IL VERO EDIPO Conferenza del dott. C. Naranjo, 19 settembre 1995, Sala Saturnia della Stazione Marittima – Trieste
Vi ringrazio molto per l’interesse dimostrato e sono molto contento di aver accettato l’invito del Centro Studi Kiklos. Sono a Trieste solo da 24 ore ma sono state delle ore piacevoli, non pensavo di essere così famoso qui. L’oggetto di questa conferenza è “Il Vero Edipo” e spero di non arrivare ad offendere nessuno: se si parla di vero Edipo ciò presupppone che vi sia anche un falso Edipo; ciò è implicitamente in polemica con quella che è stata la versione di Freud. Ho iniziato i miei studi con l’analisi freudiana, anche per me Freud è stato un padre e non ho nessun sentimento negativo nei suoi confronti. Tuttavia nel momento in cui ho letto Sofocle, così come successe a Freud, sono stato molto impressionato da questa lettura, ma per ragioni molto diverse, e stasera cercherò di parlare di cosa credo sia l’Edipo di Sofocle. Qual è la tesi di Freud? Egli ritiene che il mito di Edipo ci tocchi perchè tocca un’esperienza universale legata all’infanzia; la mia tesi, invece, è che il significato di questo mito non si riferisce tanto all’infanzia quanto ad una fase più matura. Il vero messaggio non riguarda qualcosa che tutti noi sappiamo, quanto piuttosto qualcosa di realmente straordinario che ben poche persone arrivano a conoscere, soltanto gli eroi pervengono a tale conoscenza. Vi parlerò di Edipo alla luce di quella che può essere definita la storia dell’eroe, che ha una struttura mitologica che si può ritrovare in molte storie similari, non solo nella tradizione greca, ma nella mitologia universale. Campbell, mitologo americano, ha coniato il termine di mono mito dell’eroe per illustrare come ci sia un carattere quasi universale nelle mitologie appartenenti alle diverse culture. E, generalmente, egli ha mostrato come ci siano due fasi: una fase in cui l’eroe va fuori e incontra il mondo ed una fase in cui l’eroe ritorna. E questo è approssimativamente vero, però si può andare oltre a questa visione. Secondo me questa visione è particolarmente vera quando si riferisce ad esempio ai due luoghi in cui Sofocle colloca Edipo: questi due luoghi che possono essere messi in relazione con due diverse transizioni nella vita e, parallelamente si può dire che l’Iliade illustra il momento in cui l’eroe va fuori, verso l’avventura mentre l’Odissea è il momento in cui l’eroe torna a casa e affronta tutte le difficoltà connesse al ritorno. Se guardiamo in maniera più approfondita in effetti scorgiamo che in moltissime storie e leggende esiste una prima parte in cui l’eroe è vittorioso e la seconda parte in cui l’eroe subisce una sconfitta, prima di una morte tragica o, in certe culture, prima di una seconda vittoria. Vi è un parallelo anche nella struttura tipica delle favole, orientata ad essere meno tragica e concludentesi con un finale positivo, “comico” nel senso antico del termine, cioè con la “good end”, dove l’eroe incontra la principessa, se ne innamora, ritorna a casa con l’acqua della vita poi di colpo di trova di fronte alle difficoltà quali, ad esempio, i fratelli gelosi che dicono che loro hanno scoperto l’acqua della vita e così egli viene messo in prigione; vi sto raccontando una versione molto nota, ma ce ne sono molte. Alla fine però i suoi fratelli non arrivano da nessuna parte e lui soltanto riesce a raggingere il lontano castello dove c’è l’acqua della vita e, dopo tanti alti e bassi, sposa la principessa. Al contrario, però, di quanto succede tipicamente nella struttura delle fiabe, come le fiabe di Grimm ad esempio, la tragedia greca ha un’altra caratteristica cioè non vi è sempre questo lieto fine, vi è una fine tragica che al contempo è un’apoteosi: in questo caso l’eroe muore ma la sua morte rappresenta una benedizione per i posteri, tanto è vero che nella tragedia greca gli eroi sono più celebrati quasi degli dei o quantomeno al pari delle divinità perchè, così come nella nostra cultura cristiana, la loro conclusione tragica riveste comunque un significato di benedizione per i posteri. Cosa significa tutto ciò? Perchè si parla spesso di una storia con queste caratteristiche tipiche del trionfo e della sconfitta e della vita eterna; perchè riscontriamo questa struttura in diverse culture e versioni? La risposta è, secondo me, perchè la vita è così, è fatta in questo modo, per lo meno per le persone che sono andate al di là dell’esistenza ordinaria. Le storie di questi eroi, in tutte le loro forme, possono essere paragonate alle conoscenze che i mistici ci hanno lasciato riguardanti gli stati più elevati dello sviluppo interiore. Quando prendiamo in considerazione l’inizio della tragedia dell’Edipo Tiranno vediamo già il personaggio importante: Edipo è re e viene supplicato dalle persone per fare qualcosa per la situazione molto tragica della pestilenza. Quando arriviamo a questo punto siamo già al di là dell’esperienza ordinaria perchè Edipo è già un uomo ottimo, un uomo superiore e diverso dagli altri. La sua condizione interiore è espressa in modo simbolico nella sua posizione di regnante e comunque viene definito un uomo glorioso. Lo ritroviamo anche nel misticismo cristiano: tipicamente vi è prima una via purgativa seguita poi da una cosiddetta via illuminativa dove c’è una fase di purificazione dopo una fase di ricerca e dopo, quindi, una fase che richiede molti sforzi si arriva ad una condizione di grazia dove c’è un contatto con la dimensione divina dove vi è uno stato di coscienza