LA COMUNICAZIONE NON VERBALE
Segnali di attivazione emozionale ansiosa e piacevole nei vari canali della C.N.V.
tratto dalla conferenza “L’impossibilità di non essere se stessi” del 1994
Paolo Baiocchi

Questa sera discutiamo un tema molto interessante. Affermiamo che è impossibile non essere sinceri. Però tutti noi, credo, in qualche momento della vita, abbiamo provato a mentire, magari a presentare un’immagine un po’ migliore di quello che sentivamo di essere dentro e abbiamo quindi cercato di nascondere alcune cose nostre. Come mai lo abbiamo fatto se l’ipotesi nostra di partenza afferma che è impossibile mentire, non essere se stessi? Io credo perchè nella nostra cultura di massa, la cultura di cui tutti noi siamo figli, c’è questa credenza che dice che possiamo mentire. E soprattutto si dà molta, molta importanza all’aspetto verbale, logico della comunicazione, alle parole. Almeno questa è stata la mia esperienza personale. Quello di cui vorrei parlarvi questa sera è di un aspetto particolare della comunicazione e cioè di tutto ciò che non è verbale. Ricordo che anni fa un mio amico, si chiamava Marco, mi ha introdotto allo studio della comunicazione non verbale, di tutti quegli aspetti che non erano quindi basati sulle parole. La mia prima reazione fu di stupore, fu un piccolo shock. Il giorno dopo iniziai a osservare se per caso le cose non stessero proprio come aveva ipotizzato lui. “Sai, se chiudi le braccia cosi” mi aveva detto “significa che sei stato toccato emozionalmente e di conseguenza ti sei difeso, ti sei chiuso per difenderti”. Allora mi ricordo che risposi: “No, guarda, semplicemente sto più comodo! Se sto così con le braccia incrociate non è affatto una mia reazione inconscia!” Però iniziai a dare attenzione consciamente a questi aspetti scoprendo che esiste un vero e proprio linguaggio con delle regole, con dei codici che governa il nostro comportamento non verbale. E quello che faremo questa sera è presentare alcuni di questi codici affinchè sia possibile entrare nella comunicazione da questo punto di vista e comprendere noi stessi e gli altri in questo aspetto più profondo, in un livello dove non possiamo mentire. Bene, allora vediamo il primo schema che esprime quella che è la comunicazione nella sua globalità, quindi non considerando solo l’aspetto verbale.
La Comunicazione globale la suddividiamo in a) comunicazione verbale, ovviamente, b) comunicazione non verbale, suddivisa a sua volta in statica e dinamica, e c) comunicazione oggettuale.
Vediamo di precisare cosa sono ognuno di questi aspetti. La comunicazione non verbale sta diventano ormai comune, tutto il linguaggio del gesti, del tono di voce, delle distanze che teniamo con il corpo. Quello che non si conosce abbastanza è quella oggettuale, che secondo noi è sempre una estrinsecazione di quello che siamo nella profondità, di cui a volte siamo consapevoli, a volte no. Quello che vogliamo dirvi è che gli oggetti che noi utilizziamo, i vestiti che portiamo, il tipo di occhiali che scegliamo, il tipo di macchina che scegliamo, il tipo di pettinatura, tutti questi sono oggetti che in qualche modo comunicano. Provate a pensare a un ragazzo di diciassette anni, voi siete la mamma e il papà, che ritorna a casa con due orecchini d’oro sul lobo dell’orecchio sinistro. Sono due orecchini, sono due semplicissimi oggetti, però rivestono un significato comunicazionale abbastanza forte dal punto di vista emozionale. Quasi tutti gli oggetti che ci circondano sono propaggini del nostro carattere, abbiamo scelto quegli oggetti non a caso. Io credo che una persona che veste “casual” in realtà sta molto attenta a vestirsi “casual” e vestirsi “casual” proprio in quel modo lì. In realtà c’è una scelta, forse non consapevole, ma molto precisa a livello inconscio. Possiamo fare una lista di oggetti principali che comunicano: capelli, orecchini, braccialetti, collane e i vestiti soprattutto, io credo che siano molto importanti. Lavorando con persone affette da tossicodipendenza, ho notato che hanno un modo di vestire tipico, raramente ho visto una persona dedita a sostanze vestita in giacca e cravatta. E questo comunica un qualcosa, non è lì per caso. Ci sono persone che non possono non portare la cravatta e persone che non la porterebbero mai al mondo, proprio perchè questo riveste un significato. Il tipo di automobile, il tipo di casa e di arredamento che la persona sceglie, ma anche gli amici e il gruppo di riferimento, le persone di cui uno si circonda comunicano, significano un qualcosa. E lo stesso vale per il lavoro che uno ha, l’ambiente che frequenta e anche per il tipo di cultura e di linguaggio che utilizza. Pensate a quanto sia diverso sentire qualcuno parlare in un linguaggio dialettale o usare un gergo abbastanza pesante ricco di sproloqui, rispetto a sentire la stessa persona parlare l’idioma corrente. Tutto ciò non è lì per caso. Anche la cultura. La cultura è un po' un grande oggetto, un grande contenitore da cui alcuni prendono alcune cose, altri prendono