L’altra faccia della moneta
Dott. P. Baiocchi

Prendete una moneta e guardatela. Ci sono tre modi in cui è possibile guardarla. Tre diversi punti di vista: da sopra, da sotto e di lato. Ora immaginiamo che la stiate guardando nel modo più comune, cioè da sopra; ciò che probabilmente il vostro sguardo incontra è, a parte il caso che abbiate scelto una moneta molto particolare, una raffigurazione di una testa che comunemente viene denominata “testa”, oppure un disegno qualsiasi che comunemente viene chiamato “croce” proprio per differenziarlo dalla testa. Bene, continuando nel nostro gioco, immaginiamo che, guardando da sopra, vediate la “testa”. Ora girate la moneta, e vedrete la “croce”. Guardatela, se volete, anche di lato e non riuscirete a distinguere alcuna figura significativa.
E ora arriva la domanda chiave:

Qual è il lato vero, testa o croce?
O ancora peggio:
Qual è la faccia giusta della moneta?

Vorrei fare due esempi per cercare di chiarire cosa intendo, a livello che ci interessa cioè quello umano-psicologico, per lati della moneta. Il primo riguarda il paradosso esistente tra la libertà di scelta e il condizionamento umani. Prendiamo un uomo che ha rubato o picchiato o violentato. Egli è un essere umano adulto, in grado, di fatto, di scegliere ogni suo comportamento e gesto ed è quindi responsabile delle sue azioni. E questo è vero. Ma se guardiamo alla sua infanzia, invariabilmente, se sappiamo cosa cercare, troveremo che ha subito tali abusi, ferite e traumi che non potevano non creare in lui un forte condizionamento. E tali condizionamenti, dei quali egli non è assolutamente responsabile, anzi, ne è vittima, sono di solito le motivazioni profonde che lo hanno portato a compiere gli errori in questione. E questo è vero. Allora quale di queste due verità è quella vera, o perlomeno la più vera?
Il secondo esempio riguarda due bisogni fondamentali di ogni essere umano: quello di essere unito agli altri e quello di trovare una propria identità che gli permetta di differenziarsi dagli altri. Il bisogno di essere unito, non solo, non separato, non fuori da una relazione con altri esseri umani è necessario; basti pensare che senza il contatto con gli altri un essere umano non può divenire tale, prova ne è il famoso caso in cui vennero ritrovate due bambine che abbandonate, vennero allattate e cresciute dai lupi: esse si comportavano assolutamente come delle lupe.
E anche il bisogno di trovare una propria identità, conoscere chi si è, le proprie peculiarità, ciò che profondamente fa sì che io sia io e non un altro, è un bisogno necessario quanto il precedente. Senza ciò ci dissolviamo, ci perdiamo nell’assenza di limite e definizione, così che gli altri diventano un pericolo terribile in quanto possono mangiarmi, ferirmi con un nonnulla, invadermi con una parola o con uno sguardo, tanto fragile è la pelle psicologica che mi separa da essi.
Allora il bisogno di essere uniti agli altri è innegabilmente importante. E il bisogno di separarsi lo è altrettanto. Essere uniti e essere separati sono uno l’opposto dell’altro, e anche questo è vero. A questo punto potremmo chiederci: quale di questi due bisogni e quello vero?
La verità è semplice: comunque la mettiamo, non possiamo vedere assieme le due facce della moneta, siamo costretti a vederne una alla volta. Ma il fatto che ora sto vedendo croce non significa che testa è falso, sbagliato, una invenzione di qualcuno, qualcosa da eliminare, solo perché non riesco a vederlo. Il fatto che non riesco a vedere testa non significa che croce sia l’unica verità, che sia la cosa giusta.
Ma forse i problemi più grossi nascono quando cerchiamo, invano, di spiegarci la realtà, tutta la realtà, sulla base di testa, cioè cercando di eliminare la croce. Cerchiamo di piegare la realtà al nostro bisogno di confermare la teoria, il filtro che ci piace in quel momento.
Altre volte ci incaponiamo e vogliamo a tutti i costi “essere tutti di un pezzo”, senza contraddizioni, senza sbavature, crediamo in una ipotetica perfezione visibilmente unitaria e luminosa, chiara ed evidente a tutti nella sua ovvia bontà e purezza, e crediamo di doverla raggiungere o di poterla raggiungere. E se non ce la facciamo crediamo di dover forzare ancora di più la mano, la prossima volta andrà meglio.
Qualsiasi cosa, invariabilmente, è come una moneta che ha due lati, entrambi veri e reali, che però spaventa molto le persone in quanto le mette di fronte alla complessità del reale, che invece di offrire paradisi di sicurezza ed unicità, fatalmente dispiega oceani di polarità, diversità e contraddizione. Facciamo degli esempi pratici: il sesso è positivo o negativo? È ciò che ci ha permesso oggi di essere vivi (senza dubbio i nostri genitori almeno una volta devono averlo fatto, no?), è una delle cose più piacevoli della vita, è un momento altissimo di unione e comunicazione, e al tempo stesso è anche il motivo centrale delle violenze carnali, della prostituzione, degli abusi sessuali. Il potere è positivo o negativo? È assolutamente indispensabile per gestire in modo salutare lo spazio tra noi e gli altri esseri umani, per poter far valere i nostri diritti e per gestire strutture complesse di aggregazione, come ad esempio un reparto ospedaliero, ed è il bruciante desiderio di onnipotenza che porta alla corruzione, all’assassinio e a rendere altri esseri umani schiavi senza valore. Mangiare è positivo o negativo? È uno strumento essenziale per la sopravvivenza, è uno dei modi più antichi di socializzazione, è uno dei momenti piacevoli della giornata, ed è il responsabile del fatto che il settanta per cento degli italiani soffra di obesità, quindi si predisponga alle malattie cardiovascolari ecc.