più elevato. Nel momento in cui troviamo Edipo nella tragedia di Sofocle siamo già in questa situazione, simbolizzata dal fatto che egli è re ed è il salvatore della città. Si dice che Edipo salvi la città, e questo succede appunto per la maggior parte degli eroi, ma qual è il modo tipico con cui l’eroe salva una situazione difficile? Nella maggior parte dei casi l’eroe sconfigge il drago e anche nel caso di Edipo è così e il drago è rappresentato dalla Sfinge che non viene uccisa con la spada bensì con la mente: Edipo riesce a risolvere l’indovinello della Sfinge e l’eroe in questo caso sopravvive e salva i suoi cittadini mediante un atto di conoscenza. Si può dire che l’incontro con la sfinge rappresenti in questo caso il momento in cui vi è una tansizione nella vita illuminata: questo è quanto accade ad Edipo e in questo Edipo è diventato qualcosa di più di un essere umano ordinario. E’ un’illuminazione precoce. Si potrebbero spendere molte parole sul significato della Sfinge piuttosto che il drago ma certamente questo ha a che vedere con qualcosa di molto primitivo che può essere superato soltanto grazie ad una conoscenza molto particolare: la conoscenza della natura umana. Qual è il segreto di questa conoscenza particolare? Apparentemente nel caso della Sfinge si tratta di un indovinello, di un gioco di parole, così come ricordiamo l’episodio di Ulisse nella caverna di Polifemo quando dice “nessuno, il mio nome è nessuno”. Sono parole, ma parole con un significato molto alto, con un forte senso allegorico. Forse non tutti conoscete l’indovinello della Sfinge; è quello che dice: chi è quell’essere che inizia la propria vita camminando con quattro zampe, prosegue la sua vita con due e la termina su tre? La risposta è l’essere umano in quanto quando è piccolo cammina con gambe e braccia, prosegue poi la sua vita adulta da eretto e conclude la vita con il bastone; questo Edipo lo sapeva dal momento che da piccolo era stato ferito ad un tallone e in tutta l’iconografia viene raffigurato con un bastone. Ma sarebbe banale dire che poichè Edipo ha risolto l’indovinello della Sfinge è un salvatore perchè, in effetti, abbiamo bisogno di una conoscenza molto più particolare. E’ come dire che la risposta è: “Io”. La risposta a molte domande filosofiche è sempre “Io stesso”. Un’analogia del linguaggio metaforico potrebbe essere vista anche in Dante quando dice di essere lui a fare il viaggio nel regno della morte: “Nel mezzo del cammin di nostra vita” si riferisce però non solo a lui stesso ma ovviamente a tutta l’umanità. Quindi, quando Edipo risolve l’indovinello e dice che si tratta dell’essere umano è perchè egli stesso si identifica nella persona descritta dall’indovinello ed è proprio intorno a questo che si sviluppa la rimanente parte della tragedia. Infatti, almeno in Edipo re, Edipo si muove per sapere qual’è la verità e, nel momento in cui troverà questa verità, scoprirà che questa verità riguarda proprio se stesso. La tragedia si apre nel momento in cui Edipo è all’apice della sua fama, egli è il salvatore della città e tutti si rivolgono a lui: prima arrivano i sacerdoti, poi i bambini e tutti gli chiedono di salvarli ancora una volta, dopo aver già dimostrato di averli salvati risolvendo l’indovinello. Tutti gli chiedono di salvare nuovamente la situazione dicendogli che egli è quanto di meglio possono trovare. Ma salvarli da che cosa? E’ una situazione pestilenziale quella in cui si trovano: le donne sono diventate sterili, anche gli animali sono ammalati e manca anche il raccolto, per cui vi è una generale situazione di sterilità. Nel mondo dei miti questo è uno scenario molto noto e ricorrente: “Terra bruciata”. Non cresce nulla. Lo stesso vale per re Artù: visto che vive nel peccato anche la sua terra non produce più frutti. Quindi possiamo interpretare questa fase come se la fase illuminativa sia giunta alla conclusione. Siamo arrivati, cioè, a quella fase che si potrebbe denominare: “la notte oscura dell’anima” che classicamente segue una fase illuminata. Si dice di solito che Dio tratta colui che cerca come un bambino, lo protegge, lo segue; dopo, però, quando ha raggiunto un certo grado di crescita spirituale, sembra che Dio si distacchi e si allontani da tale individuo in modo che egli, da solo, compia sforzi maggiori. Anche nella famosa opera di Joseph Cold “La notte oscura dell’anima” egli non si riferisce soltanto a un racconto autobiografico, ma scrive con la precisa speranza di informare le persone dell’esistenza di questa fase nella quale l’illuminazione sembra scomparire. Dopo la fase di illuminazione vi è la fase di oscurità e bisogna capire che si tratta di una fase normale, che non è una punizione divina ma che avviene sempre. Paradossalmente bisogna dire normale ma anche non normale. E’ come una malattia, una cosa inevitabile. Questo accade perchè ci troviamo di fronte a due persone: un nuovo essere umano insieme al vecchio, una nuova vita e la vecchia vita che viene lasciata alle spalle. Quando vi è un momento illuminato e si vive un’esperienza spirituale, siamo molto contenti, la parte vecchia è contenta cioè è come se il Diavolo interiore si assumesse il merito di questa riccheza spirituale. Questo per me è il significato del versetto della Bibbia che dice: “Non far sapere alla tua mano sinistra ciò che fa la tua mano destra”. La parte che non è virtuosa si arroga il merito della virtù. In termini psicologici questa viene definita inflazione quando cioè vi è un eccesso di orgoglio