altre cose. Noi poi le esibiamo e tutto ciò porta messaggio. Bene, vista la comunicazione oggettuale, vediamo ora quella non verbale. L’abbiamo suddivisa in statica e dinamica. Prima Danilo parlava della “scultura corporea” dicendo che ogni traccia del passato in realtà si scrive nel nostro corpo. Questo si verifica in conseguenza di un meccanismo molto semplice: gli eventi che ci hanno colpito a un livello emozionale hanno prodotto in noi una contrazione, sia emozionale, sia fisica. Provate a pensare a cosa è successo quando qualcuno vi ha dato una cattiva notizia: probabilmente avete sentito una sensazione assomigliante a quella di ricevere un pugno allo stomaco. Queste contrazioni, piano piano, scolpiscono il vostro corpo. E noi siamo una specie di “scultura vivente” che portiamo in giro il nostro passato, modellato nel nostro corpo. E così una persona che ha una tendenza all’obesità... non è casuale e al contrario l’obesità significa, porta un messaggio. Ad esempio per quanto riguarda la sessualità, l’obesità porta dei messaggi molto, molto importanti. Viceversa l’avere un corpo longilineo, atletico, anche questo deriva da scelte che sono state compiute inconsciamente, e non è tanto da ascriversi, io credo, a una specie di struttura caratteriale ereditaria fisica, quanto piuttosto alla scelta, compiuta emozionalmente molto precocemente, di avere un corpo di un certo tipo. Sempre nella struttura corporea possiamo trovare tutti i tipi di corazza caratteriale descritti da Reich e Lowen: il tipo isterico, il tipo narcisista, il carattere fallico e quello anale che chi ha studiato un po' di psicoterapia corporale conosce.
Ma poi esiste un altro tipo di comunicazione non verbale che è quella dinamica. Cosa intendiamo per comunicazione non verbale dinamica? È quella che sta succedendo qui ora. Alcuni di voi si stanno toccando il naso, altri il mento, alcuni si sono avvicinati perchè gli interessava un qualcosa, altri forse si sono irrigiditi, qualcuno ha scrollato le spalle, ecco, tutto questo sta avvenendo ora, in questo momento. La comunicazione non verbale dinamica è quella che avviene nel presente e, come un’onda, corre nel mare del tempo. E viene da chiedersi: ma chi ascolta questi messaggi? A chi sono diretti? Molto semplicemente sono diretti all’inconscio del nostro interlocutore, il quale registra, decodifica e capisce perfettamente ogni nostro movimento. Chi non sembra sia in grado di capirlo, comprenderlo e decodificarlo è la parte cosciente dell’altro, ma l’inconscio sì. Ecco perchè la comunicazione non verbale e quella oggettuale di fatto rivestono un’importanza, come impatto emozionale, dell’ottanta per cento, molto più che non le parole, come dimostrava un po' l’esempio di prima, del sorriso o della bocca amara, proprio perchè un qualcosa dentro di noi lo interpreta comunque, anche se la nostra coscienza non sembra esserne informata.
Nella comunicazione non verbale dinamica possiamo distingure cinque diversi canali che vengono chiamati: prossemica, cinesica, paralinguistica, digitale e olfattiva.
La Prossemica è la gestione degli spazi che noi teniamo tra noi e il corpo di un’altra persona. Nella fig. viene rappresentato con dei cerchi concentrici la distanza che le persone tengono. Una distanza poco intima e poi, andando verso il centro, sempre più intima. La distanza prossemica in Italia è di circa un metro quando è neutrale, quando cioè non abbiamo un particolare coinvolgimento con il nostro interlocutore. Quando invece diventiamo intimamente coinvolti avviciniamo questo spazio, ma se c’è qualcosa che non va, pur essendo nuovamente toccati, al contrario lo aumentiamo.
La Cinesica è l’insieme di tutti i gesti che noi effettuiamo, dalla gestualità alla mimica del volto, degli sguardi ecc.
La Paralinguistica comprende la modulazione della voce e tutti i tratti non verbali di ciò che viene detto. Fanno parte inoltre della paralinguistica i rumori che facciamo con il corpo, come ad esempio tamburellare con le dita o rumori che provengono dai visceri, come ad esempio i borborigmi inestinali.
La Digitale rappresenta invece il contatto fisico che possiamo fare con gli altri. Quando siamo in uno spazio di intimità con una persona rompiamo il guscio prossemico, che dicevamo essere per ognuno di noi di circa un metro, e creiamo un vero e proprio contatto, mettendo ad esempio una mano sulla spalla, o toccandogli un braccio o una mano, a volte abbracciandolo. Questa è una forma di comunicazione non verbale che riveste una grande importanza.
L’Olfattiva è un altro canale che fa rifermento agli odori che il nostro corpo emette i quali principalmente provengono dal secreto delle nostre ghiandole sudoripare e dal nostro alito. Il funzionamento di questo livello si rifà ad un sistema encefalico molto antico, il rinencefalo, responsabile del comportamento di accoppiamento nella maggior parte dei mammiferi. Recenti studi hanno mostrato come i ferormoni hanno un effetto molto importante nel regolare la natura del rapporto tra individui.
