LA PERCEZIONE
Dott. P.Baiocchi

Da un po' di tempo sono molto interessato al fenomeno della percezione.
Le persone vedono il mondo più che capirlo. Le persone vedono il mondo dal loro punto di vista più che osservarlo scientificamente e neutralmente. Le persone si affidano alle proprie percezioni più che ogni altra cosa al mondo. Le persone vivono la maggior parte delle loro emozioni sulla base di come percepiscono le altre persone intorno a loro, le situazioni, le cose, ecc. Le persone si comportano e reagiscono quasi completamente sulla base di ciò che vedono, sentono, comprendono a livello percettivo. Novantanove persone su cento sono convinte che tutte le loro percezioni siano verità oggettiva e che vedono tutto ciò che c’è da vedere.
Al momento attuale della mia ricerca sono convinto che il vero problema della psicologia, della psicoterapia, della psichiatria e della crescita personale sia il perfezionare la capacità di percepire la realtà. Il problema è che siamo così abituati al nostro modo di percepire il mondo che crediamo che sia quello giusto, crediamo di essere obiettivi.
Al contrario di quanto ci appare una enorme percentuale delle nostre percezioni è aberrata, superficiale, inconsistente, banale, ridicola, ma non ce ne rendiamo conto! Ci sembrano perfette e logiche. Vediamo migliaia di situazioni del nostro quotidiano senza afferrarne il vero senso, senza leggere i significati profondi che spesso esistono, ma questo né ci preoccupa, né ci sfiora. Proseguiamo tranquilli per la nostra strada e se qualcuno cerca di aiutarci a vedere una sfaccettatura che non compariva nella nostra percezione, nessun problema! Liquidiamo la sua visione con un: “Sarà un po’ matto!” “Che noioso quel tipo” “Che discorsi astrusi” “Ma non aveva niente altro di meglio da fare che parlare di queste stronzate?” Se poi quel punto di vista ci tocca sul vivo, tentando di risvegliare la nostra attenzione su di una nostra zona problematica allora sì che la reazione diventa ancora più accesa: “Ma perché non ti fai i fatti tuoi?” “No, non è così come dici, lascia che ti spieghi...” “Ma come ti permetti di dirmi questo” “Tu non hai capito niente di me, solo mi critichi e non ti interessa di me...” ecc.
Allora cosa determina la nostra percezione? Quali sono i fattori in gioco? Quale è la strada per migliorare la nostra possibilità di percepire accuratamente la realtà? A queste ad altre domande cercherò di rispondere in questo articolo.
La cosa affascinante è che la percezione non è un fenomeno razionale, le nostre idee e concetti astratti possono fare quello che vogliono per cercare di cambiare le nostre percezioni ma si scontrano contro un muro ad esse invisibile quanto invalicabile. Da cosa dipende allora la percezione? Perchè una persona vede si vede bella un giorno allo specchio e due giorni dopo si vede brutta? Perchè dieci persone che entrano in una stanza vengono colpite da particolari diversi di essa? Chi governa cosa prende rilievo nel mondo che osserviamo? Perchè un paranoico vede il mondo pericoloso? La persona con gli occhiali rosa vede tutte le cose perfette e quelle che non lo sono le vede belle lo stesso? Perchè quando siamo arrabbiati vediamo tutto nero? E quando siamo innamorati tutto rosa?
Da anni studio il funzionamento della mente umana per poter trovare delle chiavi che permettano un miglior uso di essa. Il lavoro che compio mi offre ovviamente una grande possibilità di osservazione così come cerco di utilizzare al meglio tutte le esperienze che mi accadono.
Ciò che posso dire a distanza di tempo è che la nostra mente non è la totalità del nostro essere. Se immaginiamo di avere di fronte a noi Mario Rossi certamente egli sarà dotato di una mente, ma egli non è soltanto la sua mente: esistono di sicuro altri livelli, altre parti vitali che compongono poi un essere che si chiama Mario Rossi. Perchè allora dico che Mario Rossi non è la sua mente? Perchè Mario Rossi normalmente è convinto di essere la propria mente e questo errore lo paga salato. La mente umana infatti è tipicamente un po' arrogante e convinta di sapere tutto.
Oltre ad avere la mente noi abbiamo ad esempio un corpo: il corpo non sempre ascolta la mente per decidere cosa fare, ascolta soprattutto gli istinti e le emozioni. Gli istinti, che mettono in moto così tanti comportamenti in noi, sono miliardi di anni più antichi della mente umana: sono stati per così tanto tempo l’unico faro per un organismo vivente per orientare il comportamento: gli istinti sono meccanismi ereditari che fanno originare delle pulsioni al comportamento. Ad esempio la fame è un istinto che ci porta a ricercare del cibo, possederlo e mangiarlo. Stesso dicasi della sete, del sonno, del sesso, della curiosità, del territorio ecc.
