazione in cui si trova una persona che versa nello stato di rassegnazione descritta. Ai suoi occhi infatti quella che appare l’alternativa alla inibizione sarebbe il riprendere lo stile competitivo della immagine idealizzata, vale a dire ricercare il sogno di potenza. Si tratta evidentemente di una situazione di trappola doppia dove quella che sembra la soluzione diviene invece l’inizio di un problema di qualità diversa, ma altrettanto negativo e frustrante. La vera soluzione consiste nel considerare la disinibizione non come un punto di arrivo, ma come primo passo di un processo ben più complesso e profondo di sviluppo che vede come arrivo la riconquista e gratificazione dei veri bisogni.
Il terzo tipo di sofferenza è quello conseguente alla attuazione di giochi psicologici, intesi nella accezione ad essi attribuita dalla Analisi Transazionale di Eric Berne. I giochi sono modalità manipolatorie, indirette e nascoste di ottenere dei vantaggi psicologici nelle relazioni. Finora abbiamo visto come l’individuo, essendo stato privato dalla possibilità di riconoscere e soddisfare i suoi veri bisogni e ferito a livello relazionale sia pervenuto a concludere di essere fondalmentalmente non-OK (immagine disprezzata) e abbia conseguentemente cercato di diventare perfetto (immagine idealizzata) perseguendo così dei falsi bisogni ed eventualmente rassegnandosi anche di fronte ad essi ritirandosi nell’evitamento e nella fuga. Ma da una parte i bisogni che egli ha represso e negato richiedono soddisfazione e dall’altra tutta la sofferenza accumulata ha generato rabbia, odio e vendicatività. E su questo substrato di bisogno e rabbia accumulata attecchiscono i giochi psicologici che divengono modalità di soddisfazione compensatoria dei bisogni e al tempo stesso valvola di sfogo per l’odio. Ovviamente anche tale misura di soddisfazione nevrotica costa un caro prezzo in termini di sofferenza a lungo termine. La realtà personale che il giocatore crea a se stesso infatti è particolarmente sconfortante in quanto porta lentamente, mediante l’accumulo di esperienze negative, alla conferma della veridicità della immagine disprezzata di sé.
Il quarto modo con cui viene generata la sofferenza è da ascrivere allo stato di giudizio negativo che l’individuo assume nei confronti di se stesso ogni qual volta si attiva in egli una delle situazioni precedentemente descritte, ad esempio quando fallisce nel raggiungere un falso bisogno, o quando si ritrova ad essere insoddisfatto dopo averlo raggiunto, o dopo essere caduto in un gioco psicologico o ancora dopo essere fuggito nella fantasia o nella dipendenza. A ben pensare i meccanismi che qui abbiamo descritto, generalmente non sono affatto conosciuti dal paziente che avverte spesso indistintamente le proprie pressioni e conflitti interiori e più che comprendersi è probabile sprofondi in uno stato di autogiudizio negativo e tagliente. Tali giudizi inoltre, non solo non sono di sostegno ma di fatto peggiorano la situazione in quanto divengono conferma e validazione della veridicità e realtà della propria immagine disprezzata di sé.
Il quinto ed ultimo modo in cui il paziente crea a se stesso sofferenza è mediante l’impatto ambientale che ottiene comportandosi e comunicando come descritto finora: con buona probabilità potremmo attenderci che uno stile di vita e un atteggiamento relazionale siffatti generino situazioni sfavorevoli e frustranti per il paziente. Molto interessante appare la constatazione che questi, così come è inconsapevole della maggior parte dei meccanismi sopra descritti, spesso rivela lo stesso grado di non consapevolezza della propria responsabilità nella creazione delle circostanze frustranti che di cui si ritrova circondato, che spesso interpreta come conseguenza degli errori altrui o influenza di un fato negativo.