e megalomania perchè si è arrivati a contatto con un’esperienza spirituale particolare. Ma la persona non è ancora completamente trasformata e matura. Secondo me questo è ciò che anticamente veniva definito ubris, non un semplice orgoglio ma un’arroganza spirituale che tipicamente coglie chi ha ricevuto il divino: è un’aspetto negativo della ricchezza spirituale. Un esempio è anche quando si spende del denaro in modo non corretto; analogamente si adoperano le energie spirituali in modo negativo mettendole a disposizione dell’ego. Possiamo dire, quindi, che per una legge naturale l’ubris viene punita e tipicamente la fase successiva del cammino spirituale è caratterizzata da un grande impoverimento interiore. Nella vita di molti mistici tipicamente vi è una situazione in cui questi individui hanno perso la reputazione, le persone che li sostenevano e i loro discepoli, non hanno perso soltanto il contatto con la ricchezza spirituale ma devono anche affrontare tutta una serie di privazioni e difficoltà esterne. E questo viene illustrato anche nella tragedia di Edipo in cui Edipo, all’apice della sua gloria, nella sua posizione regale vuole sapere chi ha causato questa situazione di pestilenza. Ed è proprio arrivando alla risposta di tale domenda attraversa una fase di profondo dolore. E’ come se nella vita spirituale ci fosse una luna di miele spirituale che ha un carattere divino e al tempo stesso narcisistico. Nella tradizione Sufi si parla di “pazzia divina”che vuole riferirsi soprattutto a questo tipo di immaturità spirituale. Vi è come uno stato caratterizzato dalla tendenza all’eccesso, in cui le regole del mondo non vengono più applicate. A mio avviso, questo è il significato di Edipo nel momento in cui è re, all’apice della sua vita. Quando guarda dentro di sè, nel momento in cui sta cercando il colpevole capisce che, avendo nascosto a se stesso il fatto che aveva sbagliato, non è arrivato a quella condizione interiore sufficiente ad essere veramente il re. Questo fenomeno lo possiamo vedere in molti movimenti sociali: nella Psicologia Umanistica c’è stato un periodo in cui si ammirava Fritz Perls che sosteneva che: “Io vado per la mia strada, tu vai per la tua strada, se ci incontriamo tanto meglio, se no non ci possiamo fare nulla”. Questa era una professione di fede nel Tao cioè nel fatto che, essendo ogni cosa così collegata alla vita, semplicemente bisogna fidarsi della propria intuizione e non bisogna adattarsi troppo a quello che è l’altro. Ma sucessivamente gli psicologi umanisti riconobbero che questa posizione era esagerata, non rispecchiava molto un atteggiamento di amore e responsabilità nei confronti degli altri, hanno riconosciuto che si trattava di una “piacevole follia”, che, sebbene portasse comunque ad una certa crescita era pur sempre “follia”; questa fase è stata seguita da un senso di colpa e tipicamente la fase di inflazione è stata seguita da una fase di deflazione. Qualcosa di analogo succede nella fase avanzata del cammino interiore in cui si vede che una fase di pazzia divina viene seguita da una fase in cui si riconosce di aver perso la misura, di non essere stati sufficientemente sobri e in cui si riconosce di essere ancora immaturi; questa fase è caratterizzata da un vissuto di depressione che si contrappone all’euforia precedente. Vi è uno spostamento della presa di coscienza simile ad una morte interiore: nella tradizione Sufi vi è l’immagine della farfalla che perisce in una fiamma. Comunque questa fase di deflazione rappresenta un progresso. Alla fine della tragedia vediamo Edipo che dall’apice della posizione regale si ritrova nel baratro: egli ha voluto conoscere ma era accompagnato da una cecità psicologica. Alla fine ha visto troppo e si acceca fisicamente. Qui inizia veramente la “notte oscura”, la tragedia finisce con tale oscurità e possiamo immaginare che tra una tragedia e l’altra siano passati almeno vent’anni. La seconda tragedia di Sofocle “Edipo a Colono” inizia proprio con la scena in cui Edipo, vecchio e cieco, viene accompagnato dalla figlia Antigone e chiede a sua figlia: “Dove siamo?” Il tema che domina questa scena è il tema dell’arrivo nel vero senso dell’espressione. La scena che viene descritta può essere paragonata al paradiso; arrivano ad un luogo sacro, una piana sacra dove crescono le viti, l’alloro e l’ulivo, ovviamente con degli importanti significati simbolici: l’ulivo per la pace, l’alloro per la vittoria ed il vino per la trasformazione. In questa scena idilliaca si sentono usignoli cantare e Edipo si preparerà per un sacrificio alle divinità locali presentando come doni acqua e miele. Quali sono le divinità locali? Credo che voi italiani lo sappiate visto che siete quelli che conoscono i classici meglio di tutti: si tratta di divinità più antiche rispetto a quelle dell’Olimpo e cioè i fulmini, le eumenidi, dee della giustizia, ma al contempo dolci (già il prefisso eu- all’inizio del loro nome sottolinea la loro bontà). Quindi da questa scena si può dire che Edipo arriva in un luogo di giustizia. E, guardando in retrospettiva la propria vita, Edipo riconosce di essersi fatto troppe colpe. Certamente ha ucciso il padre, ma non sapeva che fosse suo padre ed era per legittima difesa, non aveva alternativa: aveva visto una carrozza arrivare in modo molto concitato con urla che gli intimavano di fare largo e solitamente lui non era una persona che si inchinava davanti agli altri se non gli dei e i propri genitori. Generalmente, quindi, non era