Ma al di sopra degli istinti, risalendo la scala della evoluzione delle specie, troviamo la comparsa dell’apprendimento e dell’affettività. Gli esseri sviluppano un cervello capace di imparare dei comportamenti per aumentare le possibilità di sopravvivenza. Come si apprende? Un po’ per prove ed errori, ma soprattutto per imitazione: i cuccioli apprendono dai loro genitori degli schemi comportamentali che serviranno loro per orientarsi nel mondo e agire in modo efficace. Perchè ciò avvenga è necessario avere un periodo della vita nel quale si possa imparare senza essere costretti a sopravvivere contando soltanto su se stessi, vale a dire sul patrimonio genetico degli istinti (presente già alla nascita): ecco che il fatto che l’adulto provi affetto per i propri cuccioli e sviluppi di conseguenza verso di essi un comportamento protettivo, nutriente e di insegnamento, diviene garanzia che questo periodo esista. Che poi il cucciolo si attacchi affettivamente all’adulto dal quale diviene dipendente moltiplica ulteriormente le possibilità di apprendimento. Il comparire della affettività e dell’apprendimento ci portano a un fenomeno di fondamentale importanza:l’affettività esercita un effetto inibente sugli istinti (proprio per permettere uno spazio all’apprendimento). L’affettività del cucciolo verso i genitori e viceversa inibisce una enorme quota di aggressività.
Questo apprendimento avviene quindi all’interno di un mondo affettivo emozionale: il cucciolo si attacca affettivamente a degli animali adulti e assorbe come una spugna (introietta direbbe un gestaltista) tutto ciò che questi fanno, sia esso un comportamento utile e adattativo sia esso uno inutile o addirittura distruttivo. Esperimenti fatti sulle scimmie dimostrano che esse imparano il modo di essere degli esseri che le accudiscono da piccole. Questo avviene perchè esse, come tutti i mammiferi, hanno la possibilità di apprendere. Esseri meno evoluti, come i pesci o i rettili, non apprendono da altri esseri, non provano affetti nè si attaccano e basano la propria sopravvivenza sulle pulsioni derivanti dagli istinti.
Quando compare la nostra mente razionale nella storia dell’evoluzione? Se paragoniamo l’intera storia della vita sulla terra ai venti volumi della enciclopedia Treccani, l’essere umano con la sua mente appare nelle ultime dieci righe dell’ultima pagina dell’ultimo volume..... Questa mente così giovane e poco rodata ha anch’essa un potentissimo effetto inibitorio sui mondi istintivo ed affettivo ad essa precedenti. Essa è fondalmentalmente strutturata per tradurre le percezioni del mondo interno ed esterno in concetti ed idee e poi lavorare con tale materiale. Questo processo che è stato chiamato “astrazione” permette di lavorare con elementi molto meno ingombranti che le esperienze, le emozioni o le cose stesse: ad esempio pensare alle conseguenze del buttarsi giù dal quarto piano ed elaborare a livello di idee che rimarremmo spiaccicati al suolo è molto meno coinvolgente che immaginare emotivamente che questo ci succeda, e ancora meno coinvolgente che farne l’esperienza nella realtà. Il vantaggio evolutivo che questo processo di traduzione ed elaborazione della realtà in un linguaggio poco coinvolgente ha dato alla nostra specie è drammatico; questo non significa che esso non abbia comportato dei rischi, basti pensare al fatto che siamo l’unica specie che uccide il suo simile in così elevata misura. Il grande problema della mente è che essa dimentica che lavora con delle traduzioni della realtà: in quattro e quattr’otto confonde il suo linguaggio interno con la realtà! È come se un computer credesse che il mondo sia fatto di linguaggio binario. Qualcosa di simile sta succedendo con la realtà virtuale: alcuni sono stati così attratti da una realtà costruita da un linguaggio interno ai computer da iniziare a viverci dentro mentre per loro la realtà quotidiana diveniva sempre più evanescente ed inconsistente.
Poco sappiamo, per quanto riguarda gli animali di una loro vita spirituale: rispetto all’uomo esiste però questo ulteriore altro livello non mentale, quello cioè dei sentimenti,delle intuizioni, della coscienza etica ed estetica e di tutte le altre caratteristiche che appartengono al campo della spiritualità.
Aldilà del mondo della mente esistono quindi perlomeno tre altri mondi: quello degli istinti, quello affettivo e quello spirituale che seguono logiche e dinamiche diverse dai percorsi mentali. Questi tre altri mondi funzionano perfettamente senza che la mente razionale operi in alcun modo: gli istinti non necessitano di un input razionale per attiversi, così come l’affezionarsi alle persone o alle cose o sentire profondamente che una attività sia realizzante per se stessi.