Al di là, quindi, di quanto il paziente sia in grado di discriminare e riconoscere il proprio vissuto, nel processo terapeutico lo psicoterapeuta si trova ad incontrare e a gestire diversi tipi di sofferenza del paziente. Ovviamente è importante sapere quale tipo di sofferenza sta vivendo il paziente in un determinato momento poichè le modalità operative al riguardo saranno necessariamente diverse.
Vediamo allora quali sono comunemente, all’interno del processo terapeutico, i tipi di sofferenza e quali diversi atteggiamenti dovrebbe avere, a nostro avviso, il terapeuta a riguardo di questi.

Sofferenza causata dal falso Sè
Innanzitutto, è già stato detto che il primo tipo di sofferenza che il terapeuta si trova a gestire è quella che ovviamente il paziente porta all’inizio della terapia: molto spesso determinata dai suoi stessi meccanismi nevrotici, anche se, il più delle volte, egli non è consapevole di questo. Il paziente sarà piuttosto consapevole di qualche suo sintomo o disturbo che lo fa soffrire o gli rende difficile la vita, oppure sarà vagamente consapevole di una o più situazione problematica della sua vita che egli non riesce ad affrontare o risolvere. Al di là di tutto, quali che siano le sue fantasie e le sue interpretazioni, il paziente viene per il trattamento poichè sente di trovarsi in una crisi; come dice F. Perls, ‘‘il paziente sente, cioè, che i bisogni psicologici con i quali si è identificato, e che gli sono vitali come il respiro stesso, non vengono soddisfatti’’ (1).
A prescindere da quali siano i suoi bisogni, il paziente, arrivando alla terapia, ammette che questi bisogni non vengono soddisfatti. Questo succede a prescindere dal fatto che egli sia consapevole o meno di quali bisogni nella fattispecie non sono soddisfatti, anzi, il più delle volte proprio non ne è consapevole.
Usando la terminologia della Horney potremmo dire che tale tipo sofferenza è, per la maggior parte delle volte, determinata dalla sovrastruttura nevrotica del falso sè (2).
Solitamente, a questo riguardo, il paziente può presentarsi o nella posizione di colui che che ha delle mete da raggiungere ma che non riesce a raggiungere, è fortemente impegnato al conseguimento di tali mete (poiche da esse, lui crede, dipendono la propria felicità ed il proprio benessere) ed è in uno stato di lotta con se stesso o con il mondo esterno; oppure può presentarsi nella posizione di colui che ha già rinunciato alla possibilità di realizzazione di tali mete (delle quali, peraltro, si è già dimenticato), in altri termini nella posizione di colui che è già stato sconfitto e soffre per questo.
Nella prima possibilità, ciò che più caratterizza il paziente è lo stato di tensione e di sforzo al quale è cocciutamente aggrappato, proprio perchè egli crede che dalla vittoria di questa battaglia dipenderà la sua salvezza; mentre nella seconda possibilità ciò che più caratterizza il paziente è lo stato di rassegnazione e sfiducia o l’atteggiamento di evitamento e negazione proprio di chi non vuole ammettere neppure a se stesso la sconfitta. In entrambi i casi la sofferenza che ne deriva è la logica conseguenza di una battaglia che è già persa in partenza, è il risultato del fallimento di tutti i tentativi di soluzione messi in atto dal paziente stesso. Citando ancora Perls: ‘‘il paziente ha compiuto grandi sforzi per costruirsi un proprio concetto del sè; questo autoconcetto è ben noto nella psichiatria con il nome di formazione reattiva, sistema del sè, ideale dell’Io, persona, ecc. Si tratta spesso di un concetto del sè completamente erroneo, in cui ogni caratteristica rappresenta il contrario esatto della realtà. Tale concetto del sè non può dare al paziente alcun appoggio; al contrario, lo porta a pungolarsi costantemente, a disapprovarsi, a schiacciare ogni autoespressione genuina’’.(1)
E ovviamente il paziente è ignaro di tutto questo: il più delle volte è ignaro di quale o quali bisogni sta cercando di perseguire, è ignaro che tali bisogni derivano dalle proprie idealizzazioni e soprattutto è ignaro di come sia lui stesso a creare e a far persistere questo stato di cose.