stato una persona malvagia, forse un po’ arrogante (così è stato descritto da Pasolini all’inizio del suo film). Edipo arriva a capire di essere stato quasi manipolato dagli dei, considerato quasi un giocattolo nelle mani degli dei e riconosce di essersi fatto troppe colpe perchè ha interiorizzato quelli che vengono considerati valori dalla società. Quando Edipo scopri l’incesto e di aver ucciso suo padre voleva andare in esilio però, in quel momento, non gli fu concesso, poi, in retrospettiva, vediamo in questa seconda tragedia è stato sucessivamente costretto all’esilio dal proprio figlio, successore al trono. E ora capisce come i suoi due figli che stanno contendendosi il trono sono in una situazione che oggi definiremmo tipicamente edipica. Se il complesso di Edipo significa provare dell’odio ed essere in competizione con il proprio padre, Edipo stesso non è tanto un esempio di questo ma lo sono molto di più i suoi figli. Dunque, Edipo arriva a questo luogo di giustizia e umanità, siamo a Colono, un luogo nominato in base ad un antico eroe e qui Sofocle nella descrizione della scena dice che vi è la statua di un cavaliere a cavallo. La presenza di questo cavaliere a Colono è significativa poichè nella scena sucessiva che si svolgerà ad Atene vi è un collegamento con Poseidone. Si riferisce all’invasione che ha portato l’uso dei cavalli. Il cavallo rappresenta simbolicamente la comunicazione e, allo stesso tempo, la conquista: gli Ateniesi erano navigatori e anche allevatori di cavalli e vi è un’analogie tra queste pratiche. Il significato è appunto di persone che vanno. E vi è un’altra figura che sottolinea l’idea del guerriero e cioè il re di Atene, Teseo. Quindi questo vecchio uomo, cieco, che è arrivato alla fine della sua vita e va in giro accontentandosi di poco, vestito di stracci, ma con molta dignità, giunge ad una situazione in cui si trova sotto la protezione di questo cavaliere. E’ come se si potesse dire che egli arriva in una situazione in cui è in comunione con l’eroe, in cui arriva ad essere lui un guerriero in qualche modo. Ma non come nel caso di Teseo o di Ercole cioè per la forza, ma per qualcosa di più sottile. A questo punto della sua vita egli conquisterà quelli che furono i suoi nemici: a questo punto arriva suo cognato Caronte e lo vuole portare via con sè poichè la terra in cui sarà sepellito sarà una terra benedetta. Edipo decide che sia Atene ad essere benedetta e non Tebe e quindi dona il proprio corpo a Teseo, anche se, ovviamente dobbiamo intendere il proprio corpo in senso metaforico. Ma qual è il vero dono di Edipo? Facciamo una parentesi e diciamo che Teseo usa la forza in modo che Edipo non venga portato via. Poi arriva il figlio maggiore di Edipo, Polinice, che è stato detronizzato dal fratello e che si è coalizzato con gli Achei per poter riconquistare il trono e a questo punto chiede la benedizione del padre perchè sa che la benedizione di Edipo lo renderà vittorioso. Ma cosa significa che se verrà sepellito a Tebe sarà Tebe ad essere una città benedetta e cosa significa appunto dare questa benedizione al figlio se vuole essere vittorioso. Questo significa che è una rappresentazione dell’essere umano che è arrivato ad un punto della sua vita in cui è in grado di benedire; è debole, è cieco ha ancora poco da vivere però ha una forza di tipo spirituale. Nella Bibbia si legge che per molti patriarchi come re David, Dio è dalla parte dell’eroe e nemico dei suoi nemici. Penso che Edipo sia arrivato a un simile livello di condizione interiore nella quale, cioè, ciò che egli vuole è sostenuto da qualcosa di molto più grande di lui. Quindi decide di non benedire i suoi figli, anzi, di maledirli perchè sono persone malvagie e di benedire la città di Atene. Questo proviene da un mito precedente a Sofocle, ed è quindi interessante notare come questa benedizione ha funzionato. Alla fine si conclude il dialogo che ha con i figli e vi è un tuono ed Edipo sa che quello è il momento della sua fine, il momento del grande passaggio. Chiama Teseo e gli dice di seguirlo e gli dice che gli svelerà un segreto che nessun altro dovrà sapere e che lui dovrà tramandare al suo sucessore che a sua volta dovrà tramandarlo di generazione in generazione. Sembra che a questo punto Edipo non abbia più bisogno della guida di Antigone perchè viene guidato invisibilmente da Ermes ed è lui stesso a guidare Teseo ed è la prima volta che Edipo assume la funzione di guida, insegnante e iniziatore; lo porta oltre dicendo che solo Teseo può raggiungere questo posto perchè solo lui è degno di ricevere questa benedizione. La benedizione consiste nel fatto che Teseo può essere presente alla morte di Edipo. Ovviamente anche questo può avere un significato simbolico. E’ come se ci fosse una benedizione nel conoscere questo stato intermedio tra una vita e l’altra; è come una comunione nella morte. Però definirla morte non è del tutto corretto perchè alla fine della tragedia vi è un messaggero che dice che questa è stata una morte straordinaria. E quando giunge il messaggero Teseo è solo nella scena, Edipo è già scomparso, Teseo è sconvolto come se avesse visto qualcosa di straordinario. Questa è un’apoteosi, una transizione da questa vita all’altra vita, però si suggerisce che questa trasposizione non sia avvenuta in modo ordinario, bensì come se la terra si fosse aperta e lo avesse accolto tra le sue braccia. Non mi soffermerò di più sul fatto che la conoscenza della morte possa essere considerata come una