Credo che adesso risulti evidente che si possono trovare lati positivi e negativi di qualsiasi cosa, e anzi invito il lettore a considerare sotto questo aspetto le prime tre cose che gli vengono in mente. Incredibile, no?
Allora se le cose in sé (sesso, potere, mangiare, ecc.) non sono né positive ne negative, che cosa mai le rende tali? A mio parere sono da considerare altri due parametri per comprendere il difficile problema della attribuzione di valore ad una qualsiasi cosa: il contesto con il quale la cosa entra in relazione e il punto di vista che l’osservatore assume.
Di fatto ciò che più di ogni altra cosa rende buona o cattiva una cosa è il contesto, la cornice dentro la quale quella determinata cosa esiste in quel momento. Il maglione di lana è positivo in un contesto di freddo e vento, mentre diventa negativo se fa caldo. Cantare e scherzare è positivo in un contesto di divertimento e relax, mentre può non esserlo a un funerale o in un momento lavorativo impegnativo. Arrabbiarsi con l’altro può essere negativo se tale comunicazione si rivela un abuso di potere, mentre può essere lecito e utile qualora l’altro metta in atto manovre non etiche e non voglia metterle in discussione. Perfino uccidere una persona risulta essere un atto non giudicabile disetico o negativo qualora questo sia l’unico modo di difendersi da un attacco alla propria o altrui vita.
Un altro parametro fondamentale per la comprensione della attribuzione di valore alle cose é il punto di vista dal quale le osserviamo. Ognuno di noi ha delle idee precostituite sulle cose, come ad esempio, per continuare sulla base dei temi citati sopra, ognuno ha un suo punto di vista sul sesso, sul potere, sul mangiare. Ad esempio ci sono coloro che pensano che: “É giusto mangiare per vivere e non vivere per mangiare”, e altri pensano che: “E se levi anche questo alla vita, cosa resta?”. Di fatto è molto difficile non avere una idea sopra un qualcosa che conosciamo, ma ciò che più conta è quanto profondamente crediamo ad essa: possiamo crederci ciecamente, esserne quasi completamente sicuri, crederci un po', avere dei dubbi, non crederci affatto. I punti di vista sono importantissimi per quanto riguarda il nostro vissuto soggettivo, cioè cosa proviamo, sentiamo, e addirittura percepiamo, e riguardo alle scelte di vita che compiamo in ogni momento. Se crediamo che le donne siano poco fedeli, osserveremo il comportamento delle donne da questo punto di vista, e cercando delle prove alla nostra ipotesi, troveremo inevitabilmente delle donne infedeli, e così potremo di fatto credere con maggior convinzione alla nostra idea. Quando affermo che troveremo inevitabilmente delle donne infedeli, è perchè all’interno della categoria “donne” esistono sicuramente anche delle donne infedeli, che però non costituiscono la globalità della categoria, ma soltanto una parte. È però realmente curioso il seguente fenomeno, per il quale ognuno conferma sempre più le proprie opinioni: ognuno vede solo ciò che cerca dal proprio punto di vista. E questo accade perchè la nostra mente dà rilievo e importanza solo a ciò che cerca, diventando psicologicamente cieca di fronte a tutto il resto. Se cerca testa, tutte le croci del mondo diventano un niente di fronte ad una unica testa. Se il signore che crede nella infedeltà delle donne ha avuto tre relazioni, di cui due con donne che non lo hanno tradito e una di queste lo ha fatto, quale idea immaginate egli abbia intorno alle donne ora? Pensate al signore che, convinto che nei boschi esistano le fragole, gira di bosco in bosco in cerca di esse; prima o poi, certamente, le troverà. Ma molto probabilmente non troverà né funghi, né erbe medicinali, né miele e forse non vedrà neppure quanti diversi tipi di piante esistono. Perchè? Perchè guardava i boschi dal punto di vista delle fragole, e alla fine cosa ha trovato? Fragole. Cosa crede oggi sui boschi? Che ci sono le fragole. Non è falso, assolutamente. É incompleto. Che esistano donne infedeli non è falso, è incompleto.
A ben pensare, ogni nostro pensiero delimita, definisce, cataloga, costringe un aspetto della realtà in dei margini, in dei confini arbitrari. Se penso che gli uomini sono forti, definisco gli esseri umani di sesso maschile in un certo modo. E ciò, ovviamente, è vero e posso trovare mille prove di ciò. Ma se credo che questa sia la verità unica, assoluta, eterna, giusta che definisce gli uomini, dovrò fare i conti con tutto ciò che contraddice questo: momenti di debolezza, bisogno, malattia, immaturità, ecc.
Cosa può fare un uomo che crede, rigidamente, che gli uomini sono forti, quando si ritrova ad avere un momento di stanchezza, debolezza, paura? Cosa arriverà a pensare, che egli non è un uomo, o che gli uomini fanno solo finta di essere forti, o che deve allenarsi ad essere più forte?