Per quanto riguarda le nostre percezioni vediamo in che misura esse vengano ad essere costituite da questi quattro mondi

La nostra mente razionale compie un errore fondamentale, nei confronti del quale non è neppure preparata ad essere consapevole. Nel nuovo testamento compare una frase che si avvicina a tale riguardo: “Non guardare la pagliuzza negli occhi altrui, guarda la trave nei tuoi”. La nostra mente non riesce a scorgere quanto la realtà che le si prospetta si generi all’interno dell’occhio, governata dalla “trave”, piuttosto che sulla base di quello che all’esterno giace. La mente cade nella trappola percettiva che le fa focalizzare l’attenzione all’esterno.
Provate a fare questo semplice esperimento: a un gruppo di amici chiedete una domanda che offra una ampia gamma di risposte e che sia rivolta alla “pagliuzza” cioè all’esterno (non abbia come oggetto di indagine la persona in questione), come ad esempio: “Per quale motivo la gente non è felice?” Mentre ascoltate la persona in questione che vi parlerà a livello filosofico del come l’umanità manchi la felicità, provate a verificare se per caso ciò che egli afferma non calzi perfettamente con lui stesso. Se a questo punto provate a proporgli una riflessione del tipo: “Ma sai che questo potrebbe andare bene per te” probabilmente egli si ritirerà in una posizione difensiva, magari negando ciò o addirittura attaccandovi. Nel novantanove per cento dei casi la consapevolezza che sta parlando di se stesso non lo sfiora neanche da lontano.
Provate poi a fare ancora un altro gioco: quando qualcuno si lamenta di qualcun altro ascoltate attentamente cosa specificamente disturba il vostro interlocutore: anche in questo caso scoprirete spesso che egli parla di sè.
Nel corso di Leadership spesso usiamo uno strumento potentissimo per vedere quali sono le “travi” negli occhi delle persone che partecipano. Chiediamo a tutti di descrivere con onestà e coraggio come vedono uno dei partecipanti. Questi si avvicina ad ognuno degli altri e li interroga: “Cosa pensi di me?” ricevendo in cambio una risposta molto intima. Noi istruttori in quel momento stiamo molto attenti alla risposta che i partecipanti forniscono, in quanto sappiamo che ognuno parlerà di se stesso, descrivendo una realtà che a volte calza perfettamente con la persona a cui è inviata, a volte meno, ma che calza sempre perfettamente con colui che la invia.
Questi tre “esperimenti” per me indicano che:
• le persone “vedono” all’esterno un qualcosa che è presente nel loro mondo interno e che diviene parte strutturante la percezione.
• Le persone non vedono che non vedono, non sono cioè consapevoli di questo meccanismo percettivo.
• Quella che consideriamo spesso la Realtà spesso non è che una realtà altamente soggettiva e personale.