benedizione. Quando ho letto Kareny sono stato colpito da questo fatto e cioè che i sacrifici che venivano fatti nei confronti degli eroi erano considerati molto più solenni che non quelli fatti nei confronti degli dei, tanto è vero che la carne che veniva offerta ad un eroe non veniva mangiata. Il culto dell’eroe è pervaso dal dolore per la morte dell’eroe, come lo si ritrova tipicamente nel pathos cristiano. Tutti gli eroi subiscono una morte tragica ma, in questo caso, possiamo dire che si tratta della morte dell’ego, cioè della personalità umana che in origine era imperfetta. La vera storia rimane invisibile e nel livello mondano l’eroe non è trionfante ma è sconfitto. E’ interessante notare come la prima versione di una storia di un eroe termina in un modo tragico in una situazione in cui apparentemente non c’è successo. E questa è anche la storia di Gilgamesch che si svolge nel periodo storico in cui fu inventata la scrittura, circa 3.000 anni fa. Gilgamesch cerca la vita immortale ma la sua vita si conclude senza che l’abbia trovata. Un lettore che non va al di là delle parole potrebbe chiedersi come mai i Sumeri si sono dati tanta pena a descrivere la storia di uno che non raggiunge l’immortalità, di un perdente. Ma all’inizio del poema epico di Gilgamesch si dice: “Gilgamesch è un uomo che ha viaggiato moltissimo e ha conosciuto i misteri e tutto ciò che può essere conosciuto” e la sua storia in un qualche modo è la storia di chi ha raggiunto la saggezza che venne poi incisa per i posteri. Da un lato all’inizio abbiamo Gilgamesch che è un guerriero vittorioso che sconfigge il drago, dall’altro abbiamo Edipo che non è vittorioso. La radice della parola eroe significa “servitore”: alcuni hanno la forza, altri possono guarire, altri sono dei profeti ma Edipo non è nulla di tutto questo ma ha uno dei tratti più essenziali cioè la capacità di benedire, cioè una condizione spirituale che lo rende una benedizione per i posteri. Grazie.
DIBATTITO
Domanda: Vorrei ringraziare il professore per la sua conferenza e vorrei porgere solo una domanda e cioè se, nella sua vita, ha mai avuto l’occasione di incontrare un Edipo. Risposta: Si. Sono stato influenzato molto nella mia vita da un artista cileno che era conosciuto come scultore, anche se la sua vera vocazione era la poesia. Ha scritto in tedesco, anche se era cileno, e ciò che ha scritto era un dettato ispirato. Sono stato molto influenzato da lui, forse perchè, quando l’ho conosciuto avevo meno di vent’anni e lui era vecchio. Aveva una grande coscienza del dono che lui portava nel mondo con la sua ispirazione; non aveva dubbio ma non aveva orgoglio, aveva una vita dura: di giorno insegnava scultura per guadagnarsi da vivere e di notte scriveva poi, la mattina, faceva colazione con la famiglia e ricominciava la giornata. Era un grande sacrificio fatto per finire la sua opera che era ispirata ed aveva un messaggio sociale: una visione trinitaria della vita che si formulava nel linguaggio di padre, madre e figlio. Il problema sociale, cosa di cui si discute molto oggi, dicendo che consiste nella mentalità industriale o nel capitalismo ecc., per lui era la forma patriarcale nel mondo e nella mente; secondo la sua visione, la possibilità di una vita armonica nel mondo consisterebbe nella realizzazione di un’armonia interna e nella famiglia con l’aspetto di maschio, femmina e figlio. Questa visione trina e di una famiglia interna di padre, madre e figlio derivava da un’ispirazione diretta, non da una speculazione. Io ero giovane ed avevo l’intuizione che lui sapeva cose che io potevo solo indirettamente sapere con l’intelletto, ma io credo che la grande emozione che la mia vita ha avuto era molto simile all’Edipo a Colono, simile alla persona che aveva una vita tragica per cui sapeva chi era veramente ma lui solo lo sapeva ed io un po’ per fede. Ho avuto aiuto nella mia vita da molte persone, il più decisivo è stato un Maestro tibetano che mi ha aiutato tecnicamente, ma questo artista cileno non era un Caronte che “trasportava le persone”, era solo un artista ed ho sentito sempre che la mia vita ha subito l’influenza della benedizione della sua presenza. Dom.: Nella descrizione di questo personaggio che ha segnato la sua vita vita, si intravedono le linee di una trasmissione che però rimane tutta chiusa nel proprio cuore. Visto che lei è stato in contatto con il mondo Sufi, volevo chiedere se ha conosciuto qualcuno, un Edipo, in carne ed ossa con la parola ma, a quanto pare, lei dice di no. Risp.: Io ho ricevuto tante trasmissioni. Sono stato un ricercatore molto assetato e ho bevuto da molte fonti. Penso che per i Maestri che ho conosciuto non è Edipo la figura più descrittiva. La figura di Edipo viene più dalla mia esperienza propria anche se non sono andato tanto come Edipo. Ho conosciuto lo stato di illuminazione giovanile, ho conosciuto l’inflazione cioè questa pazzia divina e ho conosciuto la notte oscura e ho avuto il mio monte Sinai nella mia vita trent’anni fa e ho conosciuto i quarant’anni del deserto. Posso dire di essere andato un po’ al di là ma sono ancora molto lontano dal tempo di Salomone... Dom.: Vorrei affrontare il problema in un modo più semplice: noi conosciamo questa storia del complesso di Edipo per merito di Freud il, quale, credo, abbia tirato fuori questa storia non tanto perchè ispirato dall’Edipo di Sofocle, quanto perchè non sapendo come spiegare certe nevrosi l’abbia usata come una parabola. Uno studio della nevrosi che trova spiegazione