Bene ora vorrei esaminare insieme a voi cosa succede in ognuno di questi cinque canali qualora una persona venga toccata emozionalmente in senso negativo, in senso ansioso. Questo si verifica nel momento in cui un qualcosa che io dico alla persona o un mio atteggiamento evoca in lui un’emozione di tipo ansioso, in altri termini diventa per lui un qualcosa di estremamente toccante. E guardate che questo può avvenire al di fuori di ogni previsione logica, in quanto ciò che alla persona crea un vissuto, innesca un dinamismo interiore, non solo non va considerato per forza razionalmente, ma addirittura il filtro da preferire è quello che riguarda la storia della persona. Così degli stimoli apparentemente innocui a volte possono creare un grande putiferio dentro alla persona, e può essere molto utile, prima di rovinare il rapporto, riuscire a capire ciò che l’altro ci sta comunicando sul piano inconscio, piano di cui a volte lui stesso non è consapevole. Prestando attenzione alla comunicazione non verbale riusciamo a comprendere cosa sta avvenendo realmente nell’altro, nel suo profondo, e questo ci aiuta anche ad essere più gentili con le persone, a capirle da un altro punto di vista.
Allora nel caso di una attivazione emozionale negativa, che produce ansia nell’interlocutore, cosa succederà nello spazio prossemico? La persona tenderà ad allontanarsi e lo farà se gli è possibile con il corpo. Ad esempio, se è seduto, lo farà spingendosi indietro con la sedia, se è in piedi, arretrando di qualche passo, ma potrà anche farlo, se impossibilitato a muovere tutto il corpo, ad esempio con la testa, guardate questo gesto qui (ritrae la testa all’indietro). Questi gesti significano: “Voglio diminuire il livello di intimità che ho con te perchè ti sento pericoloso”. Un’altra cosa che la persona fa a livello prossemico è che orienta il corpo da un’altra parte. Magari tiene la faccia nella tua direzione, in quanto vuole rispettare le convenzioni o si controlla coscientemente, ma con il corpo non si orienta più verso di te, non vuole più ricevere i tuoi messaggi, ed è come se esso ricercasse una via di fuga. E il lucido seguente dà un esempio umoristico di cosa è il cambiamento a livello prossemico. Nella prima vignetta i signori sono molto interessati in quanto il giudice sta chiedendo all’imputato come ha fatto a non pagare le tasse per tanti anni. Ben diversa appare la prossemica di questi altri signori quando il cameriere porta il conto! (Vedi fig. e fig. )
Per quanto riguarda invece la Cinesica, che riguarda lo studio dei gesti, nel caso di attivazione ansiosa, il segnale che più frequentemente si può osservare è la “barra” cioè la chiusura delle braccia o in seconda misura, delle gambe. Questo segnale lo abbiamo visto migliaia di volte, forse senza attribuirgli coscientemente un significato. Quando una persona chiude le proprie braccia è molto probabile che stia difendendo il suo cuore e la sua pancia, sedi nel corpo dove vengono percepite molte emozioni. Ancora toccamenti bruschi, come cercare di tirare via un pelo dalla giacca, o levare qualcosa dall’occhio, grattarsi il cuoio capelluto, sfregarsi il naso, sono segnali di qualcosa che non va. Il movimento poi di far scorrere l’indice orizzontalmente sotto il naso, come per portar via qualcosa, sembra voler comunicare: “Mi da un fastidio terribile questa cosa qui, non vedo l’ora di cavarmela di dosso!” I toccamenti bruschi sono tanto più caricati di coinvolgimento ansioso quanto più sono effettuati vicino al naso. Un altro segnale importantissimo è la deglutizione, che simbolicamente rappresenta un boccone amaro da buttar giù. Tenersi un dito nelle altre dita è un modo per darsi sicurezza, indice indiretto di attivazione emozionale ansiosa. Molto interessante è anche il linguaggio dei piedi: nel caso in cui l’interlocutore non stia puntando il proprio piede verso di voi, ma questo ad esempio sia rivolto verso la porta, molto probabilmente indica che la persona non vede l’ora di valicarla. La direzione verso la quale il piede punta indica chiaramente quali sono i desideri delle persone. Per quanto attiene al significato degli sguardi annoveriamo lo sguardo fuggitivo, quello assente e quello minaccioso. Il passaggio dall’ansia all’aggressività invece si effettua spesso mediante un gesto che tutti noi conosciamo, che viene spesso denominato “bacchetta” e che consiste nel puntare con il dito indice la persona, magari muovendolo nell’aria come per mimare un atto punitorio.
A livello paralinguistico quali sono i segnali? Uno importante, che indica un livello quasi insopportabile di ansia in cui il nostro interlocutore sta versando, è l’atto di raschiarsi la gola. È un segnale quasi di aggressività e significa: “Sto per arrabbiarmi perchè non voglio ciò che mi stai proponendo”. Anche i cali di voce, o i toni striduli, il ritmo che diventa rotto, lo sbuffare, il sospirare e lo “sniffare”, cioè il tirare rumorosamente su l’aria con il naso, indicano, seppur con gradazioni diverse, il vissuto ansioso. Anche il rumore del tamburellare con le dita, quello della “anxietas tibiarum” cioè il movimento ritmico veloce delle gambe, o i borgorigmi intestinali sono segnali dello stesso ordine.