Se una donna crede che essere innamorati significa vedere soltanto il proprio amato, cosa succederà quando, vedendo un bel ragazzo, si sentirà attratta per un attimo da lui? Penserà forse che non ama più l’amato, che è sporca, una puttana, che sarebbe meglio starsene a casa, che il demonio la sta mettendo alla prova? O cosa altro ancora? E cosa farà poi conseguentemente alla interpretazione del fatto in questione (sentirsi attratta da un altro uomo) originata sulla base del punto di vista da lei usato per guardare ad esso? Lascerà il primo? si segregherà in casa? correrà in chiesa a pregare il Signore per aver peccato? si autopunirà in qualche modo? o sorriderà serena al fatto magari dicendo con complicità a se stessa: “Ma guarda, non sono ancora una cariatide senza vita, sento ancora la primavera!” oppure “Forse in questa fase del ciclo gli ormoni mi giocano strani scherzi”.
Se qualcuno pensa che essere buoni significa essere e soprattutto sentirsi sempre disponibili verso il prossimo, cosa succede quando questo signore sente un bisogno personale, suo, proprio suo, soltanto suo, che non è utile a nessuno se non a se stesso? Cosa finirà per concludere su di sè? Che egli è uno sporco egoista? che non può fidarsi della sua spontaneità? che lui, al pari degli altri, ha diritto ad avere bisogni e che ciò è perfettamente naturale? che la natura umana è fondalmentalmente malvagia ed egoista e deve essere educata, magari severamente? E quali comportamenti metterà in atto conseguentemente al filtro, al punto di vista adottato per valutare quel fatto?
In questi esempi ho mostrato tre persone, l’uomo che crede di dover essere forte, la donna che crede di dover escudere ogni stimolo sensuale, la persona che crede di dover sentirsi sempre disponibile per tutti, che cercano disperatamente di vivere una realtà con una sola faccia, completamente unitaria e priva di sfaccettature. Essi sono destinati a fallire miseramente, a vedere i loro sforzi vanificarsi e crollare di fronte alla potenza della realtà che, al di là di ogni tentativo di costringerla in visioni unitarie e al di là di ogni sforzo di piegarla in uno spazio bidimensionale, come se essa fosse una faccia di una moneta, è e rimane, di fatto, tridimensionale e come la famosa moneta a cui continuamente ci richiamiamo, ha perlomeno un’altra faccia che, se la nostra mente non riesce, per difetto connaturato o per cecità acquisita, a vedere assieme e contemporanemente alla faccia nota, dimostra la sua esistenza con la forza della natura e della verità.
Riassumendo, ci sono tre grossi attori nel processo dell’attibuire significato a qualcosa:
a) La cosa in sè.
b) Il contesto.
c) Il punto di vista dal quale si osserva.
e
per quanto riguarda:
a) Le cose in sè non sono né cattive buone. Tutte le cose sono come le monete, hanno due lati, uno positivo e uno negativo.
b) Ciò che più di ogni altra cosa rende di fatto le cose positive o negative è il contesto con il quale esse hanno relazione.
c) Oltre alle cose, le quali hanno in sè sia lati positivi che negativi, e al contesto con il quale esse sono in relazione, per il vissuto soggettivo la cosa più importante è il punto di vista dal quale esse vengono osservate.
Nella figura seguente abbiamo un oggetto centrale “O”, che viene visto da quattro diversi punti di vista “A”, “B”, “C” e “D”. L’oggetto “O” rappresenta una cosa che, come dicevamo, contiene in sè sia aspetti positivi “P”, sia aspetti negativi “N”. Ora quello che appare interessante è che dal punto di vista “A” l’oggetto appare assolutamente positivo, mentre da quello “C” assolutamente negativo.
Ora, la mia idea è che l’oggetto di fatto viene reso positivo o negativo all’interno di un contesto, e non dal punto di vista. Così chi ha conosciuto il lato negativo di una certa persona, all’interno di una certa situazione, può rischiare di assumere nei confronti di essa un punto di vista del tipo “C”, cioè del tipo: Il signor ... è negativo Da quel momento ogni manifestazione di lui sarà interpretata alla luce di ciò e la ricerca di prove in tale direzione non si arresterà fino a che non verrà trovato un indizio, magari piccolo, sul quale poter verificare l’esattezza di quel punto di vista.
La persona che guarda al mondo preferenzialemente dal punto di vista “A” si può definire come l’ottimista a tutti i costi, quello che colora di rosa la realtà. Qualcuno fa qualcosa di evidentemente inadeguato e lui vede di questo il lato positivo. La persona che invece vede il mondo da “C” lo potremmo invece chiamare il pessimista criticone, che non perde occasione per filtrare negativamente ogni cosa, a prescindere dal contesto. “B” e “D” sono rispettivamente coloro che credono che le cose sono buone, ma si trasformano in negative col tempo, e sono cattive ma poi col tempo diventano buone.
“Allora quale è la posizione giusta nella quale stare” potrebbe essere a questo punto la domanda di qualcuno. E proprio qui sta il meccanismo cieco e fuorviante della nostra mente. La risposta è nessuna e tutte. Ricordate la domanda fatta in partenza: “Quale è il lato vero della moneta?” Nessuno e tutte e due, ma non possiamo vederli assieme. E anche in questo caso non c’è alcuna posizione giusta e vera a priori, ma per cercare di restare aderenti alla realtà dobbiamo fare ogni volta lo sforzo di esaminare la cosa in sè in relazione al contesto stando inoltre attenti a come la guardiamo.