Abbiamo visto che spesso la “trave” nei nostri occhi, che in termini psicologici chiamiamo filtri cognitivi, ci gioca degli scherzettti non da poco. Questo fenomeno è stato ben studiato e descritto dai teorici di quella teoria filosofica che si chiama costruttivismo. Ma a far traballare la nostra certezza percettiva concorre secondo me un altro grande fattore: le nostre percezioni appaiono all’occhio della nostra coscienza stabili e coerenti. La realtà percettiva invece è infinitamente più fluttuante. Provate a immaginare di essere a casa tranquillamente seduti nella vostra poltrona preferita a guardare la tivù: ad un certo punto se qualcuno vi chiedesse cosa avete visto parlereste di qualcosa che ha attratto la vostra attenzione. Sulla base di quale meccanismo è avvenuto questo? Alcuni anni fa, mentre mancavano pochi mesi al matrimonio, mi resi conto che in tivù non davano altro che film, pubblicità, talk show nei quali c’erano sposi, matrimoni, coppie felici ecc. Sembrava che la televisione accompagnasse questo evento così pieno di emozioni per me e Giusy. Ma una mattina, mentre facevo terapia ad una persona che stava separandosi dolorosissimamente dal marito, questa donna disse: “Non so cosa sta succedendo, è proprio uno strazio, anche la tivù ci si è messa di mezzo... è un mese che non danno altro che film, documentari che parlano di divorzi, separazioni, rotture di coppia...” Qualcosa mi scattò nella mente, una sorta di risveglio da uno stato di trance: anch’io la sera prima avevo visto un film che parlava di separazione, ma non lo avevo assolutamente riempito di grande significato come aveva fatto questa donna. Un po' di tempo dopo, quando nacque Andrea, il nostro primo figlio, provate ad immaginare cosa vedevo in tivù...
A cosa è dovuto questa fluttazione delle percezioni? Lo ha ben descritto Fritz Perls quando ha notato che sono i bisogni attivati a far passare dallo sfondo al primo piano gli oggetti che potrebbero gratificare tale bisogno. Provate ad immaginare di essere nel deserto e aver finito l’acqua da un giorno. Molto probabilmente nella vostra attenzione cosciente l’immagine dell’acqua in tutte le sue forme si presenterebbe con una certa insistenza. Dopo un po' di tempo potreste addirittura arrivare ad avere i miraggi tanto potente è la pressione percettiva stimolata dal bisogno. Se trovate l’acqua e vi dissetate forse sarebbe la volta della fame: di colpo i vostri occhi comincerebbero a perlustrare l’ambiente alla ricerca di qualcosa da ingerire. Se anche questo bisogno fosse appagato la stanchezza farebbe capolino e iniziereste a notare l’ombra delle palme, tappeti, materassi, tende, ecc.
Ciò che mi preme sottolineare è che non è affatto necessario “pensare” razionalmente all’acqua, al cibo, al posto per dormire affinchè tali oggetti diventino così interessanti ai vostri occhi; tutto ciò avviene assolutamente automaticamente. Io credo che questo processo è talmente antico da non richiedere affatto l’intervento della mente razionale: credo che un pesce agisca dei comportamenti istintivi mosso, proprio come noi, da una particolare interesse percettivo dovuto alla stimolazione del bisogno istintivo. Credo che il comportamento sia mosso essenzialmente da due categorie di segnali: le percezioni e le sensazioni. Quando abbiamo sete sentiamo una particolare serie di sensazioni nel corpo (secchezza della bocca, contrazione allo stomaco, lieve disagio ecc.), iniziamo a immaginare mentalmente l’acqua e a notarla nelle pecezioni ambientali. Degli studi sperimentali sulle percezioni subliminali confermano quanto la stimolazione del bisongo possa avvenire al di sotto del livello di coscienza.
Se poi parliamo dell’effetto che la nostra vita emozionale affettiva esercita sulle percezioni troviamo un altro importante effetto: vediamo nel mondo ciò che di fatto amiamo e ci attrae o ciò che temiamo e che ci respinge. Inoltre lo stato affettivo di fondo (gioia, tristezza, paura, felicità, rabbia) condiziona non poco il significato che noi attribuiamo ai singoli oggetti su cui si posa la nostra attenzione. Una coppia che chiacchiera in distanza ci sembra ostile se siama arrabbiati, innamorata se siamo felici, pericolosa se proviamo paura, depressa e vuota se siamo tristi o depressi. La luminosità delle percezioni è legata alla tendenza positiva dello stato emozionale di fondo, più luminose sono le percezioni quando siamo felici, grigie e buie quando siamo infelici.
Il livello più importante riguardo alla percezione resta comunque l’elaborazione del significato che instancabilmente la nostra mente effettua sulla base delle percezioni. Questo significato è fondalmentalmente il risultato della associazione di due cose:
un oggetto che stimola un nostro canale sensoriale
i filtri cognitivi profondi che vengono reclutati per leggere nel migliore dei modi la realtà.
Appare evidente che ciò che leggerò della realtà sarà dovuto più ai filtri che esistono nella mia mente che dagli oggetti; ad esempio la comprensione di una lingua straniera dipende dal numero di parole conosciute dalla mente di chi ascolta. Allo stesso modo la lettura del significato dei fatti che accadono nella nostra vita avviene sulla base delle categorie cognitive che possediamo al nostro interno. Come si formano allora questi filtri cognitivi? Si formano sulla base delle esperienze. Quando viviamo una esperienza sentiamo la necessità di dare ad essa un significato. Una volta che ne abbiamo trovato uno, giusto o sbagliato che sia, ci formiano una idea sulla realtà. Questa idea ora diviene un filtro che potremmo ancora utilizzare tutte le volte che una esperienza simile ci si presenterà. È facilmente intuibile che a questo punto il rischio di interpretare molte altre esperienze sulla base di quell’idea è notevole. Questa trappola scatta tanto più quanto più una persona si fida eccessivamente delle proprie percezioni e non si mantiene aperto sulle altre possibilità.
Ma dove si trovano queste idee? Nella mente? No, assolutamente no. Esse si trovano non nel mondo dei concetti astratti, ma in quello affettivo-emozionale. Sono le idee che le nostre parti inconsce hanno su cosa siamo noi, sugli altri, sul mondo. Queste idee affettive sono state in gran parte assorbite per imitazione ed identificazione con i genitori e gli adulti significativi.