A livello digitale, toccamenti bruschi o soprattutto la negazione di un contatto che precedentemente era già famigliare indicano che non appare piacevole il genere di impatto che stiamo realizzando nell’altro.
A livello olfattivo troviamo odori sgradevoli che vengono ottenuti mediante una secrezione ghiandolare conseguente a una stimolazione del sistema nervoso autonomo e mediante l’alitosi. Il finalismo è chiaro: c’è un tentativo di allontanare l’altro.
Quali sono invece i segnali di una attivazione emozionale piacevole? Cosa succede quando siamo contenti della relazione o dei contenuti scambiati comunicando?
Nella prossemica tendiamo ad avvicinarci con il corpo o con parte del corpo verso il nostro interlocutore e come delle antenne ci orientamo verso di lui, come per poter ampificare la nostra capacità di recepire il messaggio.
Nella cinesica compiamo degli autotoccamenti che non hanno più come punto centrale di riferimento il naso, come succedeva per gli stimoli ansiogeni, ma la bocca. Avete presente la persona assorta nella comunicazione che porta involontariamente un dito alla bocca e inizia a succhiarlo? Ricorda da vicino il bambino che, tutto soddisfatto si gode il suo pollice. Così anche portare alla bocca un oggetto, come potrebbe essere una penna, o mordicchiarsi le labbra, e anche l’atto di bagnarsi le labbra con la lingua, sono segnali tutti che mostrano che l’argomento o la relazione stanno creando interesse nell’interlocutore. Parimenti tutti gli autotoccamenti morbidi, che mimano delle carezze che l’altro offre a se stesso, paiono comunicare un desiderio di gustare al massimo il momento rilassandosi e toccandosi amorevolmente. Lo sguardo diventa tenero, vigile e aperto.
Nella paralinguistica la voce diviene rilassata, il ritmo morbido, il tono di voce è medio.
Per quanto riguarda la cinesica la persona è disposta ad accettare i toccamenti e desidera anzi toccarci, non vede l’ora di poterlo fare, desidera ottenere un contatto fisico. Dopo una comunicazione piacevole tipicamente le persone si scambiano pacchette giocose, abbracci o si danno la mano sorridendosi.
A livello olfattivo, per finire, viene ad attivarsi la produzione di ferormoni. Sono questi dei veri e propri messaggi chimici che trasmettono accettazione e tendono a creare uno stato di attivazione nell’altro. Esiste una canzone di Eugeni Finardi il cui ritornello recita: “Perchè l’amore non è nel cuore, ma è riconoscersi dall’odore...” I ferormoni sono molecole che la sanno lunga: dico questo perchè l’etologia ci insegna che regolano da sempre i cicli riproduttivi e altre funzioni in molti animali.
Bene, abbiamo parlato della comunicazione oggettuale e di quella non verbale in tutti i suoi aspetti e abbiamo considerato come essi rappresentino l’ottanta per cento di ciò che veramente regola la natura del rapporto tra individui. E, mentre questi segnali, prossemica, cinesica, digitale, paralinguistica e olfattiva, sono del momento, cosa succede a lungo termine, ad esempio se studiamo non cinque minuti dell’esistenza di una persona, ma prendiamo in osservazione interi anni di vita? Cosa costruisce una persona con tutte le sue comunicazioni non verbali, con la scultura corporea che possiede, con il circondarsi di un certo tipo di amici, di oggetti, con l’uso di un certo tipo di cultura piuttosto che un altro? Questo fa sì che un individuo, che ne sia consapevole o no, che lo viva come una scelta, come un dovere o una costrizione ad essere e manifestarsi così, a prescindere da tutto ciò, questo fa sì che l’individuo acquisti un certo tipo di atteggiamento di base. E questo è proprio il messaggio centrale che vogliamo proporre questa sera: se invece di valutare i messaggi del momento osserviamo il comportamento nel tempo, negli anni, troviamo una comunicazione di fondo, rappresentata dall’atteggiamento che questa persona tende principalmente ad avere nel rapportarsi con l’altro; troviamo un modo specifico, particolare, di entrare in rapporto. E l’ipotesi che volevamo infine proporre è che la cosa che più di ogni altra condiziona ogni nostro rapporto,ogni nostra relazione, è proprio questo atteggiamento di base. A quanto pare questa nozione riguardante l’atteggiamento è abbastanza antica in quanto già Emerson diceva: “Quello che tu sei grida talmente forte da impedirmi di sentire quello che dici”, cioè quello che c’è nel tuo atteggiamento è così tanto significativo che le parole ormai non le ascolto più, non mi interessano. E Epitteto, migliaia di anni fa, diceva: “Perchè, allora, cammini come se tu avessi inghiottito un bastone?” Evidentemente voleva sottolineare un discrepanza tra ciò che viene detto intenzionalmente e ciò che una persona fa con il corpo, che non mente mai. Un esempio divertente dello stesso concetto di Epitteto è quello di questo signore (vedi fig. ) che a parole afferma che vuole suggerire un qualcosa in modo molto gentile, ma con il tono di voce, con l’atteggiamento di base che ha, smentisce il significato delle parole, prendendo al contrario un ruolo di dominanza e di imposizione, in quanto sta schiacciando letteralmente l’altro.