Di fatto, il paziente è ancora identificato con tutta una serie di falsi scopi e di falsi bisogni che mascherano come compensazione nevrotica quelle che sono le vere esigenze ed i veri bisogni. Sarebbe troppo doloroso per il paziente essere consapevole di ciò che veramente gli è mancato e di ciò che gli manca, per questo resta aggrappato, e al tempo stesso incastrato, in questo affannoso tentativo di sanare i suoi bisogni.
Nel corso del processo terapeutico, è spesso doloroso per il paziente rendersi conto che è proprio lui stesso con i suoi stessi meccanismi a rendersi la vita difficile e a mantenere quello stato di cose che lo fa soffrire; la figura del terapeuta, a questo riguardo, è importante proprio per promuovere nel paziente questa autoscoperta, per favorire questa consapevolezza del come egli stesso limiti il proprio potenziale e di come sia impegnato in una lotta senza fine e destinata a fallire.
E’ opinione degli autori che la sofferenza che il paziente porta all’inizio della terapia, di solito la più superficiale, vada considerata per quella che è, e cioè come espressione di ciò che il paziente non è veramente, come espressione del suo falso sè o, per dirlo in altri termini, come espressione della sua sovrastruttura nevrotica. Da questo punto di vista, l’atteggiamento del terapeuta sarà, pertanto, di considerazione ed empatia per tale sofferenza ma con l’intento di evitare al paziente la permanenza in quei circoli viziosi che, di solito, il paziente conosce da molto tempo. Come afferma Claudio Naranjo, scopo del terapeuta è di frustrare ciò che il paziente non è e di promuovere ciò che il paziente è veramente (3).

Sofferenza determinata dalla rinuncia agli ideali del falso Sè
Nel momento in cui il paziente diventa consapevole di come funziona la sua sovrastruttura nevrotica e di come questa sia responsabile dei suoi fallimenti e nel momento in cui realizza di essersi prodigato per tanto tempo senza successo nel tentativo di soddisfare dei falsi bisogni, ovviamente entra in un altro tipo di sofferenza.
La presa di coscienza delle proprie idealizzazioni come tentativi compensatori di sanare dei vissuti più profondi mette in crisi il paziente e lo fa soffrire, anche perchè il rendersi conto di tali idealizzazioni significa rendersi conto di aver negato da sempre e di essersi allontanato da una parte di sè che non è poi così piacevole per il paziente. Egli soffre, a questo punto, dal momento che si trova faccia a faccia con una parte di sè disprezzata da sempre; egli entra in crisi con se stesso.
E’ questo un momento delicato del processo terapeutico dal momento che le idealizzazioni vanno trattate con precauzione; come sostiene la Horney ‘‘è consigliabile molta prudenza poichè l’immagine idealizzata è, spesso, l’unica parte del paziente che sia reale per lui. E può essere, quello che è peggio, il solo elemento che gli fornisce una specie di auto-stima, e che gli impedisce perciò di sprofondare nel disprezzo di sè’’(4).
Fritz Perls definisce questo momento del processo terapeutico come momento di ‘‘impasse’’(5). Il paziente si trova come ad un bivio: da una parte c’è tutta la sua struttura nevrotica con le sue idealizzazioni, i suoi ruoli falsi e le strategie manipolative che, se funzionano per qualcosa, sicuramente non funzionano per l’appagamento dei veri bisogni; dall’altra c’è il vero Sè dell’individuo, ciò che è la sua intima ed autentica natura umana, che però è ancora sconosciuta. L’esperienza di questo momento ‘‘...è l’esperienza del nulla, del vuoto; la sensazione di essere bloccati, persi. Ci sono molte cose che uno può fare per conto proprio, facendo il terapeuta di se stesso, ma quando si arriva ai punti più difficili, in particolare all’impasse, ci si lascia prendere dalla fobia, ci si trova in un turbine, in un girotondo senza fine, e non si è disposti a sopportare la sofferenza dell’impasse’’(5).