L’Istituto Gestalt Trieste propone un programma di formazione in Psicoterapia della Gestalt. La Psicoterapia della Gestalt nasce intorno agli anni 50 dal genio del fondatore Fritz Perls, che fuse in essa la tradizione psicanalitica, le correnti filosofiche esistenzialiste e soprattutto l’approccio fenomenologico, che era il fondamento dell’agire della psichiatria europea prima dell’avvento degli psicofarmaci, e per ultima la Psicologia della Gestalt.

L’aspetto rivoluzionario della Gestalt in quei tempi consisteva nel dare spazio e centralità alle elaborazioni emozionali, corporee ed esperenziali al posto della sola rielaborazione cognitiva dei temi emergenti dal paziente.

L’Istituto Gestalt Trieste offre un programma formativo che si incentra sulla costruzione di risorse in due principali aree: lo sviluppo personale e un metodo strutturale di intervento terapeutico. Lo sviluppo personale prevede che l’allievo compia 160 ore di psicoterapia personale in quanto nel nostro approccio, fondato su di una relazione autentica con il cliente, crediamo sia necessario accettare la sfida di trasformare se stessi insieme al paziente e praticare nella vita gli stessi strumenti esistenziali di gestione dei temi di vita che offriamo ai pazienti. Se lo sviluppo personale risulta essere indispensabile nella dimensione della autenticità e umanizzazione della relazione terapeutica è al tempo stesso altrettanto importante garantire una solido apparato tecnico e teorico di riferimento per poter affrontare con successo i temi di vita dei pazienti. A questo scopo la nostra Scuola garantisce la costruzione di un modello di approccio che a partire della Diagnosi Fenomenologica permette la costruzione di chiari e semplici progetti terapeutici. La Diagnosi Fenomenologica è concentrata sulla comprensione della relazione esistente tra gli eventi di vita e le risposte organismica, emotiva, mentale e culturale ad essi dell’essere umano.

Paolo Baiocchi è medico psichiatra e psicoterapeuta. Dopo una formazione in ipnosi dove iniziò ad esplorare gli stati di Coscienza si è dedicato completamente alla Psicoterapia della Gestalt individuale e di gruppo. La sua indagine sui funzionamenti interiori della mente e sul processo terapeutico si è concentrata sui campi della comunicazione umana, dove ha messo a punto un metodo denominato “Comunicazione Sana” e sul tema delle emozioni di disagio. In particolar modo è coinvolto nella costruzione di metodi per diffondere a largo raggio la conoscenza delle emozioni e delle modalità per la loro gestione mediante lo sviluppo dei poteri della mente. Infatti, mediante la scoperta della possibilità di calmare le proprie emozioni di disagio con lo sviluppo di atteggiamenti interiori diviene progressivamente possibile raggiungere un affrancamento dalla sofferenza e la costruzione del potere esistenziale che permette di scrivere autonomamente la propria narrazione di vita.