in una storia antica. In questi giorni ho sentito una storia degli eroi dove si dice che l’eroe non è un vero eroe se riesce a risolvere tutto da solo. Di solito gli eroi sono coraggiosi ma hanno bisogno di un aiuto esterno; Edipo era già predestinato a commettere tutto ciò, sembra una ripetizione della storia di Giuda. In sostanza per bontà lui è rimasto vivo e c’è una disobbedienza, ma chi ha costretto a diventare Edipo un delinquente e poi a ricevere i castighi? Quei maghi che avevano anticipato quello che avrebbe fatto, e allora era già tutta una congiura persino la bontà di quelli che hanno disobbedito di non ucciderlo era già prevista, per cui penso che Edipo non era come quell’eroe che affronta il drago e riceve sempre qualche aiuto supplementare. Risp.: In alcuni racconti si enfatizza l’aiuto, qui l’unico aiuto è Teseo, alla fine del viaggio. Piuttosto è la solitudine dell’eroe che viene enfatizzata, ma credo che bisogna prendere seriamente il fatto che per i greci Edipo è un eroe e c’era un culto di Edipo. Per quanto riguarda la versione freudiana del mito, penso che c’è stato un tempo nella psicoanalisi in cui il mito di Edipo era come un dogma; con il tempo si sono formate numerose scuole nella psicoanalisi: molti psicoanalisti non sono d’accordo sull’universalità di questa formula ed io penso che per certi versi si può dire che la nevrosi e la situazione edipica siano la stessa cosa, ma è un senso molto ampio. Non è solamente che per alcune persone c’è il desiderio della madre e l’odio verso il padre e per altre persone è piuttosto all’inverso, Edipo negativo, qualcuno dice che tutti abbiamo tutti e due in diverse combinazioni, allora con una teoria più ampia si può spiegare qualsiasi situazione. Ciò che resta come base comune è che la nevrosi è legata alla situazione della triade fondamentale dell’infanzia. L’Io che esiste, esiste come Io in relazione con padre e madre e su questo sono d’accordo perchè è molto semplice dirlo: la nevrosi o la salute psicologica dipendono dalla relazione tra padre, madre e figlio, ma parlare di complesso di Edipo non mi piace molto perchè è un complicare le cose. Mi piace parlare in termini più semplici come “rapporti con i genitori”. Penso che Freud avesse la mania di scoprire qualcosa di nuovo, complicato, e di farla molto scientifica ed è stato molto appropiato che poi gli venne dato il Nobel non per la scienza ma per la letteratura... Ciò che persiste di Freud è un qualcosa che lo vede non tanto come scienziato quanto profeta: lui ha visto ciò che non va bene nella vita, ha avuto una visione chiara della distorsione, è diventato conscio dell’incoscenza e, come gli sciamani primitivi aveva coscenza della sua malattia, il suo Edipo, in questo caso, ed è questa la sua grandezza, era come Edipo che voleva sapere di se stesso a costo del dolore. Ha avuto una incredibile realizzazione nel mondo a convincere gli altri ad interessarsi alle cose spiacevoli interiori, ai propri difetti, alle cose inconfessabili. Freud ha costruito una cosa enorme con la sua fiducia in se stesso per convincere gli altri a qualcosa quasi impossibile. Io mi sento simile ad Edipo nel senso di ricercatore della verità a costo del dolore. E’ un po’ come per Marx: molte persone non credono più nei suoi dogmi, ma sia Freud che Marx hanno messo in movimento qualcosa che sta continuando, e questa è l’attività dei profeti e non degli scienziati. Dom.: Volevo chiedere se la storia di Edipo come rappresentazione di un viaggio spirituale può essere in relazione anche con gli alti e bassi che si hanno normalmente nella vita? C’è qualcosa di spirituale che si affaccia nel momento in cui abbiamo questo senso di forza nella vita quotidiana? Risp.: Penso che tutti i miti parlano di qualcosa che al di là dell’ordinario come le fiabe ed i racconti magici: il magico è qualcosa che rappresenta lo straordinario ma se il contenuto vero dei miti e delle fiabe fosse qualcosa di sconosciuto nessuno se ne interesserebbe. In realtà anche i bambini ne sono attratti e si interessano a questi racconti mitici. Penso che è come se avessimo l’intuizione, anche se non abbiamo fatto il grande viaggio: abbiamo un’intuizione preliminare. Questa intuizione che tutto è riflesso di una parte, è come dire che tutta la vita è una spirale in cui ciò che non abbiamo conosciuto direttamente è specchiato in forma rudimentale in livello inferiore. Nella mistica si dice la via purgativa, la via illuminativa, la notte e poi la via unitiva con l’integrazione dell’esperienza mistica con la vita nel mondo ma, anche se non si è entrati in questo livello del vero contatto con il divino prima della nascita spirituale che corrisponde a questo stato illuminato c’è un’iniziazione. E’ come biologicamente che prima della nascita c’è il concepimento. C’è anche un concepimento spirituale che può accadere anche spontaneamente. Ho parlato prima del monte Sinai come del momento in cui si perde tutto prima di trovare la terra promessa ma, prima del monte Sinai, Mosè era già stato nel monte Sinai e aveva visto il roveto ardente avendo l’esperienza dell’essere puro. Tutto è come in matematica con le frazioni: un albero ha una forma di arborizzazione, ma il ramo anche ha la forma dell’albero e anche la foglia ha la forma dell’albero e anche la linea della nervatura della foglia è un albero in miniatura; e così con la vita spirituale e psichica come se il pattern o il disegno del tutto è conosciuta anche nella parte. (KIKLOS inFORMA, supplemento Maggio 1996).