La figura ed il sostegno da parte del terapeuta in questa fase risulta fondamentale, proprio perchè il paziente si trova in un momento molto delicato, nel quale mette in crisi se stesso e opera quasi un salto nel vuoto. Il riconoscimento di questa sofferenza è determinante proprio perchè è una sofferenza che va promossa, una sofferenza che, a differenza della sofferenza nevrotica (2), non è contro l’individuo ma è per l’individuo, visto che fa parte del travaglio verso l’autenticità del vero Sè.

Dolore da contatto con il vero Sè
Come si diceva precedentemente, l’adattamento ai bisogni parentali porta spesso alla strutturazione di una ‘‘personalità-come-se’’, cioè a ciò che Winnicott e la Horney hanno chiamato falso sè (6,2); per questo motivo il vero Sè non può essere vissuto e quindi neppure svilupparsi: si trova, secondo l’espressione di Winnicott, nello ‘‘stato della non-comunicazione’’. E’ comprensibile pertanto come mai i pazienti lamentino spesso, in questa fase del processo terapeutico, un senso di vuoto ed una mancanza di un punto di riferimento. Questo vuoto, per certi versi, è infatti reale.
Nel momento in cui il paziente si è permesso di andare oltre ai suoi meccanismi difensivi e ha potuto riconoscere i falsi bisogni originati dalle idealizzazioni compensatorie, può entrare in contatto con i sentimenti profondi del suo vero Sè; e quello che spesso incontra per primo sono proprio sentimenti di dolore, di soffernza, di mancanza e di bisogni frustrati. Bisogni, questi, che sono rimasti congelati ed insoddisfatti per anni, negati dal paziente stesso e mascherati da bisogni compensatori idealizzati. E ciò che il paziente scopre è che tali bisogni sono ancora lì, nel presente, frustrati come allora.
Il contatto con questa parte profonda ed autentica porta il paziente a rivivere sentimenti di primari di impotenza, di rabbia, abbandono nei confronti dell’oggetto amato, di cui, la maggior parte delle volte, in precedenza non si conservava neppure il ricordo.
All’interno del processo terapeutico, in questa fase di contatto autentico con se stesso, il paziente sperimenta dolore e sofferenza e queste sono diverse da quelle sperimentate precedentemente: ora il paziente vive quella che è la sua reale sofferenza, quel dolore che ha profondamente sempre portato dentro di sè ma che non ha mai riconosciuto e soprattutto mai espresso; solitamente per tanto dolorosa sia questa consapevolezza, presenta sempre un sapore di veridicità e di autenticità. Il paziente, nonostante sperimenti il suo dolore, la sua mancanza e i suoi veri bisogni si sente molto spesso più vivo e più vero. Ora è se stesso, anche se di fatto significa essere debole, vulnerabile e bisognoso.
D’altra parte, se il vero Sè, come scrive Winnicott, è nello stato di non-comunicazione, lo è perchè deve essere protetto; e non c’è nulla che il paziente debba nascondere in maniera altrettanto accurata, profonda e duratura quanto il suo vero Sè. Per cui, ogni qualvolta dietro alle simulazioni, alle manipolazioni, dietro alla negazione e autoalienazione si constata il sopravvivere di una parte autentica, si ha l’impressione di un miracolo. E questo non significa che il dietro il falso sè si celi nascosto un vero Sè evoluto: il vero Sè, anzi, non poteva comunicare in quanto rimasto a uno stadio inconscio e dunque non evoluto, con tutti i suoi blocchi e le sue ferite, con tutte le sue limitazioni e con tutti i suoi bisogni. Per usare una descrizione della Miller, il vero Sè non poteva comunicare in quanto ‘‘rimasto in una prigione interiore’’(7).