Ecco qui (vedi fig. ) delle rappresentazioni di tre pricipali atteggiamenti. Questi tre atteggiamenti non sono assolutamente gli unici, non so quanti essi possano essere in tutto, credo una decina o ventina quelli più evidenti e importanti, e poi chissà quanti altri secondari, ad ogni modo questi tre sono molto centrali. L’atteggiamento A è quello di superiorità, l’atteggiamento C quello di nullità, inferiorità e l’atteggiamento B quello di apertura. Prendiamo ad esempio l’atteggiamento A: qualsiasi cosa questa persona faccia, anche se si sforza di mascherarlo, cercando di essere gentile, lo fa a partire da un atteggiamento di superiorità. Adesso provate ad immaginare cosa succede nella vita del signor C, che comunica con quell’ottanta per cento che abbiamo visto essere fondamentale, cioè con la comunicazione non verbale e oggettuale reiterate, l’atteggiamento di base, di fondo: “Io sono un nulla, io sono una nullità”. Come vi aspettate che reagiranno le altre persone al signor C? Come reagireste voi se vi si presentasse il signor C? Ora immaginate che arrivi il signor A che molto probabilmente vi darà dei consigli, vi dirà cosa è giusto, e lui ovviamente sa sempre cosa è giusto, e sentite, che tipo di reazione nasce in voi? Ascoltate le sue parole o la prima cosa che vi tocca e vi fa reagire è il suo atteggiamento? E adesso immaginate che arrivi il signor B che è aperto, parla, ascolta, casomai vi suggerisce qualcosa, discorre con voi, si diverte, apprezza quello che siete, mostra se stesso in modo aperto. Quali sentite essere questa volta le vostre reazioni?
Insomma di atteggiamenti ce ne sono molti e spesso le persone non sono consapevoli di quali atteggiamenti abbiano, oppure giustificano i loro atteggiamenti ascrivendoli a mere reazioni a fatti ambientali, ma la cosa interessante è che l’atteggiamento di base, qualsiasi esso sia, crea, negli anni, nella media degli interlocutori, un certo tipo di risposta, di reazione che, pur essendo variabile, si caratterizzerà mediamente in una modalità che fatalmente sarà adeguata, consequenziale all’atteggiamento di partenza. Allora cosa succede? Succede che tutti gli altri reagiscono mediamente in un certo modo e se voi prendete tutti gli altri che avete conosciuto nei cinque anni passati e con i quali avete avuto rapporti, è probabile che le reazioni che essi hanno avuto nei vostri confronti siano da ascrivere più all’atteggiamento che avete tenuto con loro che non dal loro specifico carattere, dal fatto che siano fatti in un certo modo. In altri termini quello che vogliamo affermare è che soprattutto grazie agli atteggiamenti rigidi che abbiamo e che esprimiamo con il non verbale e con l’oggettuale, creiamo negli altri delle reazioni che, a loro volta, creano a noi stessi la nostra propria realtà personale. La realtà in cui viviamo è quindi soprattutto la conseguenza del nostro atteggiamento. E questo atteggiamento a volte non lo conosciamo, come non conosciamo il nostro carattere, non sappiamo di averlo, oppure lo giustifichiamo, però di fatto questo crea il tipo di mondo relazionale nel quale siamo immersi, sia che lo vogliamo o no, sia che ci piaccia o no. E allora a questo punto siamo arrivati a concludere dicendo che veramente nella comunicazione umana vi è l’impossibilità di non essere se stessi.
Se accettiamo come buona questa nostra ipotesi che grazie all’atteggiamento creiamo la nostra realtà arriviamo a due considerazioni, una delle quali ci piace, l’altra di solito non tanto. Inizio da quella che non piace tanto: siamo completamente responsabili di quello che succede nel nostro mondo, dove per mondo non intendiamo la società italiana o l’intero pianeta, ma il proprio mondo personale, quello delle relazioni che incessantemente intessiamo con le persone che ci sono vicine. Di solito le persone affermano il contrario e cioè che essi sono come sono soltanto in conseguenza di cose che succedono, che è stata una realtà passata o è la realtà del momento a renderli aggressivi, compiacenti, isolati o altro.
L’altra considerazione è che abbiamo un potere incredibile, visto che riusciamo, grazie ad un atteggiamento che a volte neppure conosciamo, a costruire per noi stessi una realtà concreta.

D: Quale è il significato della stretta di mano? Vorrei inoltre chiedere cosa sta dietro la paura di parlare in pubblico, quando si parla con tante altre persone?