In ogni percezione molta della storia personale si rivela e si ridisegna. Quello che chiamiamo un passato da dimenticare spesso rivive globalmente nell’eterno presente del panorama percettivo che viene ad essere costruito, colorato e letto dalle menti inconsce che sono fatalmente il frutto del passato. Nella percezione di un essere umano è scritta tutta la sua storia e, se egli non diviene consapevole di ciò, anche il suo destino. Il futuro si un essere umano inconsapevole è facilmente prevedibile per chi conosce il suo passato


L’Istituto Gestalt Trieste propone un programma di formazione in Psicoterapia della Gestalt. La Psicoterapia della Gestalt nasce intorno agli anni 50 dal genio del fondatore Fritz Perls, che fuse in essa la tradizione psicanalitica, le correnti filosofiche esistenzialiste e soprattutto l’approccio fenomenologico, che era il fondamento dell’agire della psichiatria europea prima dell’avvento degli psicofarmaci, e per ultima la Psicologia della Gestalt.

L’aspetto rivoluzionario della Gestalt in quei tempi consisteva nel dare spazio e centralità alle elaborazioni emozionali, corporee ed esperenziali al posto della sola rielaborazione cognitiva dei temi emergenti dal paziente.

L’Istituto Gestalt Trieste offre un programma formativo che si incentra sulla costruzione di risorse in due principali aree: lo sviluppo personale e un metodo strutturale di intervento terapeutico. Lo sviluppo personale prevede che l’allievo compia 160 ore di psicoterapia personale in quanto nel nostro approccio, fondato su di una relazione autentica con il cliente, crediamo sia necessario accettare la sfida di trasformare se stessi insieme al paziente e praticare nella vita gli stessi strumenti esistenziali di gestione dei temi di vita che offriamo ai pazienti. Se lo sviluppo personale risulta essere indispensabile nella dimensione della autenticità e umanizzazione della relazione terapeutica è al tempo stesso altrettanto importante garantire una solido apparato tecnico e teorico di riferimento per poter affrontare con successo i temi di vita dei pazienti. A questo scopo la nostra Scuola garantisce la costruzione di un modello di approccio che a partire della Diagnosi Fenomenologica permette la costruzione di chiari e semplici progetti terapeutici. La Diagnosi Fenomenologica è concentrata sulla comprensione della relazione esistente tra gli eventi di vita e le risposte organismica, emotiva, mentale e culturale ad essi dell’essere umano.

Paolo Baiocchi è medico psichiatra e psicoterapeuta. Dopo una formazione in ipnosi dove iniziò ad esplorare gli stati di Coscienza si è dedicato completamente alla Psicoterapia della Gestalt individuale e di gruppo. La sua indagine sui funzionamenti interiori della mente e sul processo terapeutico si è concentrata sui campi della comunicazione umana, dove ha messo a punto un metodo denominato “Comunicazione Sana” e sul tema delle emozioni di disagio. In particolar modo è coinvolto nella costruzione di metodi per diffondere a largo raggio la conoscenza delle emozioni e delle modalità per la loro gestione mediante lo sviluppo dei poteri della mente. Infatti, mediante la scoperta della possibilità di calmare le proprie emozioni di disagio con lo sviluppo di atteggiamenti interiori diviene progressivamente possibile raggiungere un affrancamento dalla sofferenza e la costruzione del potere esistenziale che permette di scrivere autonomamente la propria narrazione di vita.