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Obiettivi del corso • Sviluppare negli allievi le capacità di base di riconoscere e gestire le situazioni problematiche, siano queste di natura intrapsichica che relazionale o socio-ambientale. • Saper costruire una relazione fondata su rispetto e fiducia che permetta un reale aiuto. • Migliorare le capacità di ascolto e di risposta per offrire momenti di orientamento e di reale supporto ai propri interlocutori, integrando le conoscenze teoriche e le relative competenze nelle specifiche professionalità. • Valorizzare la professionalità e prevenire il burn-out nelle professioni di aiuto.
Metodologia del corso La formazione, di tipo teorico-esperenziale, prevede un insegnamento circolare che integra i diversi contributi in un processo continuo di formazione, è condotta con tecniche interattive e mira all’acquisizione delle competenze agevolando lo sviluppo personale dell’operatore per una interazione
Programma didattico I° anno • Comunicazione Sana®: Le basi della relazione umana • Comunicazione Sana®: Gli strumenti di lettura • Comunicazione Sana®: Le abilità comunicazionali di base, procedure di problem-solving • Comuncazione Sana®: I principi che regolano gli scambi nella relazione • La visione del mondo e dell’essere umano nella concezione umanistico-esistenziale • La Relazione d’Aiuto: caratteristiche generali e peculiarità; le qualità di base dell’helper che la rendono efficace • La sofferenza e le problematiche umane: principi di Psicologia Clinica • Ascolto attivo e partecipativo: la riformulazione • Accoglienza, empatia e congruenza relazionale • Le emozioni dell’helper: sviluppo e maturazione della respons-ability; il comportamento assertivo. Contatto, creatività ed espressione. L’autostima dell’helper ed efficacia nella Relazione d’Aiuto
Direzione scientifica e didattica Baiocchi P. Istituto Gestalt Trieste Carciati G. Istituto Gestalt Trieste
Docenti Baiocchi P. direttore Istituto Gestalt Trieste Billi C. direttore Istituto Gestalt Mille e una Meta, Livorno Carciati G. formatore Istituto Gestalt Trieste Carbonera F. formatore Istituto Gestalt Trieste Negrini L. formatore Istituto Gestalt Trieste Quattrini G.P. direttore Istituto Gestalt Firenze
Modalità di iscrizione: L'iscrizione è subordinata ad un colloquio di selezione da concordare con la segreteria tel. 040 369777 o e-mail: gestalts@tin.it
I FORMATORI SONO SOCI FORMATORI ABILITATI DALL’AICO - ASSOCIAZIONE ITALIANA DI COUNSELLING
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2012 - BORSA DI STUDIO PER ISCRITTI ALLA SPECIALIZZAZIONE
SONO APERTE LE ISCRIZONI ALLA SPECIALIZZAZIONE QUADRIENNALE IN PSICOTERAPIA DELLA GESTALT per medici e psicologi
La Fondazione Benefica Katleen Foreman Casali ha concesso anche per il 2012 una borsa di studio da destinarsi ad allievi iscritti alla Scuola di Specializzazione del valore di € 2.860.
L'iscrizione al corso è subordinata ad un colloquio/selezione con il dott. Paolo Baiocchi presso la sede di Via Rossetti n. 8 a Trieste. Il colloquio può essere prenotato presso la segreteria dell'Istituto Gestalt Trieste tel 040 369777. Per partecipare alla selezione, il candidato dovrà presentare i seguenti documenti: * 2 fototessera * curriculum vitae * certificato di laurea * certificato di iscrizione all'Ordine degli Psicologi o dei Medici (o dichiarazione nella quale si impegna a svolgere ed a superare l'esame di stato nella prima sessione successiva all'iscrizione al corso)
Per informazioni: Istituto Gestalt Trieste Via Rossetti n. 8 - tel 040 369777 e-mail: gestalts@tin.it
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Comunicazione Sana 2012
CORSO DI COMUNICAZIONE SANA®- TRIESTE
Comunicazione Sana è un metodo innovativo che serve a generare un clima efficace di comunicazione sia in campo personale che professionale. L’innovazione rispetto agli altri metodi attualmente esistenti consiste nel fatto che concentra la sua attenzione prevalentemente sulla lettura degli eventi comunicazionali piuttosto che sulle tecniche di comunicazione che servono a gestirli. PROGRAMMA: il corso prevede tre moduli centrali: 1. Le abilità comunicazionali di base 2. Gli strumenti di lettura 3. I processi di risoluzione OBIETTIVI 1. Nel primo modulo, le Abilità Comunicazionali di Base, l’obiettivo generale consiste nel far proprie le capacità che permettono di ascoltare con efficacia ed esprimersi con efficacia. Ascoltare con efficacia significa comprendere veramente cosa l’altro sta dicendo e richiede lo sviluppo di un certo numero di skills che aiutano a: mettere a fuoco il problema dell’altro, gestire la componente emozionale dell’altro, focalizzare rapidamente delle soluzioni. 2. Nel secondo modulo, gli Strumenti di Lettura, l’obiettivo centrale consiste nel fornire all’allievo la capacità di raggiungere una percezione il più possibile oggettiva e non filtrata da interpretazioni personali delle situazioni lavorative e relazionali in atto. 3.Nel terzo modulo, i Processi di Risoluzione, l’obiettivo centrale consiste nel fornire all’allievo le conoscenze e le abilità che permettono di gestire le 9 specifiche situazioni di base identificate dallo strumento “Analisi dell’Episodio” mediante dei processi di risoluzione che rispettino la struttura del problema evidenziato in ognuna delle situazioni di base. DATE: 28, 29 gennaio 2012(orario 9-13; 15-19) 25, 26 febbraio 2012(orario 9-13; 15-19) 24, 25 marzo 2012 (orario 9-13; 15-19) 28, 29 aprile (orario 9-13; 15-19)
SEDE: Trieste, via Rossetti n. 8
COSTI: € 550+ 115,50 (21%iva)= € 665,50
Iscrizioni: compliando il modulo scheda di iscrizione e versare un acconto di € 165,50 entro il 25 novembre 2011.