R: Vorrei rispondere per prima cosa alla paura di parlare in pubblico che conosco così bene. Credo che la paura del giudizio e la paura di sbagliare siano moventi sufficenti alla paura di parlare in pubblico in quanto la nostra cultura è molto basata sui giudizi negativi. Se c’è un modo con cui si potrebbe descrivere la cultura di massa attuale questa sarebbe: il giudicare negativamente. Quasi ogni cosa umana e relazionale attualmente viene processata dalla nostra mente in questa direzione. Il processo del giudicare negativamente consiste nel conferire arbitrariamente una etichetta a una persona e poi credere che quella etichetta sia la persona, che quell’etichetta descriva completamente la persona. Ad esempio dire di una persona che lui è uno stupido significa dire che tutto ciò che lui è è uno stupido. Dire di una persona: “Lui è un malato” significa dire che tutto ciò che è di lui è la malattia. “Lui è intelligente”, tutto ciò che lui è, è intelligente. Significa quindi in prima battuta conferire a una certa cosa una etichetta, e ci risulta quasi impossibile astenerci dal farlo, in quanto la nostra mente funziona in questa direzione, ma credere alla etichetta è un secondo passo, un secondo momento che, se si verifica, è il momento fatale rispetto alla creazione del giudizio negativo. Credere all’etichetta significa dire: “Questa che vedo non è la mia idea sulla realtà, questa che vedo è la realtà”. E questa non è nient’altro che una arroganza pazzesca, ed è l’arroganza della nostra cultura che crede di poter dare dei giudizi esatti. E siamo tutti figli di questa cultura e tutti noi abbiamo paura del giudizio; la maggior parte delle persone con la quale sono venuto in contatto hanno manifestato questa paura.
Per quanto riguarda la stretta di mano, questo è uno di quei momenti comunicazionali che riusciamo abbastanza a controllare coscientemente; anche qui ci sono dei messaggi che si possono decodificare: ci sono persone che stingono la mano tipo tenaglia: molto probabilmente il messaggio che vogliono comunicarci è che loro sono “forti” e spesso ciò che viene nascosto a un livello più profondo è la paura della debolezza. Altre persone invece hanno una mano molliccia, mellifua, bagnata, che quasi si appoggia stancamente sulla nostra: il tipo di messaggio corrisponde più o meno a: “Non fare tanto affidamento su di me”. Una stretta di mano normale, nè troppo stretta nè troppo molliccia, è un contatto in cui uno presenta se stesso abbastanza apertamente, ma tutte queste sono cose che bene o male sappiamo e controlliamo. Questo non succede invece con gli altri segnali di cui abbiamo parlato questa sera: non essendo presente nella nostra cultura una decodificazione per essi, non abbiamo ancora stabilito difese, barriere e allora succede che essi passano, vengono messi in atto senza controllo.
D: Io credo che l’unico modo di vedersi bene è vedersi in un filmino. Allora succede, qualche volta, quasi sempre, quando proietto un filmino dove ci sono altre persone, che la gente non si accetta per com’è: “Ma io sono proprio quello? Ma guarda come parlo, ma guarda come mi muovo, ma guarda cosa faccio?” Questo significa non voglio essere così. Cosa vuol dire questo, non accettarsi?
R: Io credo che la prima cosa che si può trarre come conclusione da questa esperienza che molti conoscono, è che noi non siamo consapevoli di tutta una serie di messaggi, che sono quelli non verbali, che solamente se ci guardiamo in un filmino, abbiamo la possibilità di notare. Questo ci sta ad indicare che di solito il nostro Io, la nostra coscienza è molto attenta soprattutto alle parole che stiamo dicendo e tralascia, trascura, non è consapevole di tante altre cose che comunque passano nel momento in cui siamo in un rapporto.
Inoltre viene da aggiungere che la cosa interessante è che gli altri hanno sempre visto quello che noi vediamo nel filmino!
(Risate nel pubblico)
E questo ci insegna che una buona cosa è andare a vedere e scoprire quello che è il nostro atteggiamento di base!
Io credo che di solito ci sia una reazione del tipo: “E ma no, io non mi piaccio così” ma che contemporaneamente ci sia una reazione di stupore, e sotto sotto ci sia anche un piacere nel vederci in un modo diverso da quello in cui abbiamo creduto. Non è un caso che quando ognuno di noi quando guarda una fotografia in cui c’è anche lui, la prima persona che guarda è se stesso! Non sappiano che tutti lo fanno, però la nostra attenzione cade subuito lì.
D: Il fattore di non riconoscersi allo specchio, cosa può significare? Che non ti vedi famigliare? Non ti riconosci propio delle volte.
R: Io credo che l’atto del guardarsi allo specchio evochi così tante emozioni dentro che non credo ci sia un’unica spiegazione alla tua domanda. Qual’è lo stato emozionale al momento in cui ciò ti succede? Ti senti in colpa per un qualche cosa che è successa nella tua vita? È molto probabile che nel momento in cui ti guardi, guardi in faccia il colpevole. Il guardarsi allo specchio è un qualcosa che riflette l’immagine che tu hai di te, quella che è la tua autoimmagine. Se di fondo sei una persona che ti piaci, il fatto di guardarti allo specchio diventa un qualcosa di molto piacevole, se di fondo non ti piaci ciò ovviamente viene fortemente messo in evidenza nel momento in cui specchi. Potrebbe essere interessante distinguere se è una cosa di fondo o se questo succede in un momento particolare. Ad esempio dopo una esperienza fallimentare, non riesci a superare un esame, torni a casa e ti guardi allo specchio, credo sia adeguato e ovvio, o perlomeno molto comune, che tu non ti piaccia.
(Dal pubblico vi è una replica che non è possibile decifrare)
Di solito si dice che gli occhi sono lo specchio dell’anima e quando tu guardi un’altra persona negli occhi, o te stesso, è come se tu potessi vedere tente cose di te. Prima dicevamo che si tenta di mascherare tante cose di sè, ma nella comunicazione questo diventa non più possibile, passano e quindi anche quando tu ti guardi allo specchio, che è una comunicazione concreta con te stessa, tanti aspetti che tu non hai voluto considerare di te, è come se tu potessi percepirli. E ovviamente se in quegli aspetti ci sono dei giudizi, te li senti e te li vedi.