L’atteggiamento del terapeuta di rispetto ed accettazione di questo dolore del paziente, il rispetto e l’accettazione di quello che è nel suo intimo, sarà di fondamentale aiuto al paziente stesso, il quale potrà andare oltre ai suoi propri giudizi verso se stesso e iniziare così a far crescere il vero Sè. Solo dopo la liberazione dalla sovrastruttura nevrotica il vero Sè comincia ad articolarsi, a crescere e a svilupare la sua creatività. Come dice la Miller, ‘‘dove prima c’era solo il temuto senso di vuoto o le temute fantasie grandiose, si dischiude un’inaspettata ricchezza vitale. Non è un rimpatrio, poichè non era esistita alcuna patria. E’ la scoperta di una patria.’’(7) O come dice Perls ‘‘il vuoto sterile è divenuto vuoto fertile.’’(5)

Dolore determinato dalla crescita del vero Sè
Il paziente si trova così in contatto con il suo vero Sè, con la sua parte più autentica. Nel corso del processo terapeutico egli è diventato mano a mano sempre più consapevole di se stesso ed ora può conoscere e sperimentare le sue zone mature come quelle ancora deboli e bisognose. Come si diceva poc’anzi, la consapevolezza dei lati immaturi e dei bisogni profondi ancora insoddisfatti crea sofferenza e dolore al paziente ma, al tempo stesso, gli indica la vera direzione da seguire; al tempo stesso il contatto autentico con se stesso che ora può sperimentare gli permette di utilizzare la sua vitalità ed energia.
Si tratta, a questo punto, di iniziare un processo di maturazione e sviluppo del vero Sè. E anche questo spesso comporta fatica e sofferenza perchè ovviamente si tratta di un nuovo processo di apprendimento basato il più delle volte su prove ed errori. Il paziente può mobilitare le sue risorse e le sue energie al fine di sviluppare nuove strategie, questa volta efficaci, che gli consentano di muoversi più liberamente nel mondo, ma tale processo non è spontaneo o automatico: richiede dedizione ed intenzione. La scomparsa dei vecchi sintomi nevrotici del paziente non è per nulla sinonimo di sviluppo del suo potenziale; sono sicuramente due fenomeni connessi ma, di fatto, completamente diversi e a se stanti: come sostiene Perls ‘‘il processo di crescita è un processo che richiede tempo.’’(5)
Abbiamo voluto accennare anche a questo elemento in quanto molto spesso il paziente sottovaluta questo punto. Nel momento in cui la sofferenza per la quale aveva iniziato il lavoro terapeutico è scomparsa, egli non si spiega come debba ancora faticare e soffrire. Ed è anche in questo caso compito del terapeuta sostenere ed incoraggiare il paziente a proseguire in quella direzione che la sua intima natura gli ha fatto percepire.

Lo scopo del presente lavoro era quello di approfondire e sviluppare il tema della sofferenza nel corso del processo terapeutico. Solitamente il paziente non differenzia e non discrimina facilmente il suo vissuto doloroso: ciò di cui è, per la maggior parte dei casi, consapavole è che ‘‘sta male’’ e che non vorrebbe questo. In realtà ‘‘stare bene’’ o ‘‘stare male’’ sono modi molto grossolani di descrivere il proprio vissuto, che non permettono di compiere un lavoro di reale maturazione psicologica. Per questo motivo gli autori hanno vuluto descrivere nelle tappe del processo terapeutico i vari tipi di sofferenza incontrata dal paziente. L’intenzione non è di certo quella di presentare la sofferenza come una componente ineluttabile dell’esistenza umana, bensì quella di permettere il riconoscimento della sofferenza ‘‘inutile’’ causata dalle sovrastrutture nevrotiche, da quella ‘‘fisiologica’’ ed ‘‘indispensabile’’ per la maturazione psicologica: la prima porterà l’individuo sempre più lontano da se stesso, la seconda porterà l’individuo sempre più vicino alla propria autorealizzazione.