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CONVEGNO "LA FORMA CHE EMERGE DAL CONFRONTO"
E' da poco nato Zerododici, la sezione dell'Istituto Gestalt Trieste dedicata al mondo dell'infanzia. Molte le iniziative in arrivo e in preparazione, ma tra queste siamo particolarmente orgogliosi di presentarvi come ideale atto di avvio delle attività "La forma che emerge dal confronto", convegno unico nel suo genere in Italia, che porta nel nostro paese la psicoterapia della Gestalt applicata all'infanzia con il modello di Violet Oaklander, rappresentato direttamente dalla California dalla sua allieva Lynn Stadler. Contestualmente alle lezioni e alle dimostrazioni della terapeuta americana, gli interventi di grandi gestaltisti italiani come Paolo Quattrini e Anna Ravenna e di esponenti di spicco di altri approcci terapeutici che si occupano di terapia infantile come Franco Fabbro per la Mindfulness, Filippo Muratori per l'approccio psicodinamico, Andrea Mosconi per la terapia sistemico - familiare e Annarita Verardo per l'EMDR che contribuiranno a delineare le peculiarità della terapia gestaltica infantile, ed auspicabilmente a creare le premesse per uno spazio di scambio proficuo da mantenere vivo nel tempo. Pur essendo il convegno dedicato alla psicoterapia infantile nei suoi aspetti tecnici, è senz'altro ricco di contenuti appetibili per tutti coloro che sono interessati al lavoro con i bambini. In particolare gli operatori che, a vario titolo, si occupano di bambini all'interno dei servizi per l'infanzia e dei servizi sociali. Ai limiti e alle possibilità di integrazione della psicoterapia infantile nella realtà dei servizi è dedicata la tavola rotonda finale, moderata da Irene Fontanot, responsabile della Struttura Semplice Tutela Bambini e Adolescenti del Distretto 1 di Trieste e soprattutto terapeuta infantile di straordinaria esperienza. Vi aspettiamo dunque il 9 e 10 giugno a Trieste per questo primo evento formativo targato Zerododici.
In allegato troverete le brochure con il programma completo e il modulo di iscrizione.
Seguiteci nel nuovo sito www.igtzerododici.it
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ZERODODICI: online il nuovo sito!
E' finalmente online il nuovo sito ZERODODICI, la sezione dell' Istituto Gestalt Trieste dedicata al mondo dell'infanzia.
Venite a trovarci per seguire le nuove attività e soprattutto le news sul convegno "LA FORMA CHE EMERGE DAL CONFRONTO" che si terrà a Trieste il 9 e 10 giugno
http://www.igtzerododici.it/
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Seminari Gratuiti
In allegato troverete il calendario con i prossimi seminari introduttivi gratuiti organizzati nelle città di Trieste e Trento. Le iniziative sono rivolte all'infanzia ed agli adulti
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LA CASA DELLE EMOZIONI - Mutuo Soccorso Gestalt
Vi comunichiamo che anche quest’anno ripartirà il progetto “LA CASA DELLE EMOZIONI-Mutuo Soccorso Gestalt.”
L’iniziativa verrà presentata con una conferenza, dal titolo “CONOSCERE LE EMOZIONI PER COSTRUIRE LA QUALITA’ DI VITA” che si terrà lunedì 26 marzo dalle ore 17.00 alle 19.00 a Trieste presso la Libreria Fenice (Galleria Fenice, via Battisti, 6).
Sarà un piacere ritrovarvi a questo appuntamento. Se pensate che il progetto possa incontrare anche l’interesse di vostri amici, parenti o conoscenti vi invitiamo a diffondere la notizia anche ai vostri contatti.
Vi aspettiamo numerosi, per iniziare insieme questa nuova avventura nel mondo delle emozioni.
Per informazioni mandate una mail all'indirizzo:
mutuosoccorsogestalt@gmail.com
In allegato trovate la brochure con tutte le informazioni per accedere ai gruppi di mutuo soccorso.
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Sabato 5 e domenica 6 maggio 2012: Dott.ssa Alessandra Petrone "Espressione e creatività, alla ricerca della parte più autentica di noi."
Ricominciano i weekend di approfondimento alla relazione d'aiuto.
Questo mese l'appuntamento è per Sabato 05 e domenica 06 maggio 2012 con la dott.ssa Alessandra Petrone.
Il titolo di questo weekend sarà “Espressione e creatività: alla ricerca della parte più autentica di noi”. Si utilizzerà il gioco e la creatività artistica per ricostruire e ristrutturare gli schemi riposti dell’ego e respirare il bambino prezioso che è in noi.
In allegato il modulo di iscrizione
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