D: Volevo chiedere una cosa sul fatto di chi trasmette e chi riceve. A volte capita che tutti e due trasmettano insieme; in che modo si può rendersi conto di questo nel momento in cui avviene e che in modo si può abbassare la guardia, uno dei due?
R: Allora, molto semplicemente basta mettersi ad ascoltare. Il più delle volte, quando c’è una posizione di simmetria o di complementarietà si perde più la funzione dell’ascoltare che non quella del trasmettere, del parlare. Non ascoltando l’altro, egli non si sente capito e in genere aumenta la potenza della sua trasmissione per cercare di farsi capire, ad esempio dicendo le stesse cose ma a voce più alta, e se anche io replico allo stesso modo, si genera una simmetria, una escalation. Però può verificarsi anche l’opposto; se tu scopri che cronicamente stai zitta, tendi ad ascoltare più che a parlare, la cosa giusta da fare è parlare di più, trasmettere di più. Una comunicazione equilibrata è cinquanta per cento ascoltare e cinquanta per cento trasmettere. Ovviamente in momenti separati.
(Una persona dal pubblico inizia una domanda)
R: Ti preghiamo di uscire a parlare al microfono in modo che tutti possano sentire.
(La persona continua a parlare dal posto)
R: Vorrei farti notare che stai imponendo a noi una regola che contraddice la nostra regola di uscire a parlare in modo che il messaggio arrivi a tutti. Ti preghiamo quindi di uscire.
D: Ci sono delle persone che non riescono a parlare ed esprimersi. E cosa si può fare? Io ho una figlia che non riesce ad esprimersi a parlare. Cosa bisogna fare, mandarla dallo psicologo?
R: La domanda quindi è: come si fa ad aiutarla? È molto difficile. Anche perchè parlare è sempre una scelta dell’altra persona. Quello che si può fare è creare una condizione favorente il fatto che l’altro si apra, che si basa soprattutto sullo smettere di cercare di imporre all’altro il fatto di parlare, ma semplicemente ascoltare e creare una sorta di terreno favorente la comunicazione, dove questo terreno non è mai una trappola, mai una imposizione, mai una pressione atta a far sì che finalmente l’altro parli, comunichi. Altrimenti l’atteggiamento che si assume è quello di una coercizione a fare un qualcosa che dovrebbe venire spontaneo e si finisce con l’ottenere la chiusura dell’altro, che è proprio il contrario di quello che vorremmo. La soluzione a questa situazione credo sia da ricercare in un atteggiamento di ascolto e inoltre si può contemporaneamente ricorrere ad una altra potente atteggiamento atto a favorire l’apertura dell’altro: parlare di se stessi.
D: Posso rispondere alla signora?
(Applausi del pubblico)
D: La signora diceva che ha una figlia con la quale non riesce a comunicare. Guardi signora, qui dentro conosco diverse persone tra le quali ci sono molte donne. E io ho molta dificoltà a comunicare con le donne. La prima persona con la quale però non sono riuscita a comunicare è stata mia mamma. E mia madre era una donna ed io ho tutti i miei problemi con le donne, e infatti sono io ad allontanarle, non sono le altre persone ad andarsene. E questo signora lo veda lei, oggi con gli uomini mi riesce più facile, ma con le donne sento molte difficoltà. Penso sempre: “Chissà se dirò cose giuste? Chissà cosa farò? Chissà cosa penserà l’altra.” E sono io la prima a pensare a queste cose.
D: Io volevo chiedere: il contatto fisico, come comunicazione, come mai è così temuto, come mai c’è un irrigidimento che posso sentire io e che percepisco anche nelle altre persone?
R: Il contatto fisico è un qualcosa che viene regolato anche dalla cultura. Di solito nei paesi più caldi, tanto più quanto ci spostiamo verso l’Equatore, tanto meno problemi ci sono con il contatto fisico; tanto più ci spostiamo verso il nord tanto più temuto è il contatto fisico. Al di là di questa differenza culturale, il contatto fisico è temuto perchè è un modo con cui tu crei o approfondisci quella che è l’intimità con le persone. Quindi visto che nell’intimità sono coinvolte tantissime emozioni, tantissimi giudizi, tantissime esperienze dell’individuo, tutto questo può far paura, tutto questo può essere temuto. Tanto più infatti ci lasciamo andare nel contatto e nell’intimità tanto più aumenta la nostra vulnerabilità, nel senso che tanto più c’è apertura verso una persona, tanto meno difese ci sono in atto in quel momento. Quindi fare contatto porta a un rischio maggiore che non farlo, tanto più vai verso l’intimità tanto più stai rischiando di te.
Nella medicina orientale l’organo del contatto è il cuore e il cuore ha a che vedere con la nostra identità, per cui la connessione che si stabilisce con ciò è la seguente: se io ho contatto metto in gioco il mio cuore, la mia identità ed è proprio nel nostro cuore che siamo stati feriti, è nel nostro senso di identità che siamo stati feriti e proprio per questo proteggiamo noi stessi dal contatto, in quanto la pelle rappresenta un contatto fisico che simbolizza un contatto di cuore, se è vissuto veramente. Non a caso le somatizzazioni a livello della pelle sono somatizzazioni che riguardano i problemi di contatto, la psoriasi, vari tipi di dermatiti o dermatosi stanno a significare la difficoltà a mettersi in gioco come identità.
D: Io sono interessato a un argomento opposto a quello della signora, cioè quello delle persone che parlano troppo. L’interpretazione personale che io avevo dato è che questa è una difesa, cioè che questi tendono a nascondersi dietro tante parole. Volevo capire meglio perchè questo succede.
R: Molto spesso le parole sono l’equivalente di ciò che per le seppie è il nero. Ci si nasconde dietro tante parole e con le parole si può creare un muro al contatto. Se sommergo l’altro di parole non c’è più il rischio di entrare in contatto con zone più sensibili di me. Parlare tanto però può anche svolgere la funzione di sentirsi, se parlo molto posso tenere viva quella immagine che ho di me. In realtà le motivazioni a questo comportamento così comune sono svariate; è quindi necessario di volta in volta andare a vedere la motivazione per cui si verifica l’abuso, l’eccesso di parole, l’eccesso di trasmissione a scapito dell’ascolto. C’è da dire inoltre che culturalmente si tende ancora a credere che il buon comunicatore è colui che riesce a convincere con le parole, a far breccia nell’altro, a dominare con parole di potenza, per cui ciò porta a dare più importanza al parlare, che viene visto come un ruolo attivo che non al comunicare che sembra passivo. In realtà il comunicatore tipo Sgarbi, che con l’uso retorico delle parole schiaccia gli interlocutori, è il prototipo del comunicatore arrogante televisivo che serve a divertire dando scandalo e eccitando, provocando e muovendo molte emozioni, allo stesso modo dei film di avventura che devono creare contrasti forti per eccitare. Ma la comunicazione vera, quella che porta a creare una relazione autentica, non ha nulla a che vedere con i vari Sgarbi che blaterano non per comunicare, ma per divertire un pubblico.
Se poi guardiamo la comunicazione dal punto di vista pragmatico, vediamo che quando uno parla, l’altro deve stare zitto e quindi questo può essere un modo per tenere il controllo della situazione.



L’Istituto Gestalt Trieste propone un programma di formazione in Psicoterapia della Gestalt. La Psicoterapia della Gestalt nasce intorno agli anni 50 dal genio del fondatore Fritz Perls, che fuse in essa la tradizione psicanalitica, le correnti filosofiche esistenzialiste e soprattutto l’approccio fenomenologico, che era il fondamento dell’agire della psichiatria europea prima dell’avvento degli psicofarmaci, e per ultima la Psicologia della Gestalt.

L’aspetto rivoluzionario della Gestalt in quei tempi consisteva nel dare spazio e centralità alle elaborazioni emozionali, corporee ed esperenziali al posto della sola rielaborazione cognitiva dei temi emergenti dal paziente.

L’Istituto Gestalt Trieste offre un programma formativo che si incentra sulla costruzione di risorse in due principali aree: lo sviluppo personale e un metodo strutturale di intervento terapeutico. Lo sviluppo personale prevede che l’allievo compia 160 ore di psicoterapia personale in quanto nel nostro approccio, fondato su di una relazione autentica con il cliente, crediamo sia necessario accettare la sfida di trasformare se stessi insieme al paziente e praticare nella vita gli stessi strumenti esistenziali di gestione dei temi di vita che offriamo ai pazienti. Se lo sviluppo personale risulta essere indispensabile nella dimensione della autenticità e umanizzazione della relazione terapeutica è al tempo stesso altrettanto importante garantire una solido apparato tecnico e teorico di riferimento per poter affrontare con successo i temi di vita dei pazienti. A questo scopo la nostra Scuola garantisce la costruzione di un modello di approccio che a partire della Diagnosi Fenomenologica permette la costruzione di chiari e semplici progetti terapeutici. La Diagnosi Fenomenologica è concentrata sulla comprensione della relazione esistente tra gli eventi di vita e le risposte organismica, emotiva, mentale e culturale ad essi dell’essere umano.

Paolo Baiocchi è medico psichiatra e psicoterapeuta. Dopo una formazione in ipnosi dove iniziò ad esplorare gli stati di Coscienza si è dedicato completamente alla Psicoterapia della Gestalt individuale e di gruppo. La sua indagine sui funzionamenti interiori della mente e sul processo terapeutico si è concentrata sui campi della comunicazione umana, dove ha messo a punto un metodo denominato “Comunicazione Sana” e sul tema delle emozioni di disagio. In particolar modo è coinvolto nella costruzione di metodi per diffondere a largo raggio la conoscenza delle emozioni e delle modalità per la loro gestione mediante lo sviluppo dei poteri della mente. Infatti, mediante la scoperta della possibilità di calmare le proprie emozioni di disagio con lo sviluppo di atteggiamenti interiori diviene progressivamente possibile raggiungere un affrancamento dalla sofferenza e la costruzione del potere esistenziale che permette di scrivere autonomamente la propria narrazione di vita.