BIBLIOGRAFIA
(1) PERLS F., L’approccio della Gestalt. Astrolabio, Roma, 1977.
(2) HORNEY K., Nevrosi e sviluppo della personalità. Astrolabio, Roma, 1981.
(3) NARANJO C., Teoria della tecnica Gestalt. Melusina Editrice, Roma, 1989.
(4) HORNEY K., I nostri conflitti interni. Martinelli, Firenze, 1971.
(5) PERLS F., La terapia gestaltica parola per parola. Astrolabio, Roma, 1980.
(6) WINNICOTT D., Sviluppo affettivo ed ambiente. Armando, Roma, 1970.
(7) MILLER A., Il dramma del bambino dotato. Bollati Boringhieri, Torino, 1982.



L’Istituto Gestalt Trieste propone un programma di formazione in Psicoterapia della Gestalt. La Psicoterapia della Gestalt nasce intorno agli anni 50 dal genio del fondatore Fritz Perls, che fuse in essa la tradizione psicanalitica, le correnti filosofiche esistenzialiste e soprattutto l’approccio fenomenologico, che era il fondamento dell’agire della psichiatria europea prima dell’avvento degli psicofarmaci, e per ultima la Psicologia della Gestalt.

L’aspetto rivoluzionario della Gestalt in quei tempi consisteva nel dare spazio e centralità alle elaborazioni emozionali, corporee ed esperenziali al posto della sola rielaborazione cognitiva dei temi emergenti dal paziente.

L’Istituto Gestalt Trieste offre un programma formativo che si incentra sulla costruzione di risorse in due principali aree: lo sviluppo personale e un metodo strutturale di intervento terapeutico. Lo sviluppo personale prevede che l’allievo compia 160 ore di psicoterapia personale in quanto nel nostro approccio, fondato su di una relazione autentica con il cliente, crediamo sia necessario accettare la sfida di trasformare se stessi insieme al paziente e praticare nella vita gli stessi strumenti esistenziali di gestione dei temi di vita che offriamo ai pazienti. Se lo sviluppo personale risulta essere indispensabile nella dimensione della autenticità e umanizzazione della relazione terapeutica è al tempo stesso altrettanto importante garantire una solido apparato tecnico e teorico di riferimento per poter affrontare con successo i temi di vita dei pazienti. A questo scopo la nostra Scuola garantisce la costruzione di un modello di approccio che a partire della Diagnosi Fenomenologica permette la costruzione di chiari e semplici progetti terapeutici. La Diagnosi Fenomenologica è concentrata sulla comprensione della relazione esistente tra gli eventi di vita e le risposte organismica, emotiva, mentale e culturale ad essi dell’essere umano.

Paolo Baiocchi è medico psichiatra e psicoterapeuta. Dopo una formazione in ipnosi dove iniziò ad esplorare gli stati di Coscienza si è dedicato completamente alla Psicoterapia della Gestalt individuale e di gruppo. La sua indagine sui funzionamenti interiori della mente e sul processo terapeutico si è concentrata sui campi della comunicazione umana, dove ha messo a punto un metodo denominato “Comunicazione Sana” e sul tema delle emozioni di disagio. In particolar modo è coinvolto nella costruzione di metodi per diffondere a largo raggio la conoscenza delle emozioni e delle modalità per la loro gestione mediante lo sviluppo dei poteri della mente. Infatti, mediante la scoperta della possibilità di calmare le proprie emozioni di disagio con lo sviluppo di atteggiamenti interiori diviene progressivamente possibile raggiungere un affrancamento dalla sofferenza e la costruzione del potere esistenziale che permette di scrivere autonomamente la propria